«Nell'andare verso nord, sotto la cintura delle Alpi, un crogiolo di case riempie la pianura veneta, qui vi scorre irrequieto il Bacchiglione attraversando le terre del Palladio e gli Euganei colli fino al Patavino capoluogo dove si dirama fino a toccare il Brenta dolomitico e di là va poi a trovar sbocco in quella che chiamano laguna di Venezia.
Guarda l'altopiano d'Asiago dai sui erti monti il comprensorio sottostante invidioso della nebbia che frequentemente lo riempie.
Non lontano dal luogo di nascita del Mantegna se ne sta il borgo che m’accoglie con la sua torre comunale e il campanile della vecchia chiesa.
La vista che accoglie volge in fronte al colle della Madonna ai piedi del quale, prima d'iniziar la salita che al parco regionale porta, si trova l' Abbazia di Praglia, con la sua millenaria storia.

Al suo interno la biblioteca nazionale ospita molte delle opere di Antonio Fogazzaro lasciate in eredità ai monaci Benedettini, un suo romanzo fu ispirato ai luoghi stessi»

V'era una stradina nel luogo di mia dimora che amava circondarsi d'orticelli così piccoli e quadrati da sembrar quasi una grande scacchiera dove qualche alto stelo di pomodorini si dava aria d'essere il re e delle verdi zucchine pensavano magari d'esser regine e tutta la corte erano poi i vari ortaggi di stagione.
Codesta picciola viuzza s’inoltrava formando uno stretto sentiero all'interno d'un bosco di tigli e querce che a cintura circondava un lago dalle acque verdi e chiare.
Percorrendo quel cammino, sotto un arco di rami intrecciati, s'andava all'interno della vegetazione fin quando poi non si godeva di stupenda vista.
Un casolare antico nascondeva la via d'accesso, rendendo quei luoghi riservati e nascosti al rumore e agli affanni del quotidiano vivere.
In inverno la terra, intrisa d'umido e nebbie ricorrenti, si presentava tanto fangosa da rendere l'accesso al lago meno agevole.
Spesso andavo per esso accompagnato da raminghi pensiero e in quel venire di cercati ricordi dettavo al mio diario sensazioni di melanconiche vedute.

Pensieri sfiorarono i tuoi sensi.
S'ammantarono di fresca
mattutina bruma,
in un insolito gennaio
che al freddo rideva di sé,
fra nuvole e spogli campi.

«La vecchia chiesa pareva diroccata seppur d’essa s’udiva ancora il tocco delle campane, qualche scoiattolo, balzellando qua e là, raccattava bacche per poi scomparire nel nulla del sottobosco o su alte fronde che miravano più alla luce che al fosco umido della natura sottostante».


Arrivò un tenue sole,
s'accese di pallide
sensazioni la strada.
La percorsi
scivolando sull'erba,
ma non trovai ragione alcuna

per essere lì.
Nella distrazione d’un istante perduto

colsi dalla fresca terra un cuore.

Pareva ancora pulsare.

Cercai d’accudirlo con amore

prima di riporlo in me.

«Frastuoni velati provenivano da germani che dell’acqua non pativano il gelo e forse nemmeno esistevano se non in qualche anfratto boscoso della mia mente. Ero solo con me stesso avvinghiato agli scricchiolii che le scarpe concedevano alla pietraia bianca e scivolosa»

Pensieri sfiorarono
i miei sensi in gennaio
ma non raggiunsero
mai i suoi.

Di me ella era fantasma senza voce

carisma imprescindibile

del mio calamaio.
Le portai indietro il cuore,
ma un altro ne possedeva

e non il mio.

«Allora scrivevo steso su di una radice che tra le secche foglie usciva fuori a curiosare fino a morire con il suo legno nell'acque del lago.

