Tu che vivi di pensiero
nel sole della mia infatuazione.
Tu che rimani leggiadra,
sospesa nel cielo
anche quando non c’è una nuvola.
Ti muovi scaltra,
un’ombra di seta nel buio
delle mie foglie.
Senza remore ti nascondi
e poi ti mostri,
quando la pelle ne vuole ancora.
Mentre qui fuori il mondo va avanti
a colpi di tic-tac,
come l’orologio che più detesto.
Ascolto passi inudibili
e certezze disarmanti,
di quelle che lasciano in bocca
il sapore amaro dell'addio.
Tu sei la forma più bella
in questo pozzo senza fondo.
Tu che vivi, osservi e giudichi.
Dimmi: sei ancora lì?
Sei ancora in mezzo a quei pensieri
che spezzano la giornata,
o sei volata oltre qualche idea?
Laddove il respiro si fa corto,
i corpi si fermano
e tutto quanto finisce di colpo.
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La vidi così: abito nero,
gambe scoperte.
Qualche giorno prima,
vestiva disordinata.
Colpa mia,
non l’avevo notata.
Poi, il colpo.
Lei mi guardò.
Un istante colpevole.
E io, lì, come chi
non ha mai visto una donna.
Rimandai lo sguardo
restando a bocca aperta,
interdetto nelle mie ossa:
eccitato, intimorito, incenerito.
Una paura infinita,
volevo morire tra le sue labbra.
Il suo flash durò poco.
Con un sorriso trionfante,
si girò, sfilando per la sua strada.
Una certezza amara.
Quello era l'avvertimento
di una luna meravigliosa,
circondata dalle miserie.
Guardo i tuoi dolci piedi
attraversare
il tormento del tempo.
Vorrei sfiorarli per carpire
il ritmo dei tuoi passi,
lasciando andare le briglie
di un sentimento angusto
che stringe il mio cuore
in una morsa di carne e dolore.
Se penso a quella rosa caduca,
lievemente appassita,
che ho intravisto nel tuo
ultimo richiamo d'esistenza,
perdo le membra
in un lago di lacrime e impotenza.
Tu sei il mondo astratto
che non potrò mai ascoltare.
Guardo i tuoi dolci piedi
attraversare
il tormento del tempo.
Vorrei sfiorarli per carpire
il ritmo dei tuoi passi,
lasciando andare le briglie
di un sentimento angusto
che stringe il mio cuore
in una morsa di carne e dolore.
Se penso a quella rosa caduca,
lievemente appassita,
che ho intravisto nel tuo
ultimo richiamo d'esistenza,
perdo le membra
in un lago di lacrime e impotenza.
Tu sei il mondo astratto
che non potrò mai ascoltare.
Vento di sera,
il sassofono graffia il silenzio,
l'inquietudine è il mio tormento.
La porta è sbarrata,
la chiave è già chiusa.
Spicca il contrasto
sul suo corpo calcolato:
un fisico da paura.
Gamba slanciata, tesa, scattante,
nylon coprente, nero, dominante.
Va lo stiletto,
l’alluce spinge sul sesso.
Si muove il bacino,
non c'è più tempo per questo!
Il neon fa clic nella stanza;
parole d’acciaio sussurrate nell’orecchio,
mentre il delirio si specchia.
Vaneggio, balbetto: la logica cede,
mentre la forma schiaccia e possiede.
Il senso si scolla, il collasso è certo.
Il piacere rimbalza sul muro.
Spinge, sfrega, accelera il passo,
la sua calza si bagna nel basso.
Il ritmo esplode, rompe la battuta:
sgretolata, liquida, assurda.
La professoressa sorride,
con calmo compiacimento,
si sfila la calza con lento movimento.
Un vincolo caldo che dura in eterno.
Il tacco si allontana nella notte nera.
Bassifondi di carne e velluto,
regina cieca di un regno bagnato.
Comanda il polso, spezza il fiato,
nel rosso viscerale che morde il peccato.
Sinuosa e sguaiata,
scava il desiderio,
note bluastre nel fango dell'impero.
Lei cammina sul tempo che è già fallito,
idolo e carne nel buio affondato.
Sogno una donna,
nel mare delle onde,
così lontane,
come l'amore.
Le chiedo di seguirmi,
tra le sponde
dell'arcobaleno.
Un bacio si trasforma
nel rumore del mondo,
mentre il cielo crolla
resto aggrappato al caos
di un battito d'estate.
Un accordo basso aleggia
nel fumo di un locale,
cammino piano piano,
sul fondo scuro
della notte.
Oscura essenza, incantevole richiamo,
sciogli la presa, guida la mia mano.
Legami al ventre, colmami d’oblio,
fatti confine tra il mondo e l’io.
Fondi il pensiero in un’unica mente,
brucia l'anima, sii prepotente.
Fammi impazzire, nel tempo sospeso,
mentre il respiro si fa meno acceso.
Prosciuga i sospiri, la mia incoscienza,
colma di baci la mia esistenza.
Tra le vastità d'un morbido amplesso,
ti voglio ora. Ti voglio adesso.
Il tavolo vola.
Pesci nel camino.
La bava. La gola.
Il fuoco è vicino.
Sussulta il corpo,
la lingua è un chiodo.
Inverno rosso,
stretto nel nodo.
Sposa di fiamme,
sotto il panno scuro.
Sillabe rotte
contro il muro.
Tutto si scioglie.
Tutto svanisce.
L'estasi morde.
La mente finisce.
E le dita dettano quel ritmo, fisso e intimo,
un ticchettio di rotaie nella notte del sangue,
mentre il calore della lingua sul lobo fa boom!
Un sovraccarico sensoriale totale nelle stazioni deserte dell'anima. È una forza d'urto fisica, una roba viscerale che tocca le corde più nascoste, e l'uomo è disarmato, completamente nudo sotto le stelle di giugno, costretto a cedere, a guardarsi mentre perde il controllo, mentre il treno del desiderio deraglia e non c'è via d'uscita, nessun freno, solo la resa totale, la grande, bellissima resa.
Non si può più mentire adesso!
Basta con la recita del distaccato, basta con le maschere da duro, la voce si riduce a un balbettio, un jazz spezzato, confessione pura e sottomissione ai piedi dell'universo.
Parole interrotte, gemiti involontari che escono come fumo dai tombini, sussulti che tradiscono il punto esatto, quel punto sacro dove le dita toccano giusto, e la lingua di lei è lì che raccoglie le vibrazioni direttamente dalla pelle, lecca il sudore e la verità, perché il corpo non mente mai quando il fuoco brucia. Lei lo immobilizza con la forza di un incendio che non vuole spegnersi, lo provoca, lo guida, lo possiede come la strada possiede il viaggiatore, e lui si lascia catturare, naufrago felice, offrendo in cambio quell'intensità d'acqua e ombra, misticismo liquido che si fonde col calore della notte. I dialoghi? Oh, i dialoghi non servono più a salvare le apparenze! Niente più buone maniere nel coro febbrile dell'estasi, solo confessioni involontarie, sospiri troncati, godimento senza ritegno, mentre i santi e i peccatori stanno a guardare.
Pelle d’ambra accarezza la notte,
i tuoi capelli di seta nera e di fuoco,
la giacca rosa sfuma,
nei confini di labbra rosse,
bellissime, immense.
Un oceano di torpore culla la mia mente,
mentre qui inerme nella stanza,
fisso il soffitto, inseguendo l'infinito.
Sei bellissima vestita così,
un ritratto incantevole sospeso nel tempo.
Stringo le lenzuola, sogno i tuoi sguardi,
i tuoi occhi penetranti che guardano oltre,
la luce trasparente, oltre le stelle,
oltre qualsiasi bellezza potrò mai sfiorare.
Nessuno può fermarti,
nessuno può trattenerti in un solo istante,
in un unico eterno sospiro.
Ma le mie mani continuano a viaggiare,
ad accarezzarti da lontano,
come un paesaggio irraggiungibile,
ai confini di un orizzonte magnifico,
mentre il tempo scorre,
scivola via come un sussurro,
e fa finta di nulla.
Un tratto di luna su pelle di velluto,
una trama lieve, un soffio sospeso,
bianco candore che il tempo ha tessuto
in un gioco di pizzi, leggero e conteso.
Si stringono al passo con nobile grazia,
sconfini di seta che il cuore rapisce,
non serve parola, né folle audacia,
quando il riflesso nel buio svanisce.
Sono carezze di nuvola e stelo,
svelano il mondo celato nel bianco,
scendono lievi come un sottile velo
svelano il mondo celato nel bianco,
scendono lievi come un sottile velo
lungo la curva del fianco adorato.
Sospese nel tempo,
tra luce e rigore,
bianche promesse che il sogno ha dettato:
non sono soltanto un vezzo d'amore,
tra luce e rigore,
bianche promesse che il sogno ha dettato:
non sono soltanto un vezzo d'amore,
ma un verso di luce su marmo posato.
E se fosse una donna,
quella farfalla che ho visto
volare sopra le foglie
della mia dolce prigione?
E se fosse vera, come la carne
di un'assurda primavera?
E se mi volesse dentro
il suo mondo sconfinato...
per portarmi laddove
c'è solo bisogno di urlare.
Dolce rugiada, nel riflesso arguto
di un caldo, disperato desiderio.
Bruciano le mie ossa, vedi?
Al tocco raggiante della tua pelle.
Piedi caldi, che sfiorano il sesso,
scivolando lenti, senza chiedere permesso,
fin dove l’anima trova l’amplesso...
E carezze col respiro sospeso,
tra le tue gambe, aperte e invitanti.
Ti prego, fammi andare avanti.
Fino a perdere il conto del tempo,
mentre il tavolo nasconde il segreto.
Sotto la stoffa, il brivido è intenso:
ogni tuo sfioramento è un decreto.
Spingi la punta, con precisione,
un gioco di seta che preme e tormenta,
mentre negli occhi mantieni il controllo
e la mia mente si fa più violenta.
Trattengo il respiro, le dita contratte,
vittima dolce di questo tuo impero;
tu sorridi, guardando il bicchiere,
dominatrice di ogni pensiero.
Un ultimo attrito, più lento e profondo,
un brivido caldo che spezza il costretto:
mi lasci venire nell'ombra, stremato,
lasciando sul fondo il tuo marchio perfetto.

