se non il sangue che penzola dai muri
o forse un sorriso di madreperla
che devo stare attento a non sciupare.
Non mi lega più niente se non l'odore del sale
appiccicato alle persiane chiuse
e l'alone che rimane
sulla pelle scorticata al sole.
Non rimane che la legna ad asciugare
sui marciapiedi calpestati mille volte
e il volo di un airone stanco
che cerca un nido tra i cespugli del silenzio.
Eppure l'erba del mattino è ancora fresca
e il grillo intona canti tra foglie e margherite
ma il sogno di fuggire è ancor più grande
del rimanere e intrecciare il vento
tra le tende ormai sgualcite.
Ma adesso è meglio mettere da parte il palpito
di un cuore sempre in eruzione
e rientrare la testa dentro il guscio
come la lumaca nel buio fitto
forse è meglio
slinguazzarmi le piaghe ancora sanguinanti
e stendere lenzuola di lino dal balcone
guardando con i gomiti appoggiati alla ringhiera
un mondo che pur si muove.
di aspettare silenziosamente
non è più tempo
di immaginare
non è più tempo
di ascoltare la mente
bisogna vedere l’istante
l’istante che ti prende
e ti porta via
aprendoti il cielo
l’istante che fa deragliare
la fantasia sulla realtà
non è più tempo
di colorare di grigio
non è più tempo
di scivolare
non è più tempo
di voltare le spalle
è tempo di afferrare
l’istante e amplificarlo
come onda nel deserto
è tempo di scegliere
l’istante e vestirlo
di nuove stagioni
l’istante sfiora
ma non aspetta
l’istante bussa
ma non entra
aspetta te
piazze di pelle senz’auto sull’asfalto
con lo sguardo strafottente giocando a palla
dai colorati tratti dell’infanzia in spalla.
Domeniche silenziose sospeso il chiasso
nel silenzio d’una Napoli viva nella sua morte
scrostando vene d’isolati all’insipiente passo
tra giri invisibili di miele in vuote strade sporche.
Muta, gela l’anima al movimento speso
rasente lo scordato richiamo del grigio fosso
su muri sventranti vinto lo sporco addosso,
come quando costruisci solitudini di paura
senz’occhi in vita, fuggendo muto il gioco
correndo senza cedere al muro di cera
perché dentro la disperazione v’è solo arsura.
Sbiaditi odori nativi di cime di rapa
e parole sulle scale di mamma ansia e sale
con quegli occhi verdi che scrutarono ragioni
tratteggiando in dono i miei solitari domani.
Mi dedicai a sistemare le valigie pronte
ricucendo distanze intrecciate al tronco
rinsecchito cuore nel suo ululare,
smise così il tempo di germogliare
con l’odio nell’anima per una città che sapevo amare.
Sussulto ogni volta che rigurgiti di ferite vive
riemergono in me dal fondo amato
insieme a coloro che mi chiedono di tornare.
Appesi alle pareti incartate lentiggini e vezzo
una scugnizza col suo golfo sul petto
avendo follia nel cuore al ritmo di tarantella
come piccioni in amore sui cornicioni a bretella.
Ma Napoli colora schiamazzi e baldorie
partorisce balconi decomposti di storie e costumi
cullanti istanti reietti fumi d’ammuina
a chi ancora si domanda i perché della vita.
Come spiegare l’intuizione, cosa rispondere
tacendo al vero il senso della ragione
quale il mio ricordo della fanciullezza stata
nel fondersi con la mia fantasia di strada
l’essere favola scritto in un modo così pulito
forse con poca poesia ma con così tanto fiato.
le cicale cantano il tuo nome
come zanzare mi pungono i tuoi ricordi,
apro gli occhi ma nessun tramonto
mi racconta le tue rosee gote.
In un arido orto
che non da più i suoi frutti
raccolgo in vuote casse di legno
la solitudine di infiniti giorni
senza di te.
tutti uguali, e li descrivi
come oggetti senza senso
Li ammanetti procurandole dolore
che lo mischi con un pizzico di gioia
ma quella gioia che avverti appena
consumandoti la vita
quella vita che non senti e vorresti
trasformarla senza rancore
per ore e ore, affinchè un portone si apre
dove passano raggi solari, nei contorni
dell'amore
a Jageshwar
ci sedemmo a meditare
il vecchio saggio dall’abito bianco
intonò un canto ” ohm shanti om”
seguirono i rituali di guarigione e lunga vita.