Nulla poteva il freddo su un uomo già freddo e inerme.
Mi tenevano compagnia i canti dei
miei perché e immaginavo primaverili merli che gironzolavano qua e là in cerca di vermetti e qualche anatra di cui mi divertivo a imitar verso.
Era una natura perfetta tanto da rendere lo spirito giovane e sognante
seppur il grigio e la nebbia circondavano ogni cosa»

Mentre una brezza leggera

dal lago saliva

dal taschino presi un cuore,
smarrito per caso
nella bruma del mattino,
lo baciai teneramente

per poi lanciarlo verso l’acqua più profonda.
E nel far questo

lasciai per sempre quel bosco,
un giorno d'un gennaio inesistente

«Ma i versi a volte finiscono e il freddo spesso risveglia il bisogno d'umano calore.
Quel calore non era molto lontano, la mia casa era poco distante; mi svegliai dal mio sogno, salutai quei luoghi con il mio infantile garbo, raccolsi le mie membra in un unico corpo e m'alzai ancor vivo nei pensieri»

Una notte distrutta
lasciò il posto
a un’alba timida e nascosta,
traversò il mio amore
e io venni a cercarla ancora
in luoghi dove il dolore
trova sempre cura.

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Profilo Autore: Giancarlo Gravili  

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La soffitta della soffiata soffritta.

Genoveffa Frau

Genoveffa Frau

Nei lontani giorni di fine ottocento due cugini sprovveduti decisero di mettere per iscritto i loro pensieri da tramandare ai posteri.
Scelsero come base una vecchia soffitta impolverata, chiusa da tempo per inutilizzo,  dopo una bella ripulita sarebbe stato un luogo ideale per scrivere in santa pace lasciando che la fantasia facesse le sue evoluzioni in totale libertà.
Per non disturbarsi a vicenda decisero di utilizzare quello spazio a giorni alterni dopo aver dato una bella sistemata al locale munito di piccole finestrelle che permettevano alla luce del sole di infiltrarsi illuminando tutto lo spazio, lasciando solo piccole zone d'ombra che non intimoriva i ragazzi.
In un angolo ricoperta da un lenzuolo un tempo bianco, troneggiava un'antica sedia a dondolo ben conservata, nessun tarlo aveva osato profanarla. Ancora non sapevano i ragazzi dei nuovi tarli con cui avrebbero dovuto combattere.
Con grande sorpresa scoprirono un antico pianoforte, neppure un graffio lo aveva intaccato, i vecchi proprietari amanti della musica, non vollero cederlo a persone incompetenti, per timore dei ladri lo fecero riporre in soffitta, con le dita rattrappite e doloranti per i reumatismi non erano stati più in grado di poterlo utilizzare, non avendo figli lo preservarono per l'unica parente ancora in vita, la sorella Emily.
Cosi era stato raccontato ai ragazzi dalla loro zia che ereditò quel vecchio casolare, un tempo maestosa villa nel verde d'una ridente vallata di Axeminon appartenente alla contea di C.Caunti Valley.
Ultimati i lavori di riassetto e pulizia, i giovani ben presto iniziarono a giorni alterni la stesura del libro che avevano in mente. Scrivere in soffitta si veniva a creare un'atmosfera ispirante, i versi fluivano leggeri come cascate verso un fiume, trascrivere le loro emozioni soggettive che poi avrebbero assemblato in un unico volume sarebbe stato un gioco.
Non si incontrarono mai nei giorni dedicati alla scrittura, rispettavano gli impegni presi e tutto procedeva per il meglio fino a che un intruso si intrufolò nella soffitta facendo man bassa dei loro appunti.
Incaricarono un investigatore privato e in breve scoprì l'autore del furto.
Messi al corrente i ragazzi compresero d'aver a che fare con uno psicopatico, individuo bipolare con manifestazioni compulsive maniacali edonistiche.
Voleva predominare su tutti, essere il migliore di tutti senza scrupoli abile nel danneggiare chiunque gli capitasse a tiro.
Convinto genio della scrittura, era solamente genio dell'inganno.
Pensava d'essere al sicuro celato dietro innumerevoli nomi fasulli, anche di donna, su cui trincerarsi, talvolta facendosi aiutare da sprovveduti complici coinvolgendoli nelle sue malefatte.
Tanti altri hanno avuto a che fare con lui e ne sono venuti fuori stremati e sfiancati.
I ragazzi presero una saggia decisione, denunciarono il fatto alle autorità competenti, il furto è un reato punibile con l'arresto e risarcimento dei danni alle vittime.
Non l'avrebbe spuntata con loro, oltretutto era ben dimostrabile il furto e il successivo plagio dei testi.
Decisivo il suo sbandierare ai quattro venti la sua capacità di trafugare opere non sue.
Presto avrebbe varcato le soglie del carcere, nonostante l'età avanzata, non avrebbe avuto sconti di pena essendo già stato condannato per altri reati.
Il libro avrebbe visto presto luce mentre il ladro avrebbe ritrovato il suo mondo oscuro dietro le sbarre.
Ragazzi muovetevi, oggi siete insieme e non sentite il profumo delle frittelle?
Sono la zia Emily, vi ricordate di me? In quale pianeta siete finiti?
Presto, la cena è pronta, poi mi spiegherete quali segreti mi nascondete, non sono nata ieri, voglio sapere cosa vi rende cosi euforici.
Zia Emily, l'odore di soffritto arriva alla soffitta, arriviamoooo zietta bella, non urlare, ti abbiamo sentita, poi ti raccontiamo...

