nel tuo più profondo recesso,
il luogo nascosto
dove quel dolore, intriso di tristezza,
si nasconde.
Sollevi lentamente
il polveroso tappeto della tua memoria,
dove fotogrammi di te dondolano,
appesi a leggere ragnatele.
C'è così tanto
sotto quel tappeto mnemonico.
Eppure,
quel dolore che distrugge
ha trovato un luogo,
forse invisibile.
Ti aggiri
tra le circonvoluzioni che la tua scatola accoglie.
Ma niente.
Nulla che sia dolore
naviga nel liquor che tutto circonda e protegge.
Lo troverai,
forse,
un giorno;
ti aspetta, sanato, sull'uscio della felicità.
C'è una stanza sospesa
dentro uno schermo,
un luogo dove il tempo smette di correre.
Condividiamo una foto, un vecchio sorriso,
solo per salvarlo dall'oblio,
per dire al mondo che quel momento è esistito.
E d’improvviso ritorna l’odore della domenica,
la cucina piena di fumo e di vita,
la mano di mia madre
che stringevo da bambina.
Ritorna il rumore dei giorni di festa,
le risate nate per niente,
quei gesti semplici che scaldavano la casa.
Eravamo noi,
che crescevamo senza accorgercene,
con gli occhi pieni di futuro.
Oggi guardo i miei figli e ritrovo lo stesso cammino,
lo stesso stupore,
lo stesso tempo che scorre.
Questa nostalgia non è una ferita vuota,
è solo il passato che continua a farsi sentire.
Ricordare significa proteggere quel fuoco,
guardarsi allo specchio e riconoscere da dove veniamo.
Il tempo passa, è vero,
ma non tocca l’amore che ci ha resi ciò che siamo.
E’ così che a volte
s’insinua la malinconia
in un interstizio tra l’anima e le cose,
là dove la voce si spegne in un soffio
e quando un arpeggio si sfrangia
sul confine del sogno.
Passano nuvole nel cielo,
ombre sul cuore.
19-05-2026
6-2
Solo e assorto ora cammini
lungo il fiume nell’aulente brezza.
Sulle onde sembra la luce minî
fili d’oro. Perché ancora non s’avvezza
il cuore a questo venefico strale?
Invano offre la natura bellezza
e il cielo arride fra i tigli del viale.
Sempre in te germoglia segreta
la pena, sempre il dubbio t’assale
e inquieta la tua anima inquieta.
Umana sorte: essere nel mondo
e non sapere, non capire la meta…
Sfuma il silenzio arcano, profondo.
5-19
Sto male in questo vivere fasullo,
penosamente male e sempre più,
e mentre nel malessere mi cullo
questa stagion mi sembra schiavitù.
Forse un po’ masochista mi trastullo
rimpiangendo la vita mia che fu,
ché l’albero ch’or vedo così brullo,
fu prodigo di frutti in gioventù.
Or anche tra la gente, in solitudine
scorre il mio tempo e pure nel virtuale
fuga non vedo più dall’inquietudine
che mi rode da dentro o che m’assale,
sicché persino in lieta moltitudine
lavora dentro me un oscuro male.
che travolge litorali,
spiazzi, auto e vite,
la tua dipartita
ha sconvolto
la mia esistenza.
Ancora adesso
soffro e cerco
conforto in amici
e poesia...
Ma la mia anima è
cambiata,
la solitudine come
un macigno è difficile
da affrontare.
fugaci giungono voci
di corse di bimbi in avventura,
nella nebbia dell’incoscienza,
innocente e variopinta d’emozioni.
All’ombra dei miei segreti,
alzo lo sguardo sui miei anni svelti
che, come rotoli, svanivano
nei sorrisi e nei ritagli di canzoni,
tra timide lacrime d’amore,
sui libri sfogliati di scuola
che sapevano raccontare
storie di tele ricamate d’altri tempi.
È il passato che sfiora la pelle,
in un attimo di silenzio,
mendicante di ore in fiore
da ricordare e conservare
nel cassetto del cuore.
Chiederò al mio respiro
di non sciupare, con inganno,
quel batticuore nel rivedermi ancora:
quel che ero,
quel che resta,
quel che è andato via,
nei riflessi di folate di nostalgia
che ingoiano la mia anima,
davanti allo specchio del presente.
Accetterò il mio odore di vecchio.
Giocano, oltre la finestra, i fanciulli,
tra versi immaturi di consapevolezze,
e io mi stringo nel petto
la malinconia del nulla che resta,
che finge di amarmi,
mi accarezza col suo antico
brivido nostalgico
e mi lascia solitudine da ascoltare,
leggendo l’esperienza senza pioggia,
che vaga tra i frutti della vita,
restituendo, sottovoce, un fremito
che non cancelli
via le orme seppellite,
ma che adorni i passi al porto terreno.
C’è una stanza dentro di me
Ho elargito la mia esistenza senza misura,
come il fiato che si fonde al vento,
senza attese, senza bilanci.
Ora il silenzio si posa,
non arido, ma affaticato,
come una radura dopo il vento
dove ogni cosa tace.
Non bramo vendette,
né braccia su cui posarmi,
solo un rifugio sereno
dove il cuore smetta di lottare.
Se questa vita è l'imbrunire del mio cammino,
sia almeno lieve, paca…
senza rimproveri nel buio,
senza catene che opprimono il giorno.
Senza condanne.
Solo io,
con il respiro che riprende,
lento,
mio.