Scattai una foto.
Compiaciuti tornammo al villaggio
la corrente trasporava una bara
avvolta dalle fiamme
il figlio con i capelli rasi
in silenzio soffriva senza versare una lacrima
adesso era lui il capo famiglia.
Mi incamminai da solo nella foresta
un anziano mi offri una tazza di chai bollente
comprai per poche rupie un pacco di bidi
ne accesi uno presso uno degli Stupa più antichi
dell’India ormai in rovina.
Lì solo versai una lacrima e pensai : cosa ne sarebbe stato di me
e del mio futuro.
Case umide s’affacciano nel mare
striduli rumori sento arrivare
la via di casa si lascia accarezzare
ed i colori sono mille e senza contare
Il cielo sopra è come argento
ed i bambini inzuppati
corrono per divertimento
Un gatto sornione e svogliato
attraversa senza fretta
quel verde prato
L’uomo del pesce grida che è l’ora
e finalmente al davanzale
s’affaccia una signora
La rosea linea dell’orizzonte m’ avverte
che le ore scure
sono già pronte
Mentre sento questo intenso soave profumo
sulle barche nel porto, non c’è nessuno
Approfitto dell’ora e del momento, per lanciare un sogno nel firmamento
Sogno che va e sogno di festa, star qui per me
è quel che resta
L’immagine di me che vedo riflessa nei vetri delle banche,
non sembra essere mia, e forse non lo è neppure mai stata.
L’ombra che da sempre mi segue e che in realtà mi precede,
non è il mio lato oscuro, non è la tenebra, è solo perplessità.
È prima un’idea geniale e poi un inestricabile ripensamento,
è un sentiero che ogni tanto porta all’amore, e talvolta no:
è il falloff della luce che colora la mia anima di tinte chiare,
ma il mio corpo di un nero seppia impenetrabile, assoluto,
che abbraccia il mio spirito e poi lo richiude in uno scrigno.
Oggi lo so, che sono il niente che abita il niente, il distacco,
e che questa mia ombra ha solo il prestigio della leggenda,
ma poi, spettro denso e scuro, non comunica che assenza:
io sono il corpo dell’anima cui la mia ombra ha dato forma.
mi dico
guardami sono qui
astronave fusa
tra le oche e le barche
non mi vedi ?
ho una piccola rotella stellata
di un giallo freddo
da isola incantata
ho rametti molli per appigliarmi allo steccato
e penso penso penso tu non sai quanto
al nòcciolo marrone
che mi porto dentro
a ridosso di maree
che trascinano
ancora terra madre
e ancora
tra ombre notturne
che lasciano
ancora colori dell’alba
e ancora
seduto se me stesso
ascolto e vedo
tutto questo
e ancora
mi inebrio e mi innalzo
al suo amore
ed alla sua dolcezza
"Ancor poco muove
la prima capriola estiva;
rimane sull'orlo la fragranza
di quella bianca fuga di primavera.
Di placido azzurro, là sul viale,
fresco è il dondolio
delle tue paterne carezze
- rivolte ai gabbiani,
tese in verdi
inebrianti estensioni.
Tutto l'oro,
tutti i miei mortali affanni
sacrificherei nell'onda ambrata
del tuo sussurrar di vecchio,
pur sapendo che poco t'importa
e altrettanto ascolti
di tutte le raminghe passioni
che van per il mondo.
Quanto mi sorprende
quella gioventù ribelle
che s'intreccia
lampeggia
eppur vibra
come vibrano, mortali,
le piccole gioie nostre!
- di un non so che di vita, mi paiono,
quelle fughe di fiamma
fra foglia acquamarina.
Rapide è certo,
ma quanta vita!
Niente si ama più
della luce fra i platani;
- non le cose leggere,
non le cose delle stagioni
fuggiasche,
che han fretta di vedere
degli uomini i tristi congedi
e solo per pietà si scoprono
amanti."
A che serve raccattare gli interessati della scena?
Eccoli mormorare:
"Cammina in equilibrio sul muretto del ponte;
adesso si lancia; adesso vive; adesso muore;
adesso cambia idea o non la cambia più".
I morti cambiano idea, credo possano.