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Profilo Autore: genoveffa frau*   Sostenitrice del Club Poetico dal 20-07-2021

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Ore senza tempo e tempo senza ore nelle anfore segrete dei ricordi volavano trasportate dal bizzoso Eolo che con l’ausilio dei suoi venti raccontava storie ed emozioni. Esse si rincorrevano sui fili sottili dei pensieri e delle immaginazioni arrivando a rasentare il reale per sconfinare nell’irrealtà di mondi immaginifici. Gli orologi erano divenuti sostanze appese alle caverne del mai e un popolo di giganti li usava come segnali per convertire le ragioni in illusioni. 
Potrà mai la forza della poesia superare le barriere e mischiarsi nei racconti tanto cari ai quattro venti che d’ogni vita son padroni...

«Se dovessi rincorre la solitudine d'una luce accesa,
spegnerei quella clessidra di vetro,
da troppo tempo logorata dalla polvere d'una stella cadente».

Se avessi la forza di graffiare le infinite trame tessute
dalla tristezza scolpirei sulla sabbia i tuoi occhi di cristallo.
Se la malinconia d'un vascello in fuga verso l'orizzonte,
ascoltasse i nostri lamenti,
costruirei una piramide per racchiuderli dentro.
Se gli interminabili se che camminano insieme a noi,
rimanessero solo dei se,
troverei il coraggio di sussurrare il tuo nome al vento.

Se un raggio di sole riflettesse nel tuo sguardo il labirinto
che ci imprigiona,
vagherei per l'eternità alla ricerca del tuo amore.
Se ancora una volta potessi sfiorare con le mani il tuo viso,
resterei li fermo a osservarti per ore nel silenzio d'una tempesta.
Se negli stralci di queste frasi potessi cancellare le incertezze,
forse mi ritroverei accanto a te.
Se d'un tratto scomparissero i pupazzi di latta che volano
nelle stellate notti,
mi siederei ancora con te su quella panchina triste e fredda.
Nel sogno d'un sorriso annegherei il mio amore e con
infinita dolcezza cullerei i tuoi meravigliosi occhi di cristallo.

“Gocce di rugiada lentamente cadono giù dalle foglie,
sguardi lontani s'intrecciano,
s'osservano.
Piccole ombre nascondono il volto,
lontano un bagliore scopre gli occhi.
Immagini sbiadite,
lassù ritornano a vivere.
Burattini che corrono lungo il filo della vita.
Ridono, piangono,
muoiono.
Grida nel silenzio, qualcuno ascolta,
nell'oscurità occhi di cristallo brillano,
sorridono.
Ancora una notte è trascorsa,
una notte senza tempo”

La notte urla, il cuore sanguina, dove sei?
Ti cerco nei crepuscoli estivi,
ti cerco sulle spiagge deserte,
dove sei?
Il vento spazza via i tramonti lunari,
piega in due evanescenti realtà,
soffia sul tuo viso di rugiada,
dove sei?
E dove sono i tuoi occhi di cristallo?
Dirupi immensi intorno a me, scogliere di ghiaccio si sciolgono,
sussurrano il tuo nome.
Eternità latenti dipingono paesaggi lontani,
sprazzi d'azzurro cancellano i solchi della vita,
piccoli ramoscelli s'intrecciano,
tenere foglioline sorridono alla terra,
sensazioni fuggevoli piangono,
dove sei?
Echi dispersi nelle nebbie di tempeste stellari
ricordi velati da rigagnoli di sabbia,
fiumi di papaveri imbevuti di rosse emozioni ti invocano,
dove sei?.

