oppure ggià miezo acciso.
Chi nasce acciurtato,
bello e mprufummato.
Chi nasce niro comm'a pece,
chi russo, chi paunazzo.
Chi nasce dint'ô castello,
chi dint'a nu bbello palazzo.
Chi nasce figlio 'e zoccola,
chi figlio 'e pascià o 'e rrè.
Chi nasce senza ggenio
e senza manco 'o vvulé.
Chi nasce figlio 'e nisciuno,
o sotto ô chiaro 'e luna.
Chi nasce figlio 'e ntrocchia,
o dinto a na parrocchia.
Chi nasce pe sbaglio
e cchi miezo cacaglio.
Chi nasce senza peccato,
comm'ô giglio mmaculato.
Chi nasce affurtunato
e nun prova maje mbarazzo
e cchi vene vummecato
comme fusse sputazza.
Comm'è, comme nun è...
sarrà come sarrà...ma...
na fella 'e bbona ciorta,
ogneduno ll'avess'â pruvà.
E ppo' sarranno mazze 'e rose,
mazze 'e scopa, mazze 'e carte.
Sarranno cape sciacquere,
carte 'e tressette, mbrattacarte.
Na sola cosa è ccerta;
o si' bbravo o faje 'o pazzo ..
dint'â vita pe ccampà bbuono,
...nce vo' 'o mazzo.
Nota a “La guerra”
Questa poesia nasce dal bisogno di dare voce a ciò che spesso viene taciuto: il peso silenzioso della guerra su chi la subisce, non su chi la dichiara. Non ci sono eroi, né bandiere, solo corpi, nomi cancellati, madri con la voce spezzata.
Ho scritto questi versi pensando a tutte le città i cui muri portano ancora i segni delle esplosioni, e a tutti i bambini che contano i secondi tra un boato e l’altro come se fosse normale. La guerra non discute: ordina, divora, cancella. Eppure, anche tra le macerie, qualcosa resiste — un fiore, una voce, una mano che ricuce.
Questa poesia è un invito a non restare spettatori distratti. Perché mentre scorriamo notizie come briciole, da qualche parte qualcuno muore ancora con la parola “pace” sulle labbra. E quella parola, forse, è l’unica arma che ci resta.
La guerra
La guerra ha il passo pesante,
solleva polvere e pianto,
attraversa case vuote
e lascia grida
senza ascolto.
Cammina sui campi verdi,
li trasforma in cenere,
cancella nomi,
spezza le mani
che seminavano pane.
Non ha bandiere,
ha corpi stesi sull’asfalto,
porte sfondate,
occhi che non riescono
più a chiudersi.
Non ha eroi,
ha madri
con la voce spezzata,
bambini che contano i secondi
tra un’esplosione
e l’altra.
La guerra non discute,
ordina,
divora,
cancella.
Scrive la sua lingua
sui muri feriti
delle città.
Eppure,
tra le macerie,
qualcosa resiste,
un fiore ostinato,
la voce di un bambino,
una mano
che ancora ricuce.
Perché la guerra
può rubare i giorni,
ma non spegne
la sete di pace.
E noi,
spettatori distratti,
scorriamo notizie
come briciole,
mentre da qualche parte
qualcuno muore ancora
con la parola pace
sulle labbra.
Ho paura che l’interesse sia solo un abbaio,
che l'occhio sia un filtro per renderti gaio,
che metta in risalto quel che vuoi leggere,
spogliando le mie parole fin quasi a cedere.
Ho paura che quanto scrivi ti venga da dentro,
ma che non colpisca dello spirito il centro:
non tutto ciò che fuoriesce ed è spinto
ha origine pura, ma fegato e istinto.
Ho paura che ciò che dirai mi darà tormento,
se l'insulto per te è solo odio e lamento,
convinto che un complimento sia solo bontà,
su un piatto cemento che due facce non ha.
Ho paura, tra gente dai gesti spoglianti,
di ritrovarmi confuso pur stando tra tanti,
di fare l’errore di denudarmi davvero,
tra passanti che fingono di spogliarsi, invero.
