Io sono Guglielmo.
Quello che tutti chiamano signor Guglielmo.
Ho ottantotto anni e dormo sul fianco sinistro perché due anni fa ho avuto un ictus.
O erano tre? Non me lo ricordo.
Da giovane ho fatto il muratore e Clelia, mia moglie, la casalinga
fino a quando, un brutto pomeriggio di gennaio, mi è morta tra le braccia.
Infarto.
E' stato dodici anni fa.
O erano tredici? Non me lo ricordo.
Insieme abbiamo cresciuto due figli, Carlo e Anna, che ora sono sposati.
Hanno comprato casa in città e vengono a trovarmi ogni tanto.
Loro non mi chiamano per nome. Per loro sono "papà".
Hanno entrambi due figli, ma da un po' di tempo a questa parte
fatico a ricordare i loro nomi, perché sono nomi stranieri, tipo Scotecs e Tenderlin.
Sono bimbi adorabili a cui voglio un mondo di bene.
Nemmeno loro mi chiamano per nome. Per loro sono "nonno".
Da quindici giorni sono stato portato qui in questa stanza che fa parte, mi dicono,
di un palazzo enorme come una caserma dell'esercito e che porta il nome di un Presidente della Repubblica che non ho mai sentito.
Nella camera cinque, dove alloggio, "Fino a quando non sarai guarito" dice Carlo, ci sono le solite cose:
Un letto singolo a cui non riesco ad abituarmi, cigolante e scomodo,
un mobiletto piccolo in truciolato, dove hanno riposto la mia poca roba
e un comodino dotato di ripiano semovibile, o tavolino servitore, come lo chiamano loro,
dove posano colazione, pranzo e cena in orari strani.
Non so cosa succede nelle altre camere - ho capito che esistono altre camere dal numero della mia - ma il sottoscritto ha l'attenzione di diverse persone, tutte brave:
Il medico, le infermiere, la suora - che mi confessa anche se io non voglio - e la Signora Gina, che pulisce in modo impeccabile la stanza, proprio come faceva Clelia a casa nostra.
Anche in questo posto i miei figli vengono a trovarmi ogni tanto, ma non mi portano i miei nipoti perché dicono che ci sono un sacco di virus in giro ed è meglio non fidarsi.
Le infermiere m'hanno detto che sono incontinente, ma hai voglia a spiegare loro che non sono mai uscito dall'Italia.
Ieri mia figlia Anna ha pianto.
Le ho chiesto perché, ma mi ha detto che non era nulla.
Piangeva come quarant'anni fa quando, piccolina, cadde e si sbucciò un ginocchio.
La presi in braccio e delicatamente le diedi un bacio sulla guancia arrossata.
"Un bacino e passa tutto".
O era il ginocchio che le avevo baciato? Non me lo ricordo.
La camera ha una porta sempre aperta, da cui vedo il corridoio buio,
e una finestra che è quasi sempre chiusa.
Dalla mia piccola prigione che si chiama letto, restando sdraiato su un fianco, non si vede niente, ma quando mi mettono seduto per il pranzo guardo fuori.
Vedo un sacco di cose fuori dalla finestra.
Macchine, case, alberi.
Bimbi che corrono inseguendo un pallone.
Biciclette veloci. Cani. Luci.
E il cielo.
Quanto fantasticavo da giovane guardandolo.
Seguivo passerotti e rondini.
Nuvole e sole. E luna e stelle, la notte.
Anche ora le vedo, le stelle.
Basta chiudere gli occhi.
E non pensare a niente.
A niente.
Io mi chiamo Guglielmo.
E sono un vecchio.
Ma non me lo ricordo.
O non lo voglio ricordare.

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Profilo Autore: Giussani Gianluigi  

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Ho visto un tizio di nome Tazio che tirava tizzoni a un tipo tozzo, un poco truzzo, con in mano delle tazze da the tipiche del Trentino e una tracolla in pelle di tapiro del Togo trattata al tabasco...veramente tragicomico !
Mi è sembrato un po troppo !
Così, per distrarmi, facendo il trapper, trassi tre trote da un tortuoso torrente tra tralci di tamerici trilobate e tracce di timide tartarughine di terra.
Trascorsi così tutto il tempo nel solito tran tran
giocando a tric trac, a tressette e al tamagochi e postando tutto quanto su Tik Tok insieme ad un gruppo di terrapiattisti di Terracina tornati da Torino in torpedone.
Tuttavia è bene sapere che, se una talpa torna tardi alla sua tana e un tordo si attarda su un tetto tutto tarlato, è tempo di tentare di fare un tampone a tutti per terminare questa terribile tragica tribolazione... e, se tanto mi da tanto, sappiate che "ti che te tacchet i tac, tacati ti i to tac, ti che te tacchet i tac...e questo è veramente tutto ! 
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Profilo Autore: Ferruccio Frontini  

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«TAMOIL mia GIULIETTA, per te superai le API e arrivai fino al Q8»