Ti cerco ancora sulle rocce dei sentieri, sulle ali delle statue,
ti cerco nelle maree scolorite della sera,
ma invano grido,
mi dispero.
Invano mi ripeto,
amore dove sei?
Fruscii d'un tempo immaginario
soffiano lontano.
Sprazzi d'azzurro
scompaiono all'orizzonte.
Sogni persi nelle notturne tenebre,
ricordi sospesi,
immagini stampate
sulle onde dei mari.

Pensieri...
Solo delusioni
dimenticate in un angolo.
Guardavi lontano nel tempo,
rivedevi un volto,
ricordavi un sorriso.
Poi chiudevi gli occhi e sognavi.

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Profilo Autore: Giancarlo Gravili  

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Rapito dall'amore per la bellissima Sut (Sacerdotessa del Tempio di Sefor) Akenafis s'abbandona nella perdizione per lei.
Irraggiungibile come una Dea per lui diviene ossessione d'amore.
Nessuno, nemmeno il gran sacerdote del tempio, può sfiorare la purezza di Sut.
La perdizione eterna nel mondo dei non morti attende chi oserà violare questa sacralità.
La vicinanza con questo tormento diviene sempre più insopportabile per Akenafis che affida allo scrittura la sua violenta passione.

L'occhio dal cielo.

Scruta l'occhio dal cielo i segreti degli amanti e d'essi accoglie i lamenti nelle notti gelide dei deserti.
Scruta in silenzio Akenafis che legge le parole sacre.
Pulsa il cuore.
Muore la mente nella pazzia.
Arde la pelle nel non toccare, si scioglie come miele,
colando lentamente dalle pareti dell'amore.
A nulla servono i poteri,
a nulla serve il nulla che distrugge il sacerdote.
Ti avrò Sut,
sarai mia nella casa delle intenzioni,
nella valle dei lussuriosi,
nei sotterranei delle acque nere.
Vento del deserto spira nella notte.
Granelli inondano ciò che non vede.
Il buio divora morso dopo morso
il tremore della genesi.
Gli organi vitali si scuotono sotto i colpi
del male oscuro.
Oscura è l'alito della morte che sputa il suo veleno
sulla vita di Akenafis.
Io sono ombra.
Io sono destino.
Io sono Akenafis sacerdote del sacro tempio di Sefor
ora e sempre nel corridoio dell'oblio infinito.

Il terzo alito della cenere

Terzo di cenere
nel soffio.
Sguardo di carbone.
Affusolate le gambe
scuotono le sensazioni,
vibrano le percezioni.
Ti volti,
pietra fredda in me,
caldo amante sarò.
Sciolgo il nodo
del sole morente.
Mani affusolate
lasciano segni
sul manoscritto di sabbia e conchiglie.
Amami nel tramonto delle dune,
amami come amante del tempo defunto.
Quarto di templi
del deserto dell'eden illusorio.
Losanghe disegnate
di monde paure.
Lesene del decoro,
falso inganno,
fatuo sostegno
sono i tuoi modi.
Idillio della città perduta,
oh sacerdotessa del principio delle ipocrite verità.
Sarò così per te
fra archi d'oscuro
e monumenti del torbido
sarò cosi.
amante
del tuo perso dormire.

Labirinti di perversione.

“Labirinti di perversione
tu che in me sei ossessione.
Trancio serpenti ingoiando occhi.
Scruta il falco nella notte,
il fiume dei morti ribolle d' anime.
Passi inconsistenti appaiono.
Labbra infuocate nel destino del suono.
Sfioro turgide emozioni,
sigillo in tombe mere passioni.
Re del trapassato pensiero,
manovro le membra dell'uomo.
Osservo le fattezze tue.
Nelle trasparenze m'immergo
per morire rinascendo.
Siano notti nella lussuria del dio Amos,
siano effluvi della disciplina di Sefor.
Siano corpi privi di sembianze,
nel contorcersi dell'essenza del peccato.
Io sono nel sibilo del vento
che attraversa le tue vesti,
io sono acqua che nelle tue forme si compiace,
freddo come il mondo che non esiste,
caldo come l'anfora del divino nettare.
Io sono privo d'inizio,
senza orizzonti finiti.
Io sono tramonto sul Nilo.
Io sono luce delle parole,
io sono freccia persa
nella valle del fremito,
nei sentieri della tua pelle di luna,
nell'arco delle infinite perdizioni.
Io sono Akenafis signore del silenzio,
padrone dei vasi sacri,
custode dei segreti dell'immortalità,
io sono tutto e nulla,
sono in ogni dove e in nessun luogo.
Sono quello che sono,
schiavo dei tuoi occhi di smeraldo,
oh mia regina Sut”

