Quando una storia finisce ma l’amore resta, la vita impiega tempo a ritrovare il suo equilibrio.
Ogni volto che incrociamo, ogni voce che ci parla, ogni gesto che ci sfiora può diventare uno specchio, un sussurro del passato di chi abbiamo amato. Non è una scelta, non è un’ossessione: è il cuore che cerca continuità, che prova a ricucire lo strappo con fili di somiglianza.
Può capitare di conoscere qualcuno di nuovo e sentirsi attratti da un dettaglio minuscolo: una risata familiare, un modo di camminare, una parola detta con la stessa intonazione. E quel dettaglio, da solo, basta a far vibrare qualcosa dentro.
Non è lei, ma ti ricorda lei, e in quel ricordo, per un attimo, ti senti meno solo.
Il cuore non dimentica subito e quando è ancora aperto, cerca conforto nei frammenti. Non stai cercando un sostituto, stai cercando un appiglio, qualcosa che ti dica: non è tutto perduto, qualcosa di lei vive ancora nel mondo.
Ma c’è anche un rischio: confondere la somiglianza con la possibilità. Illudersi che quel dettaglio basti a costruire qualcosa di nuovo. E allora bisogna fermarsi, respirare, chiedersi: mi piace questa persona per ciò che è, o per ciò che mi ricorda?
Il passaggio più difficile è imparare a vedere gli altri per ciò che sono, non per ciò che evocano. E questo accade solo quando il dolore si è ammorbidito, quando il ricordo non brucia più, ma scalda. Quando puoi dire: ho amato, e ora posso amare di nuovo, senza cercare un riflesso.
Rinascere non significa dimenticare. Significa smettere di cercare lei negli altri.
Significa accogliere il nuovo con occhi puliti, senza sovrapporre immagini, senza aspettative segrete.
E quando accade, quando finalmente incontri qualcuno e non pensi a lei… ti accorgi che sei pronto.
Che il cuore ha fatto spazio.
Spesso ci dicono che
essere vulnerabili è un segno di fragilità,
ma la verità è l'opposto .
sentire profondamente
e avere il coraggio di essere fragili
è la forma più pura di coraggio .
è la tua forza più grande .
Sei più forte di quanto pensi .
Non cercare posti
in cui devi farti piccolo per entrare.
Resta dove la tua essenza è libera e dove
ciò che non nutre il tuo cuore : la vera pace
La vita corre,
a volte inciampa,
a volte vola.
I sogni restano lì,
luci accese sul bordo della strada:
non danno certezze,
ma tracciano direzioni.
E finché abbiamo il coraggio di seguirli,
anche il passo più stanco
può diventare cammino.
Sognavo le mani intrecciate sul divano,
la spesa fatta insieme,
una voce che dicesse “torno per cena”
e invece torno sempre io,
da sola, nel silenzio che sa di noi.
Sognavo di essere scelta, non nascosta.
Di sentirmi il centro, non l’intervallo.
Di essere la donna che chiami amore
davanti al mondo,
non quella che pronunci piano,
solo quando nessuno ascolta.
Eppure sono qui.
Con il cuore in mille pezzi e ancora fedele,
a un sogno che non vuole morire.
A un uomo che forse non può,
ma che io non smetto di volere.
Mi dico che finirà,
che un giorno smetterò di aspettarti,
ma ogni volta che ti penso
qualcosa dentro me si accende,
e non riesco a spegnerla.
Non era questo il mio destino,
non questa ombra dietro il tuo sorriso.
Eppure è qui che vivo
tra ciò che ho perduto
e ciò che continuo, ostinata, ad amare.
E se un giorno mi cercherai alla luce del sole,
forse non ci sarò più,
perché ero, sono e sarò per sempre
l’amore che non può essere amato.
A Natale non sono i regali a fare la differenza,
ma ciò che nasce dal cuore.
Il dono più prezioso
non si compra
e non si trova in nessun negozio:
è un pensiero che arriva quando serve,
una parola sincera,
una presenza che scalda
più di qualsiasi oggetto.
È il tempo che scegliamo di donare,
il desiderio silenzioso di strappare un sorriso,
i ricordi che restano
quando tutto il resto passa.
Il vero regalo
è sentirsi importanti per qualcuno,
sapere di avere un posto
nel cuore di chi ci vuole bene.
Forse è proprio questo
che rende speciale ogni Natale.
A volte ci si chiede come sarebbe stato il presente se avessimo fatto scelte diverse, se avessimo saputo dimostrare prima ciò che oggi sentiamo con più chiarezza. Le decisioni sbagliate in amore non influenzano soltanto i giorni che scorrono: riscrivono i percorsi, ridisegnano i futuri, spesso senza darci il tempo di accorgercene.
Col tempo si impara che non sono solo i grandi errori a lasciare segni profondi, ma anche le piccole mancanze quotidiane: un gesto mancato, un silenzio quando sarebbero servite parole, una distanza quando sarebbe bastata la presenza.
Fa male pensare che il futuro che si sognava non esista più. Eppure, dentro di noi, quel futuro continua a vivere: non come illusione, ma come un promemoria di ciò che desideriamo essere, anche quando le strade si dividono.