Eravamo in MAGGIOLINO e il caldo si faceva sentire, avevo anche acceso la CITROENella per tenere al largo le zanzare e per le strade non GILERA nessuno.
Pensai fra me e me, dopo aver riposto il vecchio GOLF nell'armadio e aver indossato una POLO, di come PASSAT il tempo in uno SPRINTER, mi resi conto solo allora che in fatto di conti non avevo quel Fiat al Qubo in più.
Il caldo mi faceva sognare una Honda dai colori spumeggianti che mia avvolgeva con il suo Swift.
Mi tirai un po’ SUZUKI e in BALENO preparai un SEAT di valigie, ma era solo tutto un bel sogno,
mi svegliò il borbottio d’una caffettiera e un bell’ARONA di caffè.
Eppure avevo ancora molta SEAT e mi preparai una SANDERO rossa trovandomi catapultato con la fantasia in una grande DACIA sul mar Baltico, soli io e te… e mentre immaginavo una nuova VITARA non m'accorsi d'uno scalino e QUASQUAI in terra, per fortuna non mi feci nulla prendendo solo una COROLLA che fuoriusciva da un vasetto.
Mi feci una SKODA di zuppa di fagioli e ripensai al mio vecchio amore OCTAVIA e questo mi rianimò, ma fuori da ogni dubbio eri solo tu il mio vero amore ALFA e io come un novello ROMEO cercavo te o mia GIULIETTA.
Mi chiesi che fine avesse fatto pure il mio primo amore alle elementari, quella certa Fabia che per qualche anno aveva preso il mio cuore e se avessi potuto avrei ceduto il mio DUCATO, pagato un FIORINO da un nobile in rovina, per tornare indietro nel tempo.
La confusione regnava sovrana nella mia mente e ruggiva come un JAGUAR nella gola.
Ero sicuramente proprio un bell’ E-TYPE e decisi di godermi quella giornata, mi lasciai prendere dall'ebbrezza del tepore solare e con la radio a tutto volume non AUDI nulla al di fuori dei miei pensieri, sognando animali esotici e ritrovandomi come in KUGA dalla realtà e totalmente Ford al richiamo della vita vera.

Pensieri in mutandem tra la mia amica GRAZIELLA e...

«Che bella che era la mia GRAZIELLA, quella compagna di banco all’asilo! Ma la quotidianità mi riporta a te.
Sai mia cara GIULIETTA ho lavato i miei vecchi BOXER che tanto mi PIAGGIO e a loro ho detto CIAO per indossare più comodi MINI e il MINOR che posso fare»

Uno scroscio di PIAGGIO mi fece dire SI e poi CIAO e per non bagnarmi corsi come 2 CAVALLI in una battuta di caccia con DYANA riuscendo a rifugiarmi in una DUNA.
Questi nomi mi tormentavano e mi sembrava di ripeterli all’infinito in una SCENIC usata e già vista.
La storia però doveva andare avanti e lo avrebbe fatto comunque e perdinci non potevo lasciarti da solo mia cara GIULIETTA.
In testa disegnai gli eventi con un COMPASS perfetto e poi...
Partii verso di te ma durante il tragitto ricordai che avevo lasciato tutta la vecchia ARGENTA nel comodino, accidenti era un ricordo di mio nonno a cui tenevo molto.
Temevo che qualche ladro di MALAGA, arrivando col traghetto da ASCONA, lo avesse potuto rubare, oltretutto mi tormentava ancora un piccolo dolore al RENAULT, che mi perseguitava da un po'; presi due pastiglie di IGNIS e mi sentii nuovamente un LEON.
Mi dissi, riflettendo, che la vita non si JETTA così e proseguii il viaggio, intanto la SCENIC del PANORAMA si presentava meravigliosa e io continuavo a sognare di te.
Avevo comprato un’AGIP quattro ruote motrici ed ero talmente felice che gridai IP, IP urrà! Ma durante il viaggio fu una SHELLerata che mi conquistò perché aveva indosso una maglietta FINA presa coi punti. Lei, vedendomi da lontano nella mia bellezza, mi fece l'occhiolino e mi disse: «Hai lo sguardo da PUMA, ENI ENI amore andiamo alla STATION.»
«Io risposi che lei era una bellissima TIGRA»
La presi per mano e in un TOTAL partimmo ma un tizio con un APE ci inseguì a bordo di una VESPA usata. Allora urlai impaurito: «ma chi è ESSO che ci segue?» Riuscimmo a rifugiarci in un AUTOGRILL e, per riprenderci dallo spavento, ordinammo due REPSOL con ghiaccio, non shekerate ma mescolate alla James Bond! Dissi al Barman: «Tanto Peugeot di così si muore, faccene 205. anzi 206, no 207, ma che dico 308 e magari 508»
Lui si girò, mi osservò con occhi di PUMA e mi rispose in un FIAT.
«IES we can, ora mi eVOLVO da qui e ve ne preparo circa dalle 3008 alle 5008, vanno bene?»
Chiesi per riguardo alla mia tasca quanto costassero. Mi rispose ridendo:
«Un FIORINO e uno SCUDO, con la rottamazione veicoli industriali»
Pagai senza ribattere con un bigliettone da cento.
«Prendi il resto amico, ti servirà PANDA in giro dove vuoi e vedere tutti i PANAMERA del mondo» disse il tale. Allora mi guardai negli occhi da solo e pensai: «È proprio un bel TIPO, avrà una MAREA di lavoro in questo locale a THEMA degli anni 80.»
Avevo ancora sete e la mia donna pure assai e devo confidarvi che era proprio una tipa PORSCHE. Prendemmo due 10w-40W full sintetyc al Whisky & Skoda ma ci fecero di molto male e corremmo al bagno a fare una KAWASAKI urgente. Dopo esserci liberati ci accertammo che nessuno ci avesse seguito. Eravamo stanchi e... un signore dall'aria bulla, appoggiato alla pompa della gasolina, ci chiese: «Ma voi, ndò Hyundai così Korando?»
Gli risposi con aria esterrefatta: «Non ti riguarda, ma Kia me l'ha fatto fare questa sera, che figlio di Toyota sto qua»
Avrei fatto meglio a rimanere a casa, steso sul divano con accanto il mio caro Kangoo.

GIULIETTA unico amor e nel cuore tutto è sogno e nemmeno fantasia, oppure realtà e sono incasinato talmente tanto che non comprendo, ma chi MEGANE me lo ha fatto fare?

