Da qualche giorno aveva una sensazione di disagio interiore che non sapeva identificare né da dove giungesse, si era ritrovata dalla morte di suo marito in quella casa in riva al lago diventata troppo grande per lei, sola e senza più obiettivi da raggiungere. Tutta immersa in questi pensieri, scese nel suo giardino, si tolse le scarpe ed iniziò a camminare sul tappeto erboso appena tagliato. Le piaceva molto camminare scalza sull’erba e la rilassò un poco la morbidezza del prato carico del suo bel verde smagliante e stare ad osservare il lungo filare di rose che costeggiavano il vialetto che portava verso il lago; aveva tanta voglia di lasciarsi andare come i suoi stessi sospiri ma il tempo impietoso continuava il suo cadenzato fluire mentre quella clessidra immaginaria segnava inesorabilmente lo scandire delle ore. In quel tardo pomeriggio, la luce iniziava lentamente a ritrarsi dal giorno lasciando spazio al buio di invadere anche i più remoti angoli del giardino. Due occhi pareva osservassero dal cielo nascosti dietro le corpose nubi.
Il tempo e le distanze le vedeva diverse oggi da come le apparivano un tempo e le sembrava che il suo destino fosse ormai al termine, non riusciva a ritrovare più l’antico sorriso né altri stimoli che le dessero motivazioni per sentirsi appagata. Si rendeva conto come, mentre era alla ricerca di una rinnovata luce interiore e di altri sogni, l'oscurità le contrastasse il cammino. Si girò verso casa per ritornare sui suoi passi pensando che avrebbe potuto il giorno successivo all’alba andare fino al lago alla ricerca di risposte e pensò che forse l’abbraccio del sole l’avrebbe aiutata a trovarne.
Il giorno dopo si preannunciava una bellissima giornata con le sue magnifiche lunghe ombre create dall’inclinazione del sole al suo levare. S’incamminò Elsa verso l’imbarcadero e si sedette immergendo i piedi nell’acqua pensando di nuovo a questa sua vita fatta di silenzi e solitudini, ultimamente unici suoi nostalgici compagni.
Più triste che mai, ora guardava il lago ed una piccola lacrima s’affacciò timidamente tra le folte ciglia. E cadde dal viso di Elsa quella lacrima salata piena di rimpianti dentro l’acqua del lago sciogliendosi in mezzo ad essa fino a confondersi e diventare un tutt’uno con le acque del lago.
Tornando a casa Elsa ripensò a quella piccola lacrima che aveva perso, cadendo nell’acqua, la sua individualità e a quanto sarebbe piaciuto anche a lei abbracciare l’insieme del Tutto.
Il giorno successivo trovò un impeto diverso che la spinse di nuovo sull’imbarcadero a guardare il lago, avrebbe voluto essere come la sua lacrima del giorno prima, non sapeva che anche la lacrima era triste, sconsolata e malinconica …..
Era di nuovo una bella mattinata soleggiata, il sole sentendo oltre la malinconia di Elsa anche quella della lacrima si commosse, la fece evaporare e salire in alto nel cielo insieme alle nuvole, chiamò l’amico vento che la prese con sé portandola in luoghi mai visti pensando di renderla felice, ma la lacrima era più triste che mai, voleva tornare da chi l’aveva creata. Fu allora che arrivò il turbolento temporale con i suoi tuoni e fulmini, la mescolò con la pioggia affinché avesse compagnia tra tante amiche sorelle.
Ma lei era una lacrima salata, si sentiva diversa ed allora l’amico temporale capì ed esaudì il suo desiderio. La fece scendere giù su quel viso invecchiato dal tempo, da dove il giorno precedente era scivolata nel lago.
Elsa con il naso all’insù accolse quella goccia salata di pioggia.. e ritrovò il sorriso.. e ritornò a cantare e a ballare felice.. e a sognare, sognare più che mai.. e rise.. e rise ancora..
Ogni giornata si chiude con un miracolo in armonia con ogni cosa.
Da ragazzina abitavo vicino al mare, in un luogo allora sperduto, dove il silenzio veniva rotto soltanto dalla risacca delle onde.