Io sono.

Io sono,
quello che sono.
Signore del mondo dell'oltre,
padrone delle tenebre di Assurbal.
Tra rive di reconditi perché mi ritrovai
e cascate di nubi
sorte dove non erano tentazioni.
Io che del corpo tralasciai discipline
per essere empio e poco.
Cercai il colmo
d'un bicchiere vuoto.
Come fiori d'un deserto
assaggiai il corso del sapere
avidamente affamato,
digiuno dell'universale moto.
Seppi di te,
oh dea,
amante di perdute reminiscenze.
Da te venni a imparare
turgide carezze nel bagno del peccato.
Bevvi da infuocati seni,
l'arte della incoscienza
perdendomi nel tempio dell'oblio.
Io che vissi morendo,
fui vita quando morte colse
il senso del nonsenso.
Quando l'abbandono nel tuo flessuoso velluto
mi rese avido di te.
D'avorio e mirra vestii le mie mani,
d'oro furono i gemiti,
di mosto e miele
fu il succo dell'amore.
Ventagli di spezie adornarono il pulsare,
onde del mare s'infransero nella calma d'obliate lagune,
scrosci di tempeste mi inebriarono del tuo amplesso.
Fui tutto in un momento.
Fui esistenza,
spegnendomi in quel momento.
Mai più vissi,
mai più compresi.
Lasciai la foresta delle gocce di lussuria,
lasciai il tramonto sui tuoi occhi d'argilla pura,
mi specchiai nel regno del mirto in fiore.
Divenni fiore
dell'oscurità
per esser preda
d'un convulso esistere.
Divenni lacrima per bagnare il tuo viso.
Divenni sole per prosciugare la tua sete.
Divenni effimera sospensione d' acque di rugiada
per acquietare i tuoi sensi.
Divenni emisfero di luce
per illuminare il tuo lato oscuro,
Infine divenni ombra per ghermire le tue sembianze
e custodirle nel mio paradiso dei sensi.

Trascorro il tempo.
Akenafis s'abbandona a se stesso nella dolcezza dell'amore impossibile.

“Trascorro il tempo
sospeso tra il crepuscolo che abbraccia il mare
e le tue labbra rosso fuoco.
Intreccio le onde
con i tuoi capelli scuri come profonde acque.
Freme l'aria,
scossa da fulmini e tuoni.
Freme la tempesta che sferza il cuore.
Solco le acque senza timore
per giungere da te,
mia regina.
Spargerò d'ambrosia il sentiero degli dei.
Trasformerò in oro i calici in cui berrai
il nettare dell'amore.
Riempirò le otri di novello succo.
Miele sarò per i tuoi sensi.
Sarà amore a far germogliare aridi deserti,
sarà amore,
per sempre scritto sulle pietre dei templi,
che al vento offrono passioni e desideri”.

Akenafis s'addormenta nel desiderio e la sua passione diviene amore puro.

Dolce miele,
delizia della mia lussuria,
di te mi nutro in ozio
saziando l'insaziabile,
estinguendo il pulsante tremare del desiderio.
Tu che sei rovente sabbia del mio crogiolo,
lascia che io ti assapori fino all'ultimo lembo,
lascia che io stenda le mie mani sul tuo inebriante
profumo.
Lascia che il notturno gemere svegli l'universo
dal suo oscuro torpore,
lascia che io sia quello che sono:
l'amante tuo.
Amore se mai accarezzerò
il colore della vita,
ascolta le frasi scolpite nella mia pazzia.
Ascolta il torrente di solitudine
che scorre nel mio cuore.
Ascolta il lamento del mare
che sussurra nenie dimenticate.
Oceani confusi
oltre l'orizzonte danzano nella libidine.
Laggiù l'eco s'inchina al tuo splendore.
Laggiù la profondità dei tuoi movimenti
innalza le onde delle nostre paure.