E quelli che mormorano riprendono i pensieri,
con la telecamera riprendono il monumento del santo,
quello che cerca di fare il discorso della dissuasione.
Niente paura amici, i morti cambiano idea.
La cambiano ogni tanto magari,
quando qualcosa li dissuade da quello che stavano facendo
(non dormire, non rimpiangere)
e la loro buca è sempre aperta ad una nuova idea.
Sbirciano. Quello in bilico sul ponte ormai che conta?
Oggi muore, domani risorge in prima pagina,
sulla prima pagina ci piscia il gatto nella lettiera.
Un po' i morti, un po' i giornalisti,
tutti danno una sbirciata al santo
chiedendosi se per fare il miracolo si debba inserire la monetina.
Un po' la gola strizzata, un po' la cravatta,
insensate lacrime secche.
Loro aspettano.
Decidi cazzo! O la vita o la morte!
No, il bilico con le braccia larghe.
Se volete accampatevi, fate pure,
questo bilico potrebbe durare ore, giorni o mesi...
Gli interessati perdono tempo:
chi si perde le trasformazioni della terra,
chi si perde la laurea del figlio.
Sboccia timidamente il palo della luce,
i bambini credono sia il circo,
non sanno che lo è davvero.
Sul fare dei pentimenti, sul fare delle migrate d'uccelli al tramonto,
sul fare della delusione smaltita e la prossima.
No, noi non siamo i morti che cambiano idea.
Una, una sola, quella che ci fa la maschera facciale.
No, non siamo i giornalisti che cambiano idea.
Una, una sola, non alle parole o all'inchiostro già scordato.
La nostra idea è il bilico.
La luna si diverte alla nostra sceneggiata:
mangia pop-corn e ingrassa,
poi fa la dieta e torna anoressica
per poi tornare a rivedere il nostro film che le è piaciuto
e ingrassare di nuovo.
Come vedi, questo bilico intrattiene il mondo.
Alla fine sarà buffo vedrai. Ahah!
Si aspettano il lancio a notte fonda,
si aspettano ripensamenti all'alba;
sul materasso di salvataggio ci dormono ormai i pompieri.
Mentre tutti dormono il bilico, sveglio, vede l'alba:
luccica lo specchio dell'acqua,
luccicano le telecamere dimenticate accese
e stanno riprendendo tutto.
Dormono i morti,
dormono i giornalisti,
dormono i pompieri.
una scossa dentro di me
un brivido mi pervade.
Ti sfioro la mano...
trema, la voglia di baciarti
quasi immediata.
Il tuo sguardo ...
non riesco a sostenerlo
è penetrante.
Un'emozione
inattesa
mi travolge.
Parole buttate li
al caso
la voce fa fatica ad uscire.
La bocca emette
uno strano suono
parole senza senso.
Improvvisamente mi dici
guardami... !
guardami negli occhi... !
La passione
esplode
quella camera accaldata.
Le gocce di sudore
su di me
sono miele.
Il tremore
delle mani
si placa.
Lascia spazio
alla passione travolgente
sotto le lenzuola.
… sono tamburi che battono nel cuore
dove il sublime si accende come un faro,
annunciano sereno e tempesta
tra i sospiri traditi dagli amati.
È la sinfonia ch’è s’emerge dall’anima!
Si unifica in’un’unica certezza,
in versi si plaude …
tra righi silenziosi di un amore.
Tu esplodi senza orizzonti!
Le sensazioni le emani da lontano ,
in brevi strofe racconti gli anni tuoi ;
m’incagli nel vulcano delle tue fantasie .
Sei piena di vita e aliti cocenti
entri in me a dimorare sole,
entri in un sogno parso vero;
tra il sfruscio confuso di un’estate .
Mi infondi la tua bellezza !
Mi fai udire la sonora melodia ,
col tuo profumo smuovi il desiderio ,
mi sazi di gusti e sapori ;
col bacio tocco il magico sublime .
Ed è la tua presenza femmina che si presenta ancora !
Ti manifesti ovunque senza esitare,
barbagli fruscii tra i rami ;
dai fiori trai il nettare degli dei .
Ed è il sesto senso a condurmi sul viale !
A uscire dalla foresta buia ,
come se avessi perso il mio destino ;
ritrovo l’alba ,il piacere del tuo amore .