Le uniche “anime” che si vedevano erano quelle dei pescatori e delle loro donne che, quasi ogni mattina, ripetevano l’atavico rito: gli uomini lasciavano le barche dopo una nottata di pesca e risalivano in fretta il viottolo sabbioso per andarsene a dormire; le donne, invece, con le “spaselle” cariche del pescato, ancora vivo, sulla testa ritornavano a passo lento in paese e cercavano di vendere la merce lungo il cammino lanciando il loro caratteristico richiamo.
Il resto era silenzio.
L’unica scappatoia che mi permetteva di incontrare i miei coetanei era la scuola. Il desiderio di stare in compagnia era talmente forte che mal sopportavo la domenica e le vacanze più lunghe. Quei periodi di isolamento mi sembravano interminabili e passavo le giornate a guardare il mare o a leggere tutto ciò che mi capitava tra le mani, anche pezzi di libri trovati per caso tra le macerie delle case distrutte dalla guerra.
I tempi erano difficili e bisognava organizzarsi, lavorando anche di fantasia. Anche la decisione di andare a vivere a pochi passi dal mare era stata dettata dalla necessità di avere un tetto sulla testa, poiché la guerra, finita da poco, aveva distrutto tutto in paese.
A gran fatica avevamo tirato su la nostra casa, pietra su pietra: una casa costruita in economia, con molto materiale recuperato dalle macerie della casa preesistente, a cominciare dalle mattonelle dei pavimenti.
Molte famiglie si trovavano nelle nostre stesse condizioni: nessuno era stato risparmiato e ciascuno cercava di ricostruire la propria vita contando sull’aiuto dei familiari.
Cominciammo scavando una grossa buca per sciogliervi le pietre di calce viva. L’acqua bisognava attingerla dal pozzo, e questo comportava un notevole sforzo. Mio padre aveva preso a giornata un muratore, ma tutta la famiglia dovette svolgere lavori di manovalanza, dandosi il cambio. Mettemmo in piedi quattro stanze, un bagno e una cucina. Per mancanza di soldi, due stanze rimasero per qualche tempo con le finestre murate, senza pavimento e senza intonaco.
Di acqua in casa, inizialmente, neanche a parlarne. Ci rifornivamo dal pozzo, che distava almeno una ventina di metri, usando un secchio e una carrucola cigolante, il cui acuto stridore si diffondeva tutt’intorno, quasi a testimoniare la fatica del lavoro. Poi mio padre ideò un sistema di pompe e tubi che permise di portare l’acqua fino alla soglia di casa, e potemmo finalmente rifornirci con più facilità.
Smettemmo così di fare avanti e indietro con i secchi che, soprattutto quando li portavamo io o mia sorella, arrivavano a destinazione già mezzo vuoti, lasciando una scia d’acqua lungo il percorso.
Durante l’estate, le due stanze praticabili le affittavamo a dei villeggianti che già prima della guerra erano soliti frequentare la zona. Noi di famiglia ci sistemavamo in quelle senza finestre e senza pavimento.
Il bagno e la cucina erano in comune ma ogni disagio svaniva davanti alla felicità di avere in casa due ragazzine della mia età, con le quali potevo giocare, correre, saltare e andare al mare.
Andavamo insieme sulla spiaggia, dove incontravamo altre persone. I villeggianti si distinguevano subito dai paesani, non solo per la maggiore spigliatezza, ma anche per il diverso modo di ripararsi dai cocenti raggi del sole. I primi avevano grossi ombrelloni infilati nella sabbia e sedie su cui sdraiarsi; i paesani, invece, creavano il loro cono d’ombra conficcando quattro canne nella sabbia, disposte a quadrato, e legando sulla sommità un pezzo di tela, spesso un lenzuolo ormai liso: quello era il loro rifugio.
Ci tuffavamo in un mare allora limpidissimo e, tra una nuotata e l’altra, noi ragazze, eravamo costrette a sistemare quei costumi di lana che, zuppi d’acqua, diventavano pesantissimi e tendevano a scendere oltre misura.