Ultimo atto la morte

Akenafis si sveglia dal sonno dell'oblio e nel tormento assoluto decide di suicidarsi con il veleno.

Ancora una volta
attraverserò le più remote regioni dell'impossibile,
per stringere a me l'origine del peccato.
Tu che fosti mio peccato
tu che silente ascoltasti il mio ultimo “ti amo”,
cantato per te.
Ascolta ora il mio ultimo respiro oh mia regina.

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Profilo Autore: Giancarlo Gravili  

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Un mattino mi recai da un ottico, alla ricerca di un paio di occhiali per vedere finalmente DIO! Ne provai a decine, a centinaia! Ma con nessun paio potevo vedere dio. Andai allora da un altro ottico: stessa triste storia, dio non si vedeva con nessuna lente! Feci visita ad altri dieci, venti, trenta ottici! Niente da fare, non trovai occhiali per vedere dio! Cominciai a dubitare dei miei occhi, così feci molte visite oculistiche, ma nessun dottore mi trovò difetti di visione. Presa dallo sconforto, decisi di distrarmi facendo una passeggiata in campagna. C'era un sole fortissimo, mi dava noia agli occhi, così indossai degli occhiali da sole. Dopo averli indossati, il sole smise di accecarmi, così potei guardare meglio e tutto divenne più chiaro: compresi finalmente che dio è solo un abbaglio, ma non abbaglia gli occhi, bensì la mente! Non lo vedremo mai perché non esiste, non ci vuole bene, perché semplicemente non c'è. Dobbiamo volerci bene noi. Solo liberi dall'abbaglio si comincia a vivere davvero.
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Profilo Autore: poetessalibera  

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Andando un giorno a Sciacca, ebbi uno choc vedendo uno sceicco che sciacquava in acqua uno scialle piuttosto sciupato con la foto di Shakira che, tra l'altro, era stato rubato ad uno sciamano di Shanghai da uno scippatore sherpa che, scappando, era scivolato su un foulard di chiffon piuttosto chic.
Per distrarmi da queste sciocchezze, decisi di andare a sciare a Sciaffusa con un bel paio di sci nuovi marca Schuco, della sciolina, il mio cagnolino sharpey di nome Shaki e una sciccosa sciarpa in shantung con l'effigie dello Shuttle, firmata da Chanel.
Salendo sulla sciovia, sfortunatamente , caddi scioccamente, sciancandomi la schiena.
Fu un vero choc che mi procurò un incubo tale che ebbi la visione di uno sceriffo vestito con uno chemisier in Shetland che, dopo una bevuta di uno Chardonnay sceccherato,pedalando su una bici con cambio Shimano, sciorinava frasi del filosofo Schopenhauer ascoltando brani scelti di Chopin e Schostakovic mente giocava a Shangai e a chemin de fer vicino ad una chaise- longue... Che sciocchezze... scialla!
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Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