Ed ecco il gran capo venire a formarmi;
la donna migliore mi dà consolazione;
il rivale schernisce dal fiero stallone;
e l’anziano deride il mio giovane cuore.
Ma il tutto ridà nuovo fuoco all'amore,
nel gioco infinito dell'interazione.
Nuvolaglia: sgocciola il mercurio,
raggi siderei tra graffi di crome,
cupe anse in un sinistro augurio.
S’ignora come
morrà la notte, se funesti araldi
attraverseranno spazi ghiacciati,
mentre echeggiano inni di scaldi
inascoltati,
ma il rimbombo che adesso squassa
il buio con lanci di falariche,
fende vitree vette e le trapassa.
Come cariche
inattese gli scrosci della bufera
e l’Uomo, il manto incatramato,
giunge e estingue la primavera,
decide il fato.
Sovrasta il Danubio e il Volga,
ora che si disfrena la tregenda.
Non è chi stolto non lo accolga,
l'occhio, la benda.
Stride sul cielo un’unghia di luna.
Ancora ti aspetto nella stanza,
se scorgo un astro, brillio di cruna,
ala e distanza.
EE 0-4
Virus sociali mettono ali
diffusi su spazi digitali,
vignette in post virali
scrollate senza ideali
c’era una volta lo yo-yo
oggi arrivano i meme,
tra allegoria e metafora
portano beffarda allegria
in una campagna di hashtag
diffusi da infinite imitazioni,
ubiqui talvolta ambigui
geni dell’etere di internet.
ambite prede.
Uomini che si combattono,
si offendono e si uccidono fra loro.
Uomini che con alti stivali
camminano nel fango:
fra sterpaglie, carogne e avvoltoi.
Uomini che si sentono coraggiosi,
quando armando le mani
dei loro simili...
mercanteggiano morte.
Uomini che lanciano missili
per produrre macerie.
Uomini che depredano
e si impossessano
delle altrui terre.
Uomini che hanno posto limiti
perfino agli occhi...
privandoli delle lacrime.
Uomini virtuosi e valorosi,
che per ogni morto ucciso
ricevono una medaglia.
Uomini dai cuori freddi,
come il metallo dei
loro fucili.
Uomini che uccidono
le madri dei loro figli.
Uomini che possiedono le donne,
ma non le amano.
Uomini che non si inteneriscono...
perché la tenerezza limita
e indebolisce.
Miserabili uomini senza un credo...
senza un Dio.
Io, che quando mi guardo attorno
vedo terreni aridi, polvere, detriti
e corpi sepolti sotto le macerie.
Io, che sempre più spesso,
vedo volti privi di umanità
e uomini sempre più simili
a belve assetate di sangue.
Io che vedo solo uomini
che sopprimono se stessi.
Io, che non vedo negli uomini
più nulla di umano...
io mi domando: "dov'è l'uomo?"
Chapeau chatbot
indovino digitale
sacerdote virtuale
assassino dell’attesa
sapiente alchimista
algoritmo bene in vista,
coscienza eliminata
dipendenza assicurata
sapere assoluto
voce impersonale,
il silenzio annullato
l’emozione cancellata.
ciò che edifica:
spesso rema
contro se stesso.
Uomini di tutto il mondo:
assatanati...posseduti
da demoni satanici...
"giocano" a farsi la guerra.
Ardono le fiamme:
in quest'enorme
brace umana
urla la carne.
In nome di quale Dio,
in nome di quale fede?
Braccia di bimbi
piangenti...tremano.
Troppo piccole le loro mani.
Troppo grande la loro paura.
Non capiscono perché
gli uomini si uccidono fra loro.
Non capiscono perché
le loro madri muoiono.
Non comprendono perché
le loro case,
le loro scuole,
i loro ospedali,
i loro giochi
vengono distrutti.
Mani insanguinate
stritolano come spire
di serpenti...
e lo fanno solo
perché amano
il tintinnio dei danari:
non si accontentano mai,
ne vogliono sempre di più
e per averne...tanto
si fanno la guerra.
No, i bambini non capiscono
perché i prati
sono pregni di sangue.
Parlatene con i bambini.
Chiedete ai bambini
se sono contenti
di vedere corpi inermi
mescolati a urina e feci,
stramazzare al suolo.
Un gigantesco ego
serpeggia nei cieli:
strappa cuori,
eradica fili verdi
di tenera erba...
...e appassiscono i fiori...
e le api muoiono...
e la gente innocente muore.
In un cielo di fumo grigio
non piangono le nuvole grigie:
non sono nubi fertili,
ricche di provvidenziale pioggia;
ma sono ammassi di fumo
pregni di polvere da sparo.
Nuvole a forma di proiettili,
si stagliano "orgogliose" nel cielo:
puzzano di ferro,
puzzano di morte.
Se gli uomini grandi,
i "grandi uomini"
si decidessero a "crescere..."
forse le cose cambierebbero.
Se gli uomini,
i "grandi uomini",
pensassero come i bambini...
forse il mondo
diventerebbe
un posto migliore.
I bambini
non capiscono perché
gli uomini si odiano
così tanto.
Non capiscono perché
sono egoisti e
non vogliono bene
ai loro figli.
Chiedetelo ai bambini
se sono contenti
che i loro padri
distruggano il mondo.
Chiedetelo ai bambini
se preferiscono demolire
anziché costruire.
Provate a dirlo
ai bambini
che gli uomini
uccidono per i soldi.
Non capirebbero:
i bambini litigano fra loro,
ma poi si abbracciano
e fanno subito pace.
I bambini non sono
come i "grandi..."
...non ammazzano
gli altri bambini.
No, questo i bambini
non lo fanno.
Lasciatemi in pace nel mio guscio,
lungi dalla gente che si trastulla.
Si chiudano il cancello e l’uscio:
ho da dire e da dare solo il nulla.
L’esistenza è una pantomima,
l’universo non vale uno iota.
Non sono degni di alcuna stima
quest’era fatua, il mondo idiota.
0-2
Stritolato da un vortice di pollici
in una giungla di faccine colorate
rimbalzo tra affettuosi baci,
sono tante le cose che non dici
un cuore rosso appare all’istante
l’amore vero emerge distante,
invasi da moderni geroglifici
affoghiamo tra errori ortografici
tra fiorellini e dolci cuoricini
cerco voci, suoni di violini,
sguardi, gesti, pianti e sorrisi
uccisi da emoticon servili.
di una terra ferita
sorge un tremito
che disarma la guerra,
palmi dispiegati
come braci indomite,
sguardi incandescenti
che rifiutano la resa.
Tra rovine e silenzi infranti
la pace non implora,
germoglia, resiste,
radice ribelle
nel profondo del cuore umano,
forza che ricuce
ciò che il dolore divide.
L’umanità è una fiamma
che non vacilla,
oltre confini,
paure e ferite,
scelta severa,
coraggio essenziale,
l’atto di restare
quando l’odio chiama.
È pane condiviso
contro la fame del mondo,
una voce che squarcia
la notte più oscura.
E allora il mondo
trema e si trasforma
in un unico, possente battito.
Spilluzzicare stuzzichini
bere drink con lo spritz,
è trendy senza brandy
rito tribale ormai banale
travolti da un mix di sapori
suggeriti con un link,
se il menu rimane smart
l'apericena diventa un must
una cena con gli spizzichi
le delicate uova di struzzi,
accanto a dolci maritozzi
l’apericena si scatena.
Un mondo senza piu’ limiti
assediato da sempre piu’ militi,
percorso da finti reality
la terra invasa da cimici
poteri senza limiti
offuscano l’orizzonte,
il dominio dell’arrogante
su impronte sanguinanti
guerre senza confini
dichiarazioni senza freni,
cerco invano arcobaleni
il sereno senza limiti.
Sparse schegge di missili
arse vive bimbe dai soldati,
scomparse bombe nel mare
arsenali nucleari sotto terra
frammenti di luce sull’acqua
briciole di pane tra le mani
scaglie di sapone tra le dita
brandelli di cuore sugli scogli
schegge di tempo infuocate
valori dispersi e sgretolati,
confuse gocce di memoria,
si gioca a bocce con la storia.