Di un costume di ricambio neanche a parlarne, bisognava stendersi al sole aspettando che si asciugassero prima di potersi rimettere in movimento. Si rideva di gusto quando qualche donna anziana si tuffava con un camicione — così usavano le paesane di una certa età — che dapprima si gonfiava come un paracadute e poi si appiccicava addosso, lasciando intravedere, in trasparenza, più di quanto avrebbe mostrato un costume che, per pudore, non veniva indossato.
Ripensandoci oggi, mi rendo conto che, all’epoca, i disagi erano tanti ma, per me, non era importante non avere l’acqua in casa o vivere per due mesi senza finestre. Ciò che mi rendeva felice era vedere il viso delle mie coetanee, nel quale potermi specchiare.
Il bisogno di stare con gli altri era così forte che, durante quei due mesi estivi, vivevo come in un incantesimo: tutto mi dava gioia, tutto aveva il sapore di una fiaba. Anche un semplice falò per bruciare gli aghi dei pini che circondavano la casa mi elettrizzava e lo vivevo come un momento speciale che la vita mi donava.
Dal mio volto traspariva una gioia intensa, della quale facevo provvista per l’inverno. La conservavo nei ricordi e la consumavo lentamente nei lunghi mesi di solitudine.
In quella mia infanzia fatta di rinunce, bastava la compagnia di una coetanea per sentirmi felice.
E questo accadeva d’estate…
Stralcio biografico estemporaneo forse inconcludente; volevo comporre un po’ di terzine ma non so cosa viene fuori, sicuramente non più versi.
Paura, sempre più intensamente e sempre più spesso questo è quel che provo quando cominciano le urla disumane, da ledere i timpani da una stanza all'altra, tra improperi, insulti, umiliazioni… nessuno interviene eppure ho avuto modo di constatare che si sente anche oltre il nostro isolato. Io non posso far nulla, dipendo in tutto e per tutto e quindi la mia presenza aumenterebbe solo la ferocia di questo forte odio nei confronti dei viventi in generale e della famiglia in particolare,dei figli perché non sono a sua completa disposizione e della moglie perché in questa guerra dichiarata unilateralmente non si schiera contro i figli. Io non ho la sua forza che, seppur malata e in attesa di intervento (sì, è un lazzaretto questa casa in cui sono un inutile ospite vegetante a carico debbo stare sempre attento a parlare poco, che qualsiasi cosa dica mi si ritorce contro), sopporta in silenzio attendendo che si attenui lo sfogo, non mostrando le lacrime e confidando che la violenza resta solo psicologica, ancora non si concretizza fisicamente. Ma io no, io ho sempre più paura e sempre più desidererei chiudermi a chiave in questa maledetta camera, seduto davanti ad un vecchio PC spento acciaccato quasi quanto me con i suoi 17 anni di attività indefessa… poi 14 anni fa abbiam cominciato a perdere colpi, io più rapidamente di lui… ora lo accendo, digitare su questa tastiera dalle lettere abrase rallenta le lacrime. Vorrei chiudermi, per sentirmi più tranquillo, ma la serratura è rotta, la chiave consumata e la toppa incastrata… del resto pure lo scrocco è consumato e la maniglia non ritorna su da sola, debbo spesso smuovere manualmente lo scrocco e/o spingere su la maniglia per far sì che il venticello debole ma sospirato di questa atroce estate non la riapra ad “effetto spiriti maligni”. Seduto con gli occhiali da sole casomai qualcuno entrando mi veda davanti al monitor con gli occhi bagnati; non reggerebbe la scusa che sia colpa del monitor, si sa che risale ad un periodo in cui ancora potevo permettermi spese di qualità e non affatica gli occhi. Ma poi, chi mai potrebbe entrare? Siam solo io, mio padre e mia madre in casa, e lui è preso dall’urlare contro di lei la rabbia nei confronti del mondo intero a partire dai figli, se si sposta dalla cucina