A volte non posso evitare di essere prosaico:
vorrei poter amare il tuo ricordo in maniere
più dignitose, vestire il giogo della serietà
e trarci i più bei frutti.
Ci ho provato seriamente, ma non ci sono riuscito.
Secondo te non mi piacerebbe scoprire un arcano,
e dargli il tuo nome? Che poi uscirebbe soltanto
in qualche rivista comprata in stock dalle università
che andrà a riempire qualche emeroteca dai pavimenti orribili
con la polvere che fa delle palline agli angoli che nessuno schifa
dato che nessuno mai ci entra.
Ma il meglio che riesco a fare è tenere acceso il tuo
sole forgiato dalla mia isteria attraverso ricerche
geografiche dei luoghi della tua infanzia, i tragitti
in auto dei tuoi genitori per andare a fare una barca di soldi
e ossessionarmi con un campionario di leggende
delle quali ti vedo protagonista:
il marmor lunensis, i liguri apuani, gli anarchici,
la versilia del boom economico e la tua casa in affitto che
mi fa venire in mente immaginari che prima d'ora
ho sempre odiato e che per una misteriosa forza alchemica
ora colloco tra i monili più brillanti di un'argenteria interna
opaca e rosicchiata dalla fame.
era stato ristrutturato per 1000 euro
e che ne doveva valere almeno 10000.
ma noi ce la ridevamo dicendo che la buonanima dell'artista
non era certo giotto
che il santo aveva dei piedi prensili
e il bambino gli stava sulla mano in modo goffo e insensato
a fine cena, sdraiato sul divano avanti al santo
ripensavo alle critiche fatte prima, alle risate
ai piedi, al bambino, agli occhi del santo
e mi sentii incontenibilmente sporco
riconobbi quelle cosa chiamata coscienza
scoppiarmi in cosmo di pudore reverenziale
e allora capii, che non potevo smettere di guardare quel quadro
ma che non riuscivo a guardare gli occhi
che provavo vergogna e pentimento
e dispiacere
e commozione di paradisiaca dantesca brutale forza
che la potenza della creazione era riuscita nella sua stortura perfetta
a distruggermi
che era il quadro universale supremo
che il vino non centrava nulla
che ero il prescelto della sublime redenzione
per comprarlo a 10000
che a pensarci, per quei piedi
non è un cazzo
nel colore del cielo
che squarcia la nebbia
alleggerita da un cuore
triste con lampi
di fumo acceso
Troppo per lui
semplice e sincero
che vede la vita fuggire
sotto sguardi sempre attenti
come fragili bambini
in un mare di poesia
respirando speranza
e l’odore delle resine vaganti si sente nell’aria.
La primavera risveglia alberi e gemme
e fa stiracchiare il popolo del bosco,
liberandolo dal gorgo invernale.
Il bianco dei pruni
ricama mulattiere,
orti e casolari.
E si riverbera nei labirinti
della mia coscienza.
Piccole deflagrazioni
di primule in piena fioritura
macchiano di giallo
il verde brillante dei prati
e immettono nuova linfa
nel caleidoscopio
della mia esistenza ingrigita.
dall’uscita d’emergenza di Equitalia
il tempo per capire di aver sbagliato
e mi sono ritrovato in mano un numerino
cazzo, mi sentivo osservato
soprattutto dagli occhi punitivi dell’usciere
ed io quasi a giustificarmi così esclamai:
“Son nuovo di queste democratiche beghe
cerchi almeno di scusarmi, in seguito ci proverò a non far danni”
Ma lui facendo finta di non sentire
s’infilò un dito in una narice scaccolandosi fino all’osso, alla radice;
chissà il poveretto quanti piagnistei ogni giorno ha da patire
non sarà certo la mia entrata “trionfale” a farlo impallidire.
Intanto mentre aspetto il mio turno diligente
una voce rimbomba dal vicino corridoio,
un alto dirigente vestito elegante
richiama l’attenzione in una sala traboccante
l’urlo si stampò sopra i vetri e le pareti
facendo tremar la gente, me e gli impiegati;
capii in seguito che il funzionario par cercasse
un tizio che non ha mai pagato tasse
un riccone, così circolava voce
che chiedeva patteggiamento o quanto meno una rateizzazione.
Noi tutti nella stanza ci guardammo sbalorditi
chi teneva in mano qualche rata comunale non pagata
chi una multa dimenticata e il tempo l’ha lievitata
chi per dare da mangiare ai propri figli , non ha potuto il debito pagare.
Finalmente il Tizio “ricercato” si fa avanti con il suo avvocato
mentre da quest’altra parte un pensionato bisbiglia una parola all’impiegato
ma l’addetto allo sportello senza cuore e senza peli sulla lingua urla:
“che fa, paga o la pignoriamo?”
E’ stato a quel punto che io sono uscito dall’Entrata principale
sfidando il muro umano e gli occhi atterriti dei presenti
promettendo a me stesso di non mettere più piede
in quel posto costruito da insane menti
per succhiare il sangue a chi il sangue l’ha investito nel futuro
chi l’ha impastato tra il cemento e i mattoni
per dare una dignità alla propria vita.
Giuro che non metterò più piede in un posto di falsa democrazia
che aiuta i potenti e sotterra gli uomini già perdenti
e così che va il mondo, così vanno le cose in questa Patria mia.
Siano benedetti i capelli bagnati delle ragazze.
Siano benedetti i tavolini scaraventati in città.
Siano benedette le pozzanghere
coperte dai cappotti dei gentiluomini.