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"Fammi nascere affinché io possa veder sorgere il sole ogni giorno", disse il seme alle fertili e rigogliose zolle. "Ti nutrirò come meglio potrò: estrarrò dai miei seni il nutrimento adatto per farti crescere forte e vigoroso," rispose la terra. Fu così che madre terra accolse nel suo ventre il seme e quando a primavera partorì il frutto, fornì ad esso tutto quanto gli serviva per farlo crescere sano e forte. Così il seme divenne dapprima un piccolo verde virgulto, poi una piantina e col passare del tempo un albero robusto e vigoroso. Quando fu pronto per cavarsela da solo, la terra fece la solita raccomandazione che ogni madre fa al proprio figlio: "ora sei pronto per affrontare la vita. Lascia che il sole ti baci, non temere la pioggia: dopo il temporale esce sempre il sereno. Quando il vento urla forte e ti spezza qualche ramoscello, tu non fermarti mai troppo a leccarti le ferite: chi combatte può vincere, può perdere, ma vale la pena provarci...sempre. Abbi pietà per chi non è consapevole di ciò che fa: non tutti hanno la capacità di discernere. Non fidarti di chi promette e non mantiene: perderai solo inutile tempo. Sappi che nulla si ottiene facilmente: se vuoi ottenere risultati migliori devi impegnarti al massimo. In caso di bisogno chiedi aiuto, ma non appoggiarti troppo agli altri, perché rischieresti di cadere: ricorda che ognuno ha le sue debolezze. Quando la tua buccia comincerà a raggrinzirsi, non andare contro natura cercando di riparare piccole ferite che vengono considerati inestetismi, con inutili, miracolose e costose "cure"; ma accetta che la natura faccia il suo corso e che il tempo lasci su di te il segno dei tuoi anni. Quando comincerai a sentirti stanco e i tuoi rami saranno secchi, lasciati andare; perché vivere è sempre un privilegio e tu hai avuto la fortuna di nascere." Se i tuoi frutti cadranno sul terreno e spargeranno tutt'attorno i loro semi, nasceranno piccoli germogli che diventeranno piantine e poi alberi...e poi: finché c'è un dopo, non si smette mai di vivere."
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Profilo Autore: Giovanna Balsamo  

Questo autore ha pubblicato 163 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
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Piange la città!

Giorno di meraviglia e di stupore,

in luccichio a specchio di colore,

la strada è imbiondita di torpore,

e la gente corre tenendosi le mani..

Piange il cielo,

son gocce a penetrar la pelle,

un viso stanco ad armonizzar dolore,

la pioggia bagna ogni sentor di vita..

Anime ed anime inumidite dal folcore intorno,

camminano i pensieri per le vie della città

rimbalzano spontanei, ma nessuno li vede,

e la pioggia lava ed asciuga ogni sudore,

che dal cielo riversa sulla terra.

Camminano anime vagabonde,

mentre la pioggia bagna la città,

la città piange!



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Profilo Autore: Adele Vincenti  

Questo autore ha pubblicato 95 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.