le urla lo rendono individuabile con precisione lungo il corridoio come un sommergibile ai sonar. Non ho idea di quale sia questa volta la causa scatenante, forse mio fratello non può venire questa domenica con le bimbe (il sacro rito del pranzo domenicale dal nonno!), o forse un gatto ha miagolato in strada, ogni scusa è buona. Ma la cosa che mi fa più paura è che sempre più mi convinco che io a breve diventerò come lui (ed io non ho neanche una moglie che mi possa sopportare, quindi mi sa che diventerò peggio ancora). Non era così quando ero bambino. Per carità, egocentrico e permaloso sì, ma pronto a scatenare il festival dell’urlo per presunta mancanza di ossequio, di deferenza, quello no; del resto eravamo bambini educati ed obbedienti; ma essenzialmente, lui, nonostante i gli eventi ferali in cui la vita ha abbondato, era comunque una persona positiva. Ora non più, è davvero una polveriera di rancore e frustrazione. E non solo fa da comburente al mio pessimismo, ma alimenta proprio le mie paure, su cosa sono e cosa diventerò. Ma poi… che vi tedio a fare? Volevo solo sfogarmi componendo queste sensazioni in terzine incatenate, un Inferno attualizzato e dissacrato. Ma non sto riuscendo a fare versi, non riesco neanche a trovare una rima in -òne per firmarmi nel verso accodato ad un’ultima terzina «di ioffa vana storia da coglione.», unico endecasillabo composto nella mente. Spengo. Il PC, non me… per il mio spegnimento, non so più in che referti sperare dalle visite più recenti.
29/08/2026
I miei pensieri si perdevano sulla riva del lago stando ad osservare quel che accadeva sotto il pelo dell’acqua … e gorgogliava quell’acqua come un canto di primavera, pesciolini nuotavano tranquilli guizzando qua e là felici come era nella loro natura. Le insidie erano tante, dal luccio minaccioso che s’aggirava intorno, all’amo del pescatore che penzolava dall’alto; mamma trota in silenzio mostrava loro dove e da chi starsene lontani in una forma protettiva di madre.
Dal bordo di quella sponda andava il mio pensiero ai miei sogni ricorrenti che erano ritornati a farmi visita dopo tanti anni mentre mi domandavo chissà mai perché … in quei sogni ricorrenti tra un dormiveglia ed un altro mi trovavo ogni volta come in un “déjà vu” in un certo senso in un loop-temporale, continuando a sognare gli stessi sogni di momenti vissuti in età adolescenziale; le ombre della notte tornavano a ripresentarsi attraverso i ricordi di ieri.
Avevo in quel periodo il desiderio di esprimermi attraverso il disegno e adoravo soprattutto i cavalli, animali nobili che catturavano la mia attenzione con la loro possente muscolatura che mi veniva facile disegnare a matita in bianco e nero, trovando così modo di evidenziare con luci ed ombre quell’ammasso di muscoli imponenti nell’atto di una corsa libera senza freni.
I miei sogni di allora si ripetevano sovente in una sfrenata corsa su un destriero bianco cavalcato senza sella: io e lui in un tutt’uno correvamo sulla rena del mare tra mille schizzi d’acqua cristallina o su un terreno imbiancato dalla neve che mossa dagli zoccoli della creatura, s’alzava in una bianca nube fino a confondere le tracce.
Oggi dopo un lungo periodo di assenza quel destriero è tornato a farmi compagnia quasi tutte le notti in un sogno che, secondo me, rappresentava allora e rappresenta ancora oggi un grande senso di libertà da ogni momento di costrizione della naturale realtà che viviamo o almeno io sarei propensa così a darne una spiegazione plausibile. Il fatto è che le mie notti, oltre ad affondare in quelle radici antiche e profonde dell’infanzia, sono riapparse nell’attuale a mostrarmi il bellissimo senso di quella libertà che non abbiamo più oggi nel mondo reale costretti e circondati da regole d’ogni sorta.
Non riesco a spiegarlo in modo diverso se non come: “… i misteri del divenire …”
Balto era un cagnolino. Aveva un sogno: una famiglia! Un giorno al canile dove viveva già da tempo i suoi occhi incontrarono quelli di un bambino con la sua famiglia. Al piccolo Nicholas, infatti, dopo svariate marachelle che avevano messo a dura prova la pazienza dei suoi genitori, gli fu assegnata una punizione un po’ speciale: quella di prendersi cura dei piccoli ospiti a quattro zampe del canile della sua cittadina. Nicholas, entusiasta per essere riuscito a scampare a punizioni ben più severe, non se lo fece ripetere due volte, e così, assecondando la volontà di mamma e papà, accettò di buon grado. Era sicuro che fare compagnia a quei teneri cagnolini soli e sfortunati, sarebbe stato allo stesso tempo divertente e molto gratificante. Così raggiungeva il canile in sella alla sua bici due giorni a settimana, portando con sé anche qualche piccola coperta per i poveri cagnolini, ciotole nuove per dissetarli e del buon cibo per sfamarli. Che dire, il piccolo Nicholas, ci sapeva proprio fare con quei cuccioli! In pochissimo tempo, era infatti diventato la mascotte di tutti i cagnolini, soprattutto di Balto, che sembrava nutrire per lui un affetto particolare. Una notte, nel buio della sua cuccia, immerso in un sonno profondo, Balto sognò la Madrina dei Cuccioli che gli consegnava una piccola bandana gialla. “Legala attorno al collo come una piccola sciarpetta”, gli disse, “Vedrai che molto presto anche il tuo sogno di vivere in una bellissima famiglia si avvererà”. Il giorno successivo, Nicholas, arrivò puntuale come sempre al canile, pronto ad accudire con la sua compagnia i piccoli ospiti a quattro zampe. In una delle sue spericolate corse a rincorrere quella marea festante di umidi musetti e di code che scodinzolavano divertite, perse da una tasca una piccola bandana gialla. Balto se ne accorse immediatamente, la raccolse con un morso e la portò nella sua cuccia accorgendosi che era praticamente uguale alla sua. La Madrina dei Cuccioli, che solo Balto poteva vedere, apparve allora davanti ai suoi occhietti verdi ed increduli. “Com’è possibile?”, chiese Balto sconcertato. “C’è un legame insospettabile tra te e il piccolo Nicholas”, confessò la Madrina dei Cuccioli. “La perfida Dea degli Ossi, accecata dall’invidia perché non poteva avere dei cuccioli a causa della sua malvagità, come invece è successo alla tua dolce mamma e al tuo papà, quando seppe della tua nascita, trasformò i tuoi fratellini in bambini e li abbandonò in città, cosicché nessuno avrebbe mai potuto sospettare un simile legame, costringendovi a vivere separati per sempre”. “Non ci credo, disse Balto, tutto questo ha veramente dell’incredibile! Come può un bambino essere un mio fratellino?! Io sono un cagnolino!”, replicò Balto sconvolto. Ma Balto aveva legato attorno al collo come una piccola sciarpetta anche la gialla bandana di Nicholas. E così, guardandosi attorno, si accorse che quel bambino bravo a compiere tante marachelle era effettivamente diventato un cagnolino del suo stesso colore ma dal temperamento veramente vivace! Balto ebbe così la prova che la Madrina dei Cuccioli non aveva detto una bugia! Il loro era e restò un legame veramente speciale, uno di quelli che nasce ed esiste solo fra fratelli! Da quel giorno, infatti, i due divennero veramente inseparabili, e con l’aiuto della buona Madrina dei Cuccioli riuscirono a ritrovare i loro quattro fratellini, e a vivere finalmente insieme come una famiglia felice ed amorevole insieme alla loro vera mamma e al loro vero papà.
Ti ho cercato in tutto ciò che il tempo si è dimenticato di cancellare e ho ascoltato mentre parlavi di te… ho visto le nostre strade dividersi, mentre fuori regnava odio, cattiveria e caos. Adesso stringiamo nelle mani i frammenti delle nostre vite, come fossero vetri rotti, aspettando una primavera che stenta ad arrivare. E da lontano sento il tuo smarrimento nel voler trovare un senso logico in quel confuso groviglio di ostacoli e incroci che è l’esistenza…
Ed eccolo lì il ricordo di quel dolore che fa capolino.. di nuovo..
La vita dona, la vita toglie.
L’autunno incarna in sé il morire del tempo, gioca il suo ruolo di abbandono nel mondo, tutto nasce cresce, vive e poi muore nell’autunno della vita, chi prima e chi dopo, tutti raggiungiamo quella meta … poi succede che un frutto cade prima ancora di maturare e pensando al frutto, a noi pare quasi una normalità, si dà per scontato che faccia parte della vita!
Ma non è vero!
Il pensiero allora ritorna indietro nel tempo e ancor ti porta alla domanda di sempre: perché proprio a me, perché la vita ad alcuni porta prove più che ad altri ma a queste domande non v’è risposta alcuna! Cala l’inverno nel cuore e con quello ci devi lavorare o convivere, ti rendi conto che il dolore anche se superato resta sempre un poco latente, nascosto dentro un pensiero intrecciato nella trama della mente fin giù, giù nelle profondità dell’anima, e tu spegni la luce per restare sola al buio!
E’ così che una volta riaperti gli occhi, il buio della stanza è come un abbraccio, diventa pacatamente dolce il silenzio mentre sovrasta ogni angolo che come d’incanto s’illumina e s’accende in un cielo punteggiato di stelle come se ne vedono in alta montagna dove le luci delle città non possono impedire alle stelle di apparire, brillare e pulsare, diventa forse un sogno, chissà.. e socchiusi gli occhi, un sospiro, un suono.. una voce come melodia che chiama: è come un sussurro poi, quel sussurro si fa presenza tangibile..
il tempo che vi spendete è mero fumo...
Non ho un solo volto, né una sola dimora:
son capace di vestire ogni parte e di camminare,
invisibile e presente, tanto nei palazzi dei re quanto nelle ombre dei vicoli.
Io sono colui che è, ovunque e in nessun luogo.
Lì sopra si erano appoggiate mani, tazze, risate. Era il centro di tutto: parole che si intrecciavano, occhi che si cercavano, silenzi pieni e mai vuoti.
Una volta ci sedevamo vicini davvero. Si parlava senza fretta, si sorrideva per niente, e quel niente bastava.
Poi, piano, è arrivata la tecnologia.
All’inizio era solo un oggetto in più, appoggiato tra i piatti. Poi è diventato due, tre, uno per ciascuno. Le teste si sono abbassate, gli sguardi si sono spenti. Il tavolo è rimasto lo stesso, ma non era più un luogo: era solo una superficie.
Le risate si sono fatte rare, le parole corte, distratte. Ognuno chiuso nel proprio piccolo mondo luminoso, mentre quello vero, fatto di occhi e respiri, si allontanava senza fare rumore.
Il tavolo ha continuato ad aspettare.
Ogni sera, immobile, custodisce ancora l’eco di ciò che eravamo. Forse sa che basterebbe poco — un telefono spento, uno sguardo alzato — per tornare a vivere.
Ma intanto resta lì,
testimone silenzioso di una distanza nata troppo vicino.
Spalancò la finestra per osservare meglio il bel panorama che si vedeva dalla sua camera con vista sul mare. A malapena s’intravvedeva l’orizzonte, una linea sottilissima, appena abbozzata che definiva la fine del mare e l’inizio del cielo che in questo momento d’inizio d’alba, stava per tingersi di un bel colore rosato …
Poco più in là, oltre la lunga spiaggia arenile, si stagliava una lussureggiante e verde boscaglia che si faceva complice di centinai di nidi di svariate varietà d’animali boschivi.
Davide, dopo aver fatto un’abbondante colazione con latte e cornflakes, si spostò sorseggiando la sua prima tazza di caffè forte e amaro, sull’ampio terrazzo di quella casa vicino al mare sulla cui ringhiera troneggiavano ben allineati i rettangolari vasi di gerani con i fiori che ritornavano a mostrare il loro bel colore rosso vermiglio già alle prime luci dell’alba.
Rientrò dentro casa ed avvicinandosi al pianoforte a coda, schiacciò qualche tasto ma ascoltate poche note scosse la testa con fare scontento e sconsolato.