Mi voltai di scatto e anche la pupa era sparita, tutto era sparito e dov’era la via per GIULIETTA? Ero solo un OM davanti al suo camion. Accesi un FOCUS per riscaldarmi e non rompermi le PALLAS e sentii ancora uno strano odore di CITROEnella.
MI dissi: «Farò una piccola FIESTA e mi farò TRANSPORTER a CHEVROLET da qualcuno
di CORSA con uno scatto AGILA. OPEL la finestra e guardai il cielo colmo di ASTRA: «Che meraviglia mi dissi dentro»

Ma in che MONDEO vivevo? Ma che CASTROL di storia era questa? MICRA ero diventato matto?
NISSAN avrebbe saputo mai che in fondo... TAMOIL ancora oh mia GIULIETTA.
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili  

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Visioni e realtà Di Genoveffa Frau & Giancarlo Gravili

Giunse alla cappella nella notte.
Due templari presidiavano l'altare e una bimba dai lunghi capelli giaceva supina tra le braccia
di un cavaliere d'acciaio vestito.
Quei fluenti e corvini capelli cadevano leggeri quasi a sfiorare la fiamma di un cero che ardeva
di vivida luce d'oro impregnata.
Fu cosi che la Dama comparve rivestita di morbido velluto nero col suo alone di luce e mistero a portar via inutili maschere che il male da tempo indossava simulando di essere un angelo sceso in terra per le anime pure.
«Vade retro» disse la Dama, nessuno scettro o altare t'appartiene.
Tu che sei fautore di guerre e torture torna agli inferi da cui provieni e brucia nel fuoco eterno della tua dannazione, queste anime sono libere dal tuo predominio.
E la luce della pace accese la notte e i giorni a venire.

«Un candelabro sembrava fare da guardiano alla porta d’ingresso e di riflesso appariva un grande cero che illuminava lo splendido viso della Dama.
Due figure velate da cappucci neri recavano la luce che illuminava tutta la scena.
La pura bellezza di quella figura femminile era nascosta nelle pieghe dell’oltre che ora appariva ora si mimetizzava nei riflessi della luce stessa.
Nessuno avrebbe mai potuto stabilire in realtà quale fosse l’apertura o il passaggio che conduceva a questa segreta stanza né era possibile stabilire una relazione con il senso delle cose esistenti.
Eppure la Dama esisteva con tutto il suo misterioso fascino e poi chi erano quelle figure che sembravano proteggerla in cerchio?
Forse quel luogo era il simbolo della chiusura al maligno, a quei moti sconvolgenti di vento maledetto che spesso sollevano le anime per sbatterle nelle affamate fauci del perverso.
Esso dava l’impressione d’essere un rifugio celato in chissà quale ripostiglio dell’oltre.
Era inutile cercare le chiavi del passaggio o dannarsi in eterno per carpire l’amore della Dama misteriosa e tutto ciò che la sua figura significasse.
Ella esisteva in quel luogo che non era un luogo e in quel tempo che appariva e avveniva solo quando la luce permetteva che filtrasse sino agli occhi non vedenti degli altri.
Sì, quel mondo poteva essere guardato solo attraverso la purezza dell’incanto, la semplicità dell’anima e non con la razionalità del peccato.
Intanto in quel tripudio di toni scuri il fumo della candela segnava il tempo e voci surreali riempivano di racconti l’etere.
Qualcuno ascoltava queste storie rimanendo da esse incantato.
E quando la luce spazzava via le immagini anche il leggero e balbettante fumo d’una candela svaniva e con esso la misteriosa Dama, padrona del mio esistere
»
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Profilo Autore: genoveffa frau*   Sostenitrice del Club Poetico dal 20-07-2021

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Tu non sai, che dispiacere trattenerti, nei miei pensieri; immancabile calma, per te, che ti affanni a cercare ciò che manca, ma nel frattempo apprezzi ogni piccolo sussulto.
E se ti guardo dall’azzurro dei miei occhi, adagiami, su fasci di luce pastello; fin dove l’aurora si spinge, nella linea di fuga del Tempo e fa in modo che l’Amore cucia i bordi, in un intreccio forte; trattenendo le parole calde, levitate ai fianchi, che mai e poi mai, fuggiranno; perché la vita, ormai, ha fatto di noi un incastro perfetto; acqua e fuoco, calma e spinta, cuore e testa… e quando il vento, soffierà più forte, accoglierò di te ogni parola, e le tue calde mani saranno nuvole a coprirmi.
Tu non sai, amore mio, che quando siamo una cosa sola, e tu mi baci, confondo i brividi nell’arcobaleno, per una pioggia di emozioni.
Adesso sono lago, per te, e quell’abbraccio tondo, non è altro che il cerchio chiuso, dove resteremo mano nella mano, per sempre.
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Profilo Autore: sasha  

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Di questa circolare vita

non scorgo via di uscita:

coincidono nascita e morte,

non temo più la sorte.

Un senso a questa cerco,

non ne trovo uno certo.

Il giorno e la notte,
sorrido e sospiro,

cambiando più volte,
sto sempre nel giro

dal primo in cui vivo
all’ultimo respiro.