Siano benedette le danze di indiani improvvisati,
i fiumiciattoli sotto il vomito delle canale,
il mio cane che apre la bocca al cielo
e il mio gatto furbo sotto la tettoia.
Sia benedetto chi finalmente si addormenta:
qualcuno ha azzeccato le note della ninnananna.
non me la sento di rendermi schiava di quest’unico senso
Ho bisogno di guardare oltre, ingannare il gusto, abbandonarmi in un intenso profumo e sentirmi sfiorata dalla brezza…
mio il patto di solitudine
nuvole accolgono il sentiero
rupe commossa in volo d’estasi
ostia attesa alla bocca del cuore
divorante luce, scie su pelle lungo la navata
e gli occhi chiusi fissi sul sogno inatteso.
Sono angeli roteanti, cosmi di salme colme
dipinti in coro sul percorso del mondo.
Erge aria in tango, gemente ruggine ruggente
il dolore ingenuo, strisciante su brandelli di vita
immolato martire lungo scorci clandestini di colpe
compagnie al fronte lanciate insorte.
E tu a me, altare fiume, ascolto digiuno
sedimenti l’eternità graziata di mosaici lunari
mondi d’umanità amante senza tempo,
carpe diem colto in lascivi mari accattivanti
tuffi di mille secoli tra tegole di rimpianti
rivoli d’antichi fari tramandati custodi d’abissi
come questo mio vivere in libertà,
presenza urlante di parola assente.
Accenno discendente dall’interno
carillon di tempo scalzi ai piedi del bambino
incanto su piani paralleli, gemellati da cuori sinceri
inanellati amandoci, amandomi disarmata e sfiorita
estirpando fragili messe dal mio roseto in fiore.
Soffochi i passi
ramati di pelle lucida
è un passaggio lieve
sottili carezze
Nei gusti nei gesti
diversamente uguali
nei ricordi vividi
ancora accesi
Desisti all’istinto
d’infilar quei sandali
e correre, correre
la dove lasciasti il fuoco
S’accorciano le ore
battenti dal cucù
lì appeso da sempre
stancabile scruta
E’ ora
l’ultimo sguardo riflesso
accarezzi un ricciolo ribelle
la stessa carezza
mai dimenticata.
Si dice che nulla accade per caso …
Che quando meno te lo aspetti succede ,
un incontro,un amore passionale;
una storia che indossa la follia .
Ma io ci sarò !
Quando il cielo si oscura ,
quando la terra si colora di rosso avena;
quando sento il tuo richiamo.
Ci sarò quando penetra in te
la voglia dell’amore ,
ove gli estremi raggi
folgorano le innocenti nuvole.
Ci sarò e ruberò il tuo respiro
il tuo profumo ch’è m’inebria e mi solleva ,
ove l'eterna passione
sarà lì a infrangere ambizioni .
Si mi avvicinerò come il vento
zitto, zitto col fiato in gola ;
vivrò per te l’ampiezza spirituale ,
verrò di sera a darti primavere.
Non potrò fermarmi sull’uscio del destino !
Perché ogni cosa bella è breve ,
naufragherò in mezzo al mare ;
ti ascolterò con il canto delle sirene .
la strada idiota del bel pensiero
con la spinta del vincitore
con lo spasmo dell'atleta
con la tranquillità di chi riposa
mentre osservi
dai suoi bordi in fiamme
la profonda caverna delle tentazioni
giusto per convincerci che
la paura, non ci accompagnerà
E nel cader lento degli sguardi
mostraci come i nostri fratelli
sono nemici, avversari nascosti
ma vicini
Vedremo la meta promessa
il risultato giusto che ci attendeva
tutti
senza aver proferito calunnie
e brandito bastoni
E sarà il gioir e ritrovarsi
di zingare passioni
fino alla perdizione
Se ne sta li dentro, chiuso
come la puzza in cantina
se ne sta li dentro recluso
l' aver studiato non ti da la lode
di diventar menefreghista
di chi almeno in faccia vederti vuole
esci fuori respira st' aria viziata
come la tua camminata
osserva la sofferenza radicata
ma tu non esci la stanza é bella
colma di fogli e penne firmate
ma il malato non l' osservi in cartella
non lo vedi dai globuli bianchi
non lo vedi dai globuli rossi
ma dagli sguardi atroci e stanchi
dalla bocca serrata ,il sopracciglio,
che quasi sparisce dal dolore
e cerca nelle urla un mezzo appiglio
non me ne voglia il medico
più che una lotta é una speranza
lungi da me esser polemico
ma sta vita é una sola
e seppur tu allunghi e curi
meglio é viver bene un ora
che arrivare a dire stufi
-quando arriva la mia ora?
coatto è'l cristallo mio a brillare
per alcuno se non per se e mai vecchi
desiosi fieno i raggi di volare
e rapir soli fulgidi e lucenti
oltr'ogne lieto zàffìro o rubino.
E straziano lo scarno cor pungenti,
riflessi e giovan aghi sul bambino
ch'è ancora la mia vita. Or piange
con lagrime di sangue onde lenisce,
issando ilar sorrisi su cui frange,
quest'algia del mentir che non perisce.
Come immoto legato in maglia odiata
pazzo opaco s'agita'l fer brillante,
smanioso de la luce ben placata
diviene servo in pugna più straziante
che lo sventra, e ritorna su lo scudo
avversario e amico a quel mio "vuole",
squarciato da una tema in su del crudo,
segnato da un talento ch' ancor duole
ed emacia e scolora in logoranti,
in minute, in opache gemme l'ore
mie valenti or ora più ch'avanti
perché chi muore viene e chi vien muore.