Davide era un giovane cantautore alle sue prime armi, aveva vinto da poco il suo primo concorso e una casa discografica gli aveva commissionato una compilation tutta di sue canzoni, qualcuna già l’aveva ed era a buon punto ma, per terminare il lavoro ne doveva scrivere ancora una inedita, il testo lo aveva già nella mente ma non riusciva a trovare l’ispirazione per la musica, era andato in quella casa in riva al mare per trovare la tranquilla serenità che gli desse lo stimolo necessario.
Sentì suonare alla porta e seccato pensò tre sé e sé:
“ma chi mai sarà così presto?” andando ad aprire.
“Non ho proprio bisogno d’intrusioni in questo momento!” continuò a pensare.
Si trovò davanti Giulia, una vecchia amica del posto, una bella ragazza con un bell’ovale, dei bei capelli castano scuro, lisci e lunghi fino al seno ed un corpo ben proporzionato; portava una Tshirt gialla e dei pantaloncini al ginocchio che lasciavano liberi i forti polpacci.
“Ciao Davide, stavo facendo footing sul lungomare quando ho visto la tua casa aperta ed ho pensato di passare a salutarti” disse sorridente Giulia con voce allegra e argentina.
“È tanto tempo che non vieni più qui!” aggiunse.
“È vero, sarà un anno e mezzo che non vengo qui” disse Davide.
“Sono venuto in cerca d’ispirazione per la mia prima compilation che la casa discografica mi ha commissionato ma purtroppo anche qui non sono ancora riuscito a mettere insieme due note!”
Giulia sapeva che lui era un cantautore ed aveva seguito, anche se solo un poco, il suo successo per cui si dispiacque di questo suo momentaneo arenamento.
“Dai non te la prendere, sai che questa casa ti ha sempre ispirato, vedrai , tutto arriverà in modo naturale come ti è sempre accaduto …” lo consolò convinta Giulia.
“Ma entra” le disse Davide aprendo tutta la porta “vieni che ti leggo il testo”
Davide lesse il testo a Giulia che lo trovò fantastico! Poi con quel suo fare spensierato gli disse:
“Dai, adesso non pensare alla musica, verrà, vieni che andiamo giù a camminare lungo la spiaggia.”
Lo prese di brutto per mano trascinandolo sul balcone e poi giù per le scale che scendevano verso la spiaggia, corsero ridendo lungo la stradina costeggiata dai doppi filari di splendide rose rosse, bianche, rosa e gialle che erano in piena fioritura donando al paesaggio magnifici colori e profumi tipici del luogo.
Ridevano felici, Giulia era proprio contagiosa, corsero e corsero ancora fino alla spiaggia a guardare le onde che s’infrangevano e si ritiravano sulla sabbia. Si tolsero le scarpe e come dei bambini felici, sguazzavano coi piedi nell’acqua giocando tra un’onda e l’altra.
Felice ora Davide di quell’incontro casuale, iniziò ad abbozzare un motivo, a canticchiare il testo della sua canzone e quasi senza accorgersene aveva trovato il feeling tra testo e musica!
Abbracciò Giulia con grande gioia e tenerezza di quel momento speciale che questa amica di vecchia data arrivata al momento giusto a rallegrare la sua vita e soprattutto a fargli trovare la giusta ispirazione.
Corsero in casa e velocemente Davide, mentre la mente ancora cantava quel motivo arrivato come d’incanto …. “con matita – spartito” scrisse frenetico le note sotto una forte ispirazione ed in meno di quanto si potesse immaginare il pezzo, una nota dietro l’altra, venne completato!
Quando lo suonò al pianoforte Giulia lo ascoltava estasiata, era veramente una bella canzone, la melodia appena creata poi, scatenava insieme alle parole, fortissime emozioni!
“Bravo Davide, è proprio una bella canzone” gli disse Giulia.
“Grazie Giulia, devo dire che è anche merito tuo, il tuo arrivo, la tua allegria, il tuo sorriso e la tua spensieratezza sono stati determinanti” ribadì Davide.
Decisero di continuare la giornata andando a ritrovare gli antichi posti della loro bella amicizia parlando dei tempi passati di uno e dell’altra.
Il giorno dopo i loro impegni li avrebbero di nuovo separati, ma si lasciarono con la promessa di ritrovarsi durante l’estate successiva.