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Profilo Autore: alaska  

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                                                                                        I
Evaristo Guisibolsi si trovò, a poco più di vent’anni, a doversi trasferire a Napoli.
L’emigrazione fu dovuta a una donna che, acquistati dei panni e stoffe al mercato di Resina,
a Portici, e  trasformati partiva alla volta di Torino per vendere la sua mercanzia tramite vendita
porta a porta.
I genitori di Evaristo, che abitavano in una via del quartiere Vanchiglia del capoluogo piemontese,
erano tra i clienti della venditrice in città; era sua consuetudine visitare la famiglia Guisibolsi
ogni mercoledì dell’ultima settimana del mese.
Trascorreva un’intera settimana di ogni fine mese nella città torinese: partiva la domenica e faceva ritorno nel capoluogo campano nella tarda mattinata del sabato.
Questo lavoro gli era stato trasmesso dal padre, che facendosi anziano e sapendo la situazione della figlia decise di farsi affiancare e dopo un periodo di apprendistato e fattole conoscere i clienti e viceversa
si era ritirato.
Donna Concetta, Cuncé per i compaesani, poco più che cinquantenne, con un marito ergastolano, doveva crescere e sfamare sei figli.
Aveva imparato bene come fare la venditrice: sapeva come farsi benvolere dai clienti,
farsi accogliere come un’amica di famiglia e non come un’estranea, anche se poi quando era il momento
di farsi pagare i conti erano sempre salati, se pur dava ad intendere che si trattava di prezzo di favore.
Se solo i malcapitati avessero saputo dove avvenivano i suoi acquisti da rivendere e quanto miseramente
a lei costavano in realtà.
In uno dei giorni di visita alla casa la donna chiese del ragazzo, da tempo non lo vedeva,
la madre e la nonna, madre della madre, gli dissero che era cresciuto ed era diventato un bellissimo ragazzo e che finito l’istituto tecnico industriale ed espletato il dovere di leva attendeva un’occupazione.
Mentre le tre donne stavano chiacchierando il dlin dlon  del campanello sulla porta d’entrata catturò
la loro attenzione, la signora Guisibolsi si allontanò dalla cucina dove si stava tenendo la riunione
e si recò a vedere chi avesse suonato e se era il caso di aprirgli la porta: era colui di cui stavano parlando, Evaristo.
La madre lo fece entrare e gli disse della presenza di donna Concetta e di recarsi a salutare, anche perché aveva chiesto di lui.
Il giovine così fece, i due si salutarono, dopodiché la signora prima lo squadrò per bene e poi gli fece
una sorte di terzo grado.
Donna Concetta, che parlava un italiano in modo approssimato, imbastardito dal dialetto<< Era da molto che non ti vedevo, sei venuto su davvero bene.
Ti ho visto crescere e conoscendo che fai parte di una famiglia perbene vorrei proprio farti conoscere
la mia figlioccia di Napoli.>>
Che poi non era altro che la figlia di una sua cliente.   
La donna si rivolse alla madre << Se volete potete darmi una sua foto per farla vedere alla famiglia
e alla cara ragazza, io il mese prossimo, quando torno a Torino, vi porto una sua foto, sempre se i genitori
e lei accettano. >>
Evaristo diede l’impressione di essere contento, ma era solo troppo educato per dare una risposta di rifiuto, la  madre, per una sorte di gratitudine, andò nella camera del salotto e tolto una foto dalla cornice,
che era sul mobile, la portò alla napoletana, la quale fu sul vago nel dare informazioni sulla famiglia
della fanciulla e su di essa.
Dopo poco lasciò la casa.
La nonna, che fino ad allora non aveva professato parola, disse  che non era entusiasta della situazione
in cui la figlia  stava  facendo incanalare il nipote.
Puntuale il mercoledì dell’ultima settimana del mese successivo, si era alla fine di gennaio
con una temperatura da neve, meno tre gradi, donna Concetta bussò alla porta Gusibolsi,
aveva lasciato Napoli con il sole che dava un tepore primaverile e un cielo libero da velature;
si era abituata alle escursioni termiche tra le due zone del paese: già in treno, recatasi in bagno,
faceva il cambio di abbigliamento.
Ad accoglierla vi erano Evaristo, la madre e il padre, il quale fu messo accorrente della proposta della donna la sera stessa che venne fatta, quando tornò da lavoro, anche lui non è che ne fosse contento,
una volta tanto si trovava d’accordo con la suocera, ma aveva troppe magagne che doveva tenere nascoste
per mettersi contro le decisioni della moglie; gli conveniva accontentarla.
Si accomodarono in cucina, come in tutte le riunioni che avvenivano in quel giorno, si sedettero
tutti e quattro attorno al tavolo e attesero che donna Concetta parlasse << Il giorno dopo il mio arrivo
a Napoli, la domenica dopo pranzo, ho fatto visita alla mia cara Angelina e ai suoi genitori,
gli ho detto che di mia iniziativa, conoscendo che famiglie siete e per l’affetto che provo
per entrambi i ragazzi, sono entrambi due pezzi del mio cuore che ho visto crescere, mi sono permessa
di espormi e farvi da intermediaria in questa conoscenza, se poi saranno fiori fioriranno o se no
non fa niente.>>
Tirò fuori dalla borsa una foto del primo piano fatta in una macchina automatica per fototessera
e la posò sul tavolo: un viso tondo, uscito poco prima della foto dalle mani del parrucchiere
e del truccatore, di una fanciulla diciannovenne.
La padrona di casa << Signora Concetta, se mio figlio vuole fare conoscenza della ragazza,
che voi ci garantite che fa parte di una buona famiglia di Napoli, come ci potremmo disobbligare con voi,
per il vostro fastidio?>>
Donna Concetta << Ma quale fastidio!
Per me è un onore e piacere, vi ho detto che lo faccio soltanto perché conosco le famiglie e i ragazzi.
Tu che ne dici ragazzo, ti farebbe piacere?
Al limite ti fai una vacanza!>>
Evaristo << Voi siete una garanzia, una persona di famiglia, sì, mi farebbe piacere, ma dove andrei a stare
in quei giorni?.>>
La madre << Vai a mamma, vai a conoscere Napoli, ti fai una vacanza al limite.
Signora Concetta lo affido nelle vostre mani, sapete che ho solo lui.>>
Donna Concetta << Non vi preoccupate è come se fosse mio figlio.
Starai a casa mia, sia a dormire che a mangiare, per tutta la settimana, certo non è così tranquilla
come la vostra con sei figli che ho.
Signora voi sapete la mia condizione familiare e per questo vi chiedo un minimo di contributo, accompagnerò io stesso a conoscere vostro figlio ai genitori e alla ragazza.>>
Il padre del ragazzo<< Ma certo, copriremo le spese di mio figlio, non vogliamo che sia un peso.>>
Donna Concetta <<Per carità, quale peso è soltanto necessità!
Sua moglie sa che le faccio sempre dei prezzi di favore, è più per il piacere di recarmi in casa vostra
che per la vendita.
Facciamo come se ci facessimo noi quattro un vestito confezionato a testa e paghereste voi: centosessanta mila lire.
Che ne dite?>>
Il signor Guisibolsi si sentì come se si stesse per ingoiare la lingua, ripresosi, accennò a professar parola
ma lo sguardo della moglie lo colpì, come un automa si recò in camera da letto per prendere la cifra
che era stata richiesta da uno dei cassetti del comò.
Certo il suo stipendio era di più di quello di un semplice operaio, ma comunque era una bella botta
alle finanze di famiglia, se pur la moglie contribuiva con il suo stipendio da cassiera alla Standa. 
Tornò in cucina a piccoli passi con lo sguardo fisso sui soldi che aveva in mano, giuntoci,
senza professare parola, porse le centosessanta mila lire alla venditrice, che li prese e senza contarli
li mise in una borsetta che tirò dal reggiseno; depositati rimise la porta soldi dov’era.
Disse ai genitori di accompagnare il figlio alla stazione il venerdì successivo, li mise accorrente
sull’orario della partenza del treno, di fargli il biglietto d’andata e quello di ritorno, gli diede
dei consigli sull’abbigliamento, salutò cordialmente e se ne andò soddisfatta.

                                                                                 II
Il sabato successivo il treno giunse a Napoli, presi i bagagli donna Concetta ed Evaristo scesero
dalla carrozza, ad attenderli due dei quattro figli maschi della donna.
I sei, espletati i saluti e le presentazioni, uscirono all’esterno della stazione, il tempo meteorologico
che aveva visto partire la venditrice persisteva, voltarono a destra imboccando  corso Novara,
proseguirono a piedi fino al ponte di Casanova, giunti nei pressi del quadrivio attraversarono
prima il corso e poi da un lato all’altro via Casanova, nei pressi, giù delle scale, vi era la stradina
dove  si trovava il palazzo in cui era ubicata, al primo piano, l’abitazione.
Giunti alla casa ad aprire la porta fu una delle due figlie della donna, Anna, una ragazza graziosa
che conosceva le buone maniere, di carattere riservato ma cordiale: aveva una fila di pretendenti
che a turno le facevano la serenata, ma ogni volta restava in camera senza uscire; gli andava stretto quell’ambiente.  
La madre la presentò ad Evaristo e mentre, rivolgendosi alla mamma, chiedeva, avendolo intuito,
se era lui  che doveva conoscere Angelina, senza farsi accorgere dal ragazzo, fece una smorfia
tra il  disappunto e il dispiaciuto.  
La domenica giunse il grande giorno, dopo pranzo, verso le diciassette, su via Casanova un taxi
venne a prendere Evaristo e la signora Concetta, per condurli al vicoletto Donnalbina,
sito tra il complesso monumentale di Santa Maria la Nova e la chiesa  Santa Maria Donnalbina;
uno di quei luoghi che da un balcone all’altro si possono, senza scendere in strada, tanto passarsi una tazza di caffè o se prendono un questione fare a mazzate saltando da un balcone all’altro. 
Al secondo piano di uno dei palazzi abitava  Angelina con i genitori e otto fratelli maschi.
La madre della ragazza, donna Sofia, vendeva le sigarette di contrabbando  alla via sulla quale si accedeva
al vicoletto e di cui aveva lo stesso nome, il padre teneva una bancarella d’ambulante nei pressi del palazzo delle poste e telecomunicazioni; i fratelli si campavano da soli per strada.
Angelina si doveva occupare della casa; a scuola aveva frequentato fino alla quinta elementare:
i genitori decisero che l’apprendimento conseguito le bastava. 
Tutto il vicinato e dintorni sapevano che doveva giungere dal nord Italia  un pretendente per Angelina;
a Napoli siamo così: si bruciano le tappe nel pensare e giudicare.
C’era gente affacciata ai balconi e in strada ad attendere l’avvento.
Il taxi arrivò, i due uscirono tra sguardi e vocii, entrarono nel palazzo e per raggiungere l’appartamento  dovettero salire una scalinata formata da scalini che parevano triplicare il piano su cui andare.
Ad aprire la porta fu don Carmine, il probabile futuro suocero, uno che per descriverlo basta dire
che si poteva paragonabile a un primate, non per l’aspetto fisico, quello era trappano,
ma per il suo pensiero: era convinto che un uomo non diventasse tale se non trascorreva un buon periodo
nelle patrie galere.
La signora Concetta, entrati, salutò l’uomo e poi gli presentò il ragazzo, i due si salutarono
con una stretta di mano.
Si diressero nella camera da pranzo; per i parenti presenti farei prima a dirvi quelli assenti.
Evaristo li salutò ad uno ad uno, poi, in compagnia del padre di Angelina, si diresse sul lato
dove vi era il balcone, su cui vi erano accomodate, su delle sedie, la probabile futura suocera,
la cugina del cuore della probabile fidanzata, la sua migliore amica, la nonna Luigina e la fanciulla.
Il fanciullo torinese si sentiva fuori luogo, faceva fatica a non darlo a capire.
Ora stava riflettendo del perché la foto, portata a vedere a lui e alla sua famiglia, ritraeva un primo piano con ritocchi d’antico photoshop.
I due, messi vicini, non formavano l’articolo “il” ma l’artico “Lo”.
Alla fine della festa si trovarono seduti attorno al tavolo Angelina, il padre, la madre, la nonna, Evaristo
e donna Concetta; fu quest’ultima a mettere i puntini sulle “i”, era lontano da lei la volontà di mettere
in difficoltà il ragazzo, almeno così sembrava, stemperò la situazione: conosceva bene la mentalità
di quell’ambiente.
Infondo lei il ricavo lo aveva intascato; chissà quanti vestiti confezionati pagarono i genitori della ragazza per la sua intercessione.
Rimasero che i due si sarebbero incontrati nella settimana avvenire, prima della partenza del torinese,
per conoscersi: sarebbe stato lo stesso don Carmine ad andare a prendere Evaristo e insieme avrebbero raggiunto Angelina in via Roma, dove i due avrebbero passeggiato sotto l’occhio vigile delle nonne
della ragazza.
Martedì, il giorno della passeggiata, alle quattro passò a prenderlo l’uomo che gli chiese se prima di andare all’appuntamento potesse accompagnarlo a fare una commissione, da lì sarebbero andati all’incontro.
Evaristo, più per educazione, disse di sì.
Di gran carriera l’auto si diresse nella zona di Secondigliano, l’uomo giunto vicino ad un palazzo entrò
a marcia in dietro in un portone e scese dicendo al ragazzo d’attenderlo a bordo.
Dato che il cofano della macchina era aperto e che la visuale degli specchietti laterali era impedita
dai muri dell’edificio Evaristo non vedeva con chi stesse parlando il napoletano e cosa stesse dicendo
con i suoi interlocutori, non li capiva, nonché  cosa stessero caricando.
Ad un tratto si sentirono delle sirene: giunsero due volanti della finanza; dietro non si sentiva più nessuno
e niente più veniva caricato.
Gli agenti intimarono  ad Evaristo di scendere con le mani in alto, il ragazzo, ignaro del perché di ciò, appena si trovò in piedi fuori dell’auto, avendo difronte delle armi spianate, crollò a terra battendo la testa violentemente.
L’ultima  sensazione che ebbe fu quella che l’anima lo stesse abbandonando.

                                                                          III
Il vissuto e lo scorrere del tempo è cognizione umana e il vivere è cognizione degli esseri viventi,
ma Evaristo, se pur giunto al vespro della vita terrena  e raggiunto quello che poteva essere
l’altrove aveva le stesse sensazioni e percezioni di quando era in un corpo.
In vita non era stato certo un peccatore, non ne aveva avuto il tempo, per questo
quella che era la sua anima si sentì defraudata.
Si trovò catapultata in quella che poteva essere un’angusta caverna con un unico prosieguo in pendio.
Senza che se ne accorgesse o che ne avesse l’intenzione, ma come se fosse condotto, proseguì
lungo la china dove incrociò altre anime che proseguivano nella stessa direzione,
ignare a cosa andassero incontro.
All’improvviso si videro parare davanti quelle che gli ricordavano enormi colonne di fuoco;
ad una ad un si videro oltrepassare e ad una ad una ebbero la percezione di precipitare
in un precipizio che sembrava non avere fondo.
Fluttuanti arrivarono al cospetto di quello che era il guardiano di quel luogo, costui, con un calcio,
le malcapitate anime le lanciava  verso quella che era la fine del burrone.
Gli sembrò di essere chiamato da una voce profondamente tenebrosa, gli fu fatto cenno di raggiungerla
e quando fu nei pressi di essa<< Putrida anima sei qui per scontare la tua vita terrena.>>
Evaristo<< Scusate ma che ho fatto di così grave?
Non dico l’Elisio, almeno il secondo regno, no addirittura la terza scelta!>>
L’interlocutore<< Evaristo Guscolzi…>>
Evaristo << Non iniziamo a non pronunciare bene il mio nome che è Evaristo Gusibolsi.>>
L’interlocutore infastidito e con cenno di ira << E’ nato sulla terra, in tale continente, in tale nazione,
in tale regione, in tale città, in questa data?
Qui sei ben gradito!>>
Evaristo sconcertato di tutta risposta<< Signor no!
Sapete che sono morto a Napoli ma che non sono nato lì e nemmeno ci vivevo?
Se volete vi racconto chi sia stato, ci deve essere uno sbaglio di persona, il mio posto era di sicuro
di un altro, cercatelo, glielo cedo volentieri!
Forse era la persona con il cui nome avete chiamato me per sbaglio?>>
L’interlocutore che gli iniziava ad uscire il fumo dal naso<< Se ti trovi qui è perché ci devi essere,
non dire menzogne, e poi questo è il regno della menzogna, perciò non hai nulla da insegnarci.>>
Evaristo<< Le decisioni si vede che qui le prendono coloro che furono umani.>>
L’interlocutore<< Noi siamo diavoli, facciamo le cose seriamente!>>
Evaristo<< Signor diavolo, lei sa quanti diavoli ci sono da dove vengo io e che dicono la stessa cosa
che ha appena detto lei?>>
Questa volta lo aveva davvero fatto infuriare.
Evaristo sembrava che stava per trascorrere un’eternità non sua, ma come si trovò nella caverna
ad un tratto ora si ritrovava nel suo giovane corpo che era su un letto dell’ospedale Ascalesi.
Vide un medico sopra di lui che gli disse: guagliò (Ragazzo) ti è andata bene!
Sotto all’uscio della porta vi erano due agenti che lo piantonavano.
Si sentì tenersi la mano da un’altra mano, si girò e vide che era Anna, la figlia di donna Concetta,
restatagli accanto, dopo averlo raggiunto appena saputo l’accaduto.
Il giovane torinese si riprese, risultò estraneo ai fatti e a Torino ritornò, dopo un bel periodo trascorso
a Napoli a spese di donna Concetta, sì con una fidanzata ma non di certo con Angelina.
Dopo due anni di fidanzamento Evaristo ed Anna si sposarono, lui fu assunto all’Alfa Sud
di Pomigliano d’Arco; nella cittadina trovarono casa. 
 

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                                                                   Teresa la lattarola

Teresa, la lattarola per buona parte dei puteolani, così  la chiamavano, aveva compiuto da poco trent’anni
ed era una bellissima bruna di struttura robusta longilinea e prosperosa, nonché moglie di Vincenzo, belloccio e vanaglorioso di una  gloria fatta di chiacchiere; con lui aveva tre figli, tutti maschi.
L’uomo da sette anni, dopo aver svolto lavori saltuari, più perché non gli piaceva tenersi
un’occupazione stabile, lavorava in un’impresa edile di Milano.
Teresa e Vincenzo si erano conosciuti quando entrambi erano poco più che sedicenni,
dopo un anno di fidanzamento, dato l’ostilità alla relazione da parte dei genitori di lei,
originaria del quartiere di Fuorigrotta di Napoli, avevano compiuto la classica fuitina.
Il padre e la madre non vollero più saperne della figlia, soprattutto quando seppero che era incinta
dell’allora primo figlio.
Nei primi tempi andarono ad abitare nella casa della famiglia di lui, in una traversa alle spalle del porto
di Pozzuoli,  ma con un figlio già avuto in precedenza e un altro arrivato da qualche mese
lì non potevano più risiedere: in due stanze, con il bagno e la cucina sul terrazzino, vi abitavano loro
e prole, i genitori di Vincenzo e una sorella, mamma di cinque figli, più il marito di costei
quando tornava dai viaggi fatti imbarcato sulle navi.
L’alloggio in cui si trasferirono e l’intero stabile di cui faceva parte l’abitazione, in via Napoli a Pozzuoli,
appartenevano a don Armando, un quasi cinquantacinquenne aitante e di bell’aspetto:
nei giorni lavorativi a guardarlo ti sembrava quasi da elemosina, mentre nei giorni domenicali
e delle festività faceva sfoggio di vestiti di ottima sartoria.
Costui possedeva pure una bottega di rigattiere locata al piano terra dello stesso palazzo,
che dava sulla strada, tale attività era unicamente di facciata, quella principale era di strozzino
e intrallazzatore; la maggior parte della merce esposta e in vendita nel negozio veniva sottratta
alla gente che per sventura o bisogno cadeva tra i suoi tentacoli e non riusciva ad estinguere prestiti maggiorati dagli esosi interessi.
Vi erano pagamenti che riscuoteva in natura da donne senza disponibilità di moneta e correva voce
che alcune di loro erano a partorire la sua prole, oltre a quella che aveva con la consorte.
Vincenzo e Teresa di certo non si sarebbero potuti permettere di andare ad abitare nel millenovecento cinquantasette in via Napoli, dato la disponibilità economica: lui un lavoratore saltuario
fino a qualche anno prima e ora un operaio, lei una nutrice.
A tale attività venne avviata dall’ostetrica che si occupava dei suoi parti, glielo propose,
dato la sua predisposizione mammaria, dopo la nascita del secondo genito.
Per ogni poppata si faceva pagare duecentosettanta lire, il prezzo di tre litri di latte d’allora.
I familiari del puteolano continuavano a  contribuire al ménage familiare per quello che potevano, soprattutto con vestiari per i ragazzi.
Il pseudo rigattiere aveva messo gli occhi su Teresa: fece in modo di allontanare il marito,
facendolo assumere nell’impresa di un suo cugino nel capoluogo lombardo e offrì loro il pigione
ad un prezzo quasi irrisorio, tutto per averla nella sua zona.
Se a Vincenzo lo conosceva da sempre, era amico del padre dall’infanzia, a Teresa la conobbe
dopo che i due si sposarono e come faceva con tutte le donne e fanciulle che adocchiava
cercava il modo e l’opportunità di sedurla, senza porsi alcun problema.
Lei non incrociava mai lo sguardo di altri uomini, camminava diritta per la sua strada,
eppure quando don Armando la vedeva passare dinanzi al negozio o la incrociava per il vicinato, oppure
per Pozzuoli, con una scusa l’avvicinava canticchiandole << Voglio naufragar nel profondo Suez,
inerpicarmi su quei promontori ubertosi ove guglie campeggiano, valicare il bradisismo,
ruzzolare fin alla foresta nera e lì la caldana discendere.>>
Teresa era innamorata del marito, ne sentiva la mancanza, esso di rado tornava a Pozzuoli.
Con i figli ogni domenica mattina si recava, a piedi, facendo un cammino costiero di circa due chilometri,
alla chiesa di Gesù e Maria, prima dell’inizio della prima messa, nel cui interno si trovava la statua raffigurante San Vincenzo, a lui porgevano raccomandazioni e preghiere. 
Giunse la prima settimana di aprile, la donna sperava che per la Santa Pasqua, che cadeva il ventuno
di quel mese, il marito fosse a casa con la famiglia, ma dopo un paio di giorni dalla domenica delle Palme, prima che alla mattina uscisse per le varie poppate, il postino  busso alla porta e le consegnò
un telegramma, lei pensava che annunciasse l’arrivo di Vincenzo, mentre il mittente, il datore di lavoro
del coniuge, le comunicava l’improvvisa morte dell’uomo, avvenuta sul posto di lavoro.
Non finì nemmeno di leggere la notizia che diede un urlo disumano, crollando a terra.
Rinvenuta, trasudante di struggente sconforto, si rese conto che non aveva la possibilità economica
per raggiungere il defunto a Milano, allora la sua vicina, accorsa, si propose di accompagnarla
dall’unica persona che avrebbe potuto aiutarla: don Armando.
Fu lieto di operarsi perché Teresa potesse raggiungere il capoluogo lombardo.
La donna partì sola, la sera stessa, i figli li affidò all’anziana e affranta suocera. 
Il treno giunse nella stazione centrale di Milano la mattina del giorno seguente.
Teresa era frastornata e più che giù di morale, aveva trascorso la notte in bianco, avrebbe voluto,
nel corso degli anni, poter fare una sorpresa al povero uomo, ma non aveva mai avuto la possibilità: doveva accudire tre creature, il marito le mandava o le portava, quando scendeva a Pozzuoli, parte degli stipendi guadagnati.  
Dal finestrino vide un uomo che aveva tra le mani  un cartone con sopra la scritta: attendo la moglie
di Vincenzo.
Era un collega del marito mandato dal titolare a prenderla per condurla dov’era il morto.
Preso il bagaglio scese dal treno raggiungendo chi l’attendeva e insieme uscirono dalla stazione,
da dove raggiunsero un’auto.
Lasciarono Milano e si diressero ad un comune limitrofo.
L’autovettura si fermò davanti ad una chiesa, l’autista disse alla donna che erano arrivati e dovevano scendere.
Entrambi entrarono.
Il collega di lavoro di Vincenzo si fermò lungo la navata, sedendosi su di una panca, Teresa proseguì
fin nei pressi della bara, accanto alla quale  vide, in ginocchio, una donna di alcuni anni meno di lei e vicino, in piedi, un bambino di circa cinque anni, fotocopia spiaccicata del consorte.
La donna capì il perché delle prolungate assenze e del non ricevere molto sostentamento per lei, la prole
e le spese per la casa, quindi s’asciugò le lacrime, voltò le spalle all’altare, raggiunse l’accompagnatore
e  gli chiese se potesse riportarla in stazione, lì attese la partenza del treno direzione Napoli.
Giunta a Pozzuoli, senza recarsi dai figli e dalla suocera, si recò nella bottega di don Armano,
egli credeva che volesse dargli ragguagli  sulla vicenda e dell’eventuale trasferimento del defunto,
ma prendendolo da parte, lontano da orecchie indiscrete, gli disse << Appena puoi vieni a casa,
vorrei sentire bene la canzoncina che  quando mi vedi canticchi.>>
L’uomo intuì, riferì al dipendente di prendersi il resto della giornata di festa, chiuse la bottega
e raggiunse la donna.
Teresa, smise di dare ad allattare soltanto i poppanti: iniziò a dare a poppare anche coloro che avevano
la possibilità di farle fare una vita migliore e aiutarla a crescere i frutti avuti nel matrimonio naufragato.
Nel giorno di Pasqua la tavola, intorno alla quale sedeva con i figli, era più che adeguatamente bandita.
Vincenzo non venne condotto al cimitero di Pozzuoli, restò dove morì, in provincia di Milano
e il resto della famiglia non fece più processioni domenicali alla chiesa di Gesù e Maria.