E se la vita dovesse mai concedere un nuovo spazio, anche piccolo, sarebbe bello arrivarci con un cuore più presente. E se invece ciò che abbiamo vissuto dovesse restare soltanto un ricordo… sarà comunque quello più vero.
Ebbene, in una palazzina ne La Crocetta (o Crösetta, come la chiamano con sommesso orgoglio) una signora con il cane mi guardava con estrema circospezione: dovevo salire in ascensore, così evitò per attendere di nuovo il cabinato. Nessuno sguardo dall'alto verso il basso, nessuno scrutare: ero uno sconosciuto, e tanto bastava. Di sotto, nelle stradine dritte e mai contorte, aperte e smussate, il Liberty si vedeva che nascondeva spigoli nascosti e cuori ardenti. Eppure, la gente era posatamente imbiancata, di una lentezza sadica e di una postura cadaverica. Era quello che volevo. Un'invisivibilità forzata, del saluti scarsamente veraci e caserecci. Quella gente divampava nelle ossa e moriva dalla voglia di tingersi d'un bianco che, pur diverso, fosse sempre bianco. Quegli spigoli dovevano essere progettati per non farsi male una volta sbattutaci la testa, come il neonato che non cammina e viene agevolato nell'intestazione dei no-self del mondo. Non poteva già nevicare, infatti era solo calcina, fine, ordinata, riservata e frettolosa di lasciare il palco senza posarsi mai. Torino era quest'ammasso di volti lugubri, lucido e contriti: non si sarebbero mai girati pur di non dare conferma ai sospetti dei loro orrori mentali più tremendi. Così le pagine bianche sono quelle che raccontano le vere storie, allarmando la mente e costringendola a congetturare. Torino faceva silenzio, ma senza quell'ansia di un botto all'improvviso.
E basta con questa burocrazia insulsa e stupida, che ci assilla giornalmente in ogni cosa che facciamo!
Per esempio, andiamo alle Poste per avere un estratto conto e la cassiera subito ci chiede carta d'identità, codice fiscale, numero del conto, IBAN, PIN, PUK, POS, Pim Pum Pam…che Pay PAL!
Come se non avessero già tutti i nostri dati!
E poi ci colleghiamo con il sito dell’INPS per chiedere della nostra situazione pensionistica; e qui comincia la tragedia;si entra solo con lo SPID (Servizio per idioti e dementi).
Bisogna introdurre la nostra Mail, il numero utente e la password che, maledizione! non c'è la ricordiamo più.
Quindi ne richiediamo una nuova che ci arriva dopo aver digitato un link.
E voilà! Eccola la nuova password suggerita. Gkk48#&-?83bporcput, facilissima da ricordare!
Ma non basta; per la nostra sicurezza informatica ci vuole un ulteriore step;
occorre scansionare il QR, mandare una PEC che conferma il Barcode, inserire il codice inviato via mail, la foto di un’impronta digitale, un referto che segnala problemi alla prostata, se si convive more uxorio e, alla fine ci arriva un messaggio che ci dice; accesso negato, si prega di riprovare!
E no! questo è troppo, ma vadavia i ciapp!
Stremato da questi contrattempi, decido di spedire un pacco ad un amico col corriere BRT; apriti cielo! Bisogna inserire nel modulo nome, cognome, indirizzo, telefono, altezza, numero di scarpe, se si hanno i capelli neri o grigi, se militesente, quantità di peli sul culo, se diabetico o celiaco, testimone di Geova, vegano, anlmalista, apolide o appartenente alla comunità LGBTQ plus…oh basta per carità!… Gesù, salvaci tu!
Immagini perturbanti invadono
i miei spazi di addormentamento.
Figure femminili, acide, si aprono e si richiudono
ruotando su se stesse.
Imprevedibili.
Macchie scure come inchiostro
in una soluzione fluida.
Cerco di fissarle ma la mia attenzione è catturata
da bocche assassine che mi chiamano
e da occhi che ridisegnano ogni volta
forme distorte e terrificanti di volti,
per poi stracciarsi.
Nel buio più nero c'è sempre una creatura tentacolare
che dal suo fondo mi risucchia.
Quindi, chiedo, è così che andrà?
Mi anestetizzeranno, mi apriranno il torace
e collegheranno la circolazione sanguigna
ad una macchina.
Poi fermeranno il mio cuore
per sostituire le valvole che mi hanno accompagnato
in tutti questi anni.
Vedi come potrebbe essere facile,
a quel punto, lasciare questa vita zoppa(?)
perché, quando mi rianimeranno,
chi vi garantisce che io voglia tornare?
La prima volta ha prevalso l'istinto,
una sorta di azzardo,
ma questa volta c'è una consapevolezza diversa, piena,
di sapere la vita,
questa meravigliosa vita che vi conduce alla metafora del viaggio,
a sensi senza senso, ad un continuo eccetera eccetera,
lasciando conti in sospeso, passi stentati,
bianche puledre sciolte e letti chiavati.
E c'ho lavorato tanto su questa cosa della scrittura,
convinta che la poesia potrebbe essere l'unico motivo che valga la pena,
per non lasciare che tutto resti nel segreto
delle mie stanze.
Per correre ancora, non più col cuore in gola.
Se non avrete più notizie di me...
sappiate che vi ho amato senza pietà.