Il viaggio della speranza… parole residue, tra le tante in fondo alla giornata. Le ho lette in farmacia, su un bussolotto di vetro accanto alla cassa, c’era l’asola per infilare i soldi e la fotografia di un bambino appiccicata con lo scotch, uno di quelli da portare lontano per tentare un’operazione, un viaggio della speranza, appunto. Mi giro sul cuscino, macino respiri sonori. Guardo il corpo di Giuliano, fermo, pesante. Dorme come dorme lui, supino, a torso nudo. Dalla bocca ogni tanto cava fuori un piccolo grugnito, come una bestia placida che scaccia moscerini.
Tutto pareva convincermi che l'unica soluzione era quel viaggio per cercare di trovare qualche soluzione a un problema di per sé gravissimo.
Lui dormiva, non voleva farmi pesare la sua preoccupazione, dimostrava coraggio per trasfonderlo in me, allo stremo delle forze, con i peggiori pensieri catastrofici che mi assillavano togliendomi il respiro.
Senza di lui sarei morta di dolore, una vita insieme, ero poco più di una bimba quando lo incontrai, frequentavo la terza media, ricevetti una lettera tramite sua sorella che era in classe con me, una vera e propria dichiarazione d'amore.
Pochi anni di fidanzamento, il matrimonio e i figli.
Una vita colma d'amore, ora che i ragazzi erano sistemati e avevano la loro vita, ecco la terribile diagnosi, neoplasia pancreatica e lui dormiva, allontanando i pensieri.
Ormai era tutto pronto, niente ripensamenti, ancora poche ore e saremmo partiti, in gioco c'era la sua vita, non importava la cifra che avremmo dovuto spendere tra viaggi e visite col grande luminare nel settore pancreatico, nella nostra regione non esisteva quella branca specialistica, non c'era altra alternativa, dovevamo giocare quella carta, l'unica per la vita.
Le valigie erano pronte, la notte appena cominciata, come potevo prendere sonno con l'assillo della morte che alitava al mio fianco in attesa di portarsi via la ragione della mia vita.
-Dio Santo-. Pregai.
-Prendi me e risparmia lui se questo viaggio non ci darà risposte positive alle nostre speranze-
Finalmente giunse l'alba, grigia come i pensieri che ci adombravano ma il mio Giuliano aveva un sorriso dolce, si rendeva conto che lo osservavo preoccupata e mi rassicurava stringendo le mie fredde mani tra le sue calde.
Non era bello come quando lo conobbi, era il mio uomo, lo adoravo nonostante la rotondità pronunciata della pancia che lui d'estate esibiva con fierezza: “Coltivata in casa” diceva sorridendo felice.
Ancora non avevamo compreso che si stava insinuando il mostro che poi avremmo cercato di sconfiggere con le unghie e con i denti.
Eravamo quasi giunti all'areoporto di Elmas, Milano non era poi cosi distante eppure il mare era una barriera col resto della penisola, isolati e penalizzati in quegli anni non facili per le rotte aeree, erano l'unico mezzo celere, in giornata si poteva partire e rientrare salvo complicazioni, in quel caso avremmo dovuto pernottare in qualche albergo vicino alla clinica.
L'aereo rullava, pronto al decollo, avrei voluto smettere di pensare a quel viaggio della speranza, sarebbe potuto essere una bella vacanza da qualche altra parte, magari alle Maldive, in spiaggia rilassati tra un tuffo e l'altro, che sciocca, non sapevo neppure nuotare, magari prendendo un thè freddo sotto una palma e la spiaggia tutta per noi.
Avevamo bellissime spiagge in Sardegna, dovevo smetterla di volare con la fantasia, bastava l'aereo.
In poco meno di due ore stavamo per arrivare a destinazione.
Il cuore in tumulto, finalmente a terra, una fila di taxi in attesa, ne prendemmo uno a caso dando l'indirizzo del centro tumori.
Un percorso interminabile, pareva girassimo sempre nelle stesse vie, sicuramente un furbastro e il tassametro conteggiava al ritmo della mia apprensione.
Niente importava, il pensiero era proiettato al responso della visita, ci attendeva una interminabile giornata, non restava che accomodarci e pazientare dopo aver compilato una lista di domande su stato di salute indirizzo e reddito, cosa c'entrava il reddito con la visita?
Ancora me lo chiedo.
-Numero 17 ambulatorio 3- Eravamo numeri, primi o ultimi, solo numeri.
La visita era terminata, nessuno dei due osava proferir parola per tutto il tragitto di ritorno, non avevamo pranzato ma eravamo sazi e nauseati.
Posai il capo sulla spalla di mio marito, mi accarezzò i capelli e vidi un velo d'ombra sul suo sguardo, non riuscii a trattenere le lacrime mentre l'aereo prendeva quota, dopo un po' Giuliano mi disse:-Il nostro amore è immenso e senza confini, guarda amore-.
Un brivido serpeggiò nel mio cuore.
Alzai la testa. Il mare aperto era sbarrato da un banco di nubi nere, e il quieto corso d’acqua che portava ai confini estremi della terra scorreva cupo sotto un cielo offuscato – pareva condurre nel cuore di una tenebra immensa.

Genoveffa Frau

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Profilo Autore: genoveffa frau*   Sostenitrice del Club Poetico dal 20-07-2021

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Attività atipiche

Sono un tipo un poco atipico, sono utopico e distopico, mi piace l'ippica ma non mi applico.
Amo le ipotesi, le ipotenuse e anche le iperbole, sono imperturbabile e impermeabile e non mi impiccio se non per trarmi d'impaccio dai pasticci circa una questione di impeachment.
Mi impegno e mi impongo di frenare ogni mio impulso più impellente e ciò mi rende importante senza alcuna imposizione o imprimatur.
Ebbene sì, sono impavido ed atavico, apolitico e  iperteso in modo apodittico, amo le topiche un poco atipiche e rimango attonito e attapirato se gli altri non ottemperano alle mie attese.
Ahimè tapino! :magari avessi trovato un topazio sui monti Carpazi a forma di trapezio!
Avrei rinunciato volentieri a fare il trapper nei pressi di un convento di trappisti cercando di trovare spazio nelle stanze di un ospizio per accatastare spezie nei pressi di La Spezia e a mangiare impepate di cozze e pezzi di pizza su tovaglie di pizzo di un pazzo di cognome Pozzo..
forse devo metterci una pezza...!!
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Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

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