 

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L'acciaio di Kromm


«Prendi questa spada, che a te porgo cavaliere»

Disse Aretusa nel sorger dall'acque chiare di sorgente.


«Impugna l'elsa, al sole mostra il lucente acciaio forgiato dal fuoco eterno di Kromm, a lui offri la vittoria e nel limpido mio specchio sposa l'onore d'armi con il tuo sangue, fa' giustizia, del maligno offusca il colore così che nei secoli a venire si canti delle gesta tue»

Dopo aver pronunciato queste parole ella svanì nei gorghi per non riapparire più.
Di quel cavaliere, che la spada del dio Kromm aveva brandito, si cantarono le gesta dovunque laghi e boschi vegliassero i sogni, dove il surreale era realtà e la realtà si trasformava in memoria.
Il cavaliere, dopo aver combattuto il male, rinchiuse la sua esistenza nelle caverne nascoste dalle viscere del mondo dell'impossibile.
Qui regnava la notte stellata della mente e i giorni erano scanditi dalla luce del pensiero che agli umani affanni donava la pace, qui l'essenza dell'uomo non era più tale e la simbiosi con il plasma
che percorreva il cuore della vita nutriva lo spirito dell'eterna giovinezza.
In questi luoghi viveva l'eco delle lontane battaglie.


«Antiche leggende narrate accanto ai fuochi dell'oblio dicevano che...
In anfratti bui e imperscrutabili, nascosti dal mondo che oziava intorno, vivevano in perfetta armonia con la natura del loro essere gli ultimi eroi d'una evanescente generazione d'illusioni.
Preclusi da ogni umana follia, oramai stanchi e vecchi, osservavano tristi i resti dell'andata gloria, veleggiando spesso in vecchi racconti e avventure seduti accanto a un ancestrale fuoco»

Forse erano falsi profeti d'una religione intinta di rosse emozioni, oppure nocchieri di vascelli che per mari inesistenti avevano navigato.
Nessuno mai lo avrebbe saputo.
Così come, mai alcuno poteva sapere dell'esistenza di quelle anguste caverne né di loro che in esse avevano abitato.
Eppure nella memoria dei nostri stanchi dei erano rimasti i ritagli delle loro gesta.
Essi erano i simboli d'antiche vicissitudini defunte nell'oblio del tempo, sepolte nello spirito
di ognuno di noi…

Ancor oggi passando vicino a quei rifugi s'avverte la loro presenza, s'intravedono, sbirciando nel cuore, gli antri che custodiscono i loro segreti.
Essi dormono d'un sonno leggero e profondo fin quando lo vorremo noi.
Si dice che durante la notte fuggevoli canti dimenticati galleggino nelle foreste che ricoprono quei luoghi e chiunque ascolti le loro melodie non torni più indietro.
Chissà forse tutto questo è vero, chissà forse quegli eroi siamo noi.
Così v'era scritto alla porta del cielo che custodiva l'accesso all'irreale mondo.

«Fra rocce e torrenti,
fra corsi d'acqua impetuosi,
fra muschi e foglie,
bagnata dal sangue,
tornò a svegliarsi una stirpe d' eroi.
Non più segreti imperscrutabili.
I sussulti d'una generazione
spazzò via il vento.
Antiche gesta svuotate dalla fantasia
si fusero con la realtà.
Cominciò così
un'esistenza nuova,
lontano da foreste secolari.
Venne per loro la certezza
d'essere soli nell'universo con le paure forgiate dal nulla.
Cosa restò del tempo dell'oblio?
Forse scoprirono d'essere eroi,
forse la risposta ancora una volta
rimase celata dalle notti stellate
che avevano regnato sui loro cuori
per lunghi anni»

I fuochi sono spenti, anche la fantasia lentamente muore e tutto il regno dell'impalpabile lentamente si addormenta in un sonno eterno.
Nell'eterno sonno dei ricordi dei figli del dio Kromm.

Dialogo d'un cavaliere con la sua spada.

Disse la spada al cavaliere «Ascolta, qualcuno grida il tuo nome»
Rispose egli impettito e fiero «Sarà il vento Queste caverne sono così profonde che