Mezzanotte. Cammino sotto l’arco
delle stelle e scruto le nere forme:
le imponenti magnolie del parco
sono larve. Lungi la città dorme,
tra le esitanti fronde s’apre un varco
dove si scioglie un pensiero informe.
La luna tesa nel cielo, grande arco,
l’eco cupa dei passi nelle orme.
In me muore l’intero universo,
fra il pitosporo e il lauroceraso
riflessi profumati di agonia.
Cercavo un senso, ma trovai il caso.
Mentre percorro la solitaria via,
sgomento intuisco che mi sono perso.
17-01-2026
00-12 EE
fantasticherò
per rintracciare
giorni sereni in un mondo
che non ne concede.
Costruirò
castelli in aria
dove poter abitare
e perdermi dentro
infinite stanze.
Nei cieli d’inverno
accenderò una luce
per illuminare
e scaldare
fredde notti.
Nei cieli eterni
scriverò con le nubi
desideri sopiti
affinché vengano
esauditi.
Mal che vada solcherò il mare
fin dove si congiunge con l’orizzonte,
poi mi disperderò oltre i confini dell’infinito
e rinascerò stella:
un’esistenza senza rischio
è un viaggio mai iniziato.
Non mi spaventa la tempesta,
ma l’acqua ferma che non ricorda il vento.
Non la caduta,
ma il passo che non osa staccarsi da terra.
Preferisco una ferita luminosa
a una quiete senza tracce,
un errore vivo
a una perfezione
che non ha mai respirato.
Se devo perdermi,
sia almeno in direzione del cielo.
Se devo finire,
sia nel punto esatto
in cui nasce una possibilità.
Perché vivere non è restare integri,
ma consumarsi cercando luce.
E chi non rischia di diventare stella
resta per sempre
ancorato al porto del mai.
sono sempre stati, per me,
tinte di un sipario calato,
un’eco stanca.
Non ho mai sentito il coro della gioia:
la festa era un’ombra,
non una promessa.
Ricordo il collegio,
gli anni delle elementari.
Il Natale aveva il freddo della pietra:
non luci, non doni,
ma incenso, passi contati, silenzi lunghi.
Le suore.
La chiesa gelida.
L’obbligo della Messa
al posto di un abbraccio.
Ogni Bambin Gesù
sembrava in attesa di un giudizio,
non di una carezza.
Così la festa, spogliata d’incanto,
seminò un pianto muto:
un’allegria imposta
che non sapeva di casa.
Poi arrivarono i vent’anni
e il mondo si fermò.
Il vuoto improvviso,
l’assenza di mia madre.
L’albero spezzato.
Il cuore senza più riparo.
Per anni ho guardato il Natale
da dietro un vetro:
gioia e abbondanza altrove,
in me solo distanza.
Uno scudo alzato
contro canti e luci,
un astio silenzioso
diventato abitudine.
Finché si è aperto un varco.
Non con clamore,
ma con i tuoi colori.
Sei arrivata tu,
luce discreta,
a fendere quel grigio.
Non hai preteso gioia,
non hai chiesto entusiasmo:
solo un posto accanto,
una presenza vera.
Ora il Natale
ha i colori del tuo focolare.
Non è più il convento,
non è la messa fredda,
non è il pentimento.
È un tavolo condiviso.
Un rito gentile.
Una famiglia che accoglie
senza chiedere nulla in cambio.
L’amore qui
non pesa: ristora.
Il vuoto non scompare.
La ferita resta.
Ma per un momento
accetta di farsi meno.
Non è estasi.
Non è guarigione.
È una tregua.
La tua mano nella mia.
Un dicembre che smette di ferire.
Un amore che, finalmente,
mi ripara.
Un nome si spegne
tra i solchi del silenzio
e resta un peso
più duro della voce.
Dal vuoto affiora una figura:
ombra nell’acqua che si posa
e si piega
al tempo che manca.
Ma nella terra scura,
resiste un seme
che si aprirà,
al canto del domani.
Ora naviga acque tempestose
la nave mia e i demoni dei venti
lampeggiano ogni notte dalle nuvole
e tuonano minacce fino all’alba.
**
Addio mari di prima gioventù,
dolce malinconia dei primi amori,
quando prendevo il largo
col vento nelle vele e una canzone.
**
Addio! E grida pure al tradimento,
lancia maledizioni anche alla luna,
ma sta pur certo che la giovinezza
che viaggiava con il soffio della brezza
è un ricordo lontano.
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Ore 12,27
Martedì 18 novembre 2025
ha percorso strade antiche
e ne porta con sé gli odori.
Scivola via, scorrendo tra dita strette,
mentre gli ultimi secondi
svaniscono come luce stanca.
E rosse foglie invernali lo trasportano,
custodi fragili
di colori ormai sbiaditi.
Scivola sul brillìo di onde infrante,
sui raggi deboli
di un gelido sole.
Attesa silenziosa,
lenta, paziente e fiduciosa,
accompagna il suo passaggio.
Scivola il tempo a rinnovar le stagioni,
e presto Zefiro, gentile dio,
s’affaccia tiepido e primaverile.
E ancora scivola il tempo,
accarezzando i volti,
portando profumosi fiori
a risvegliare la terra.
NULLA DA SALVARE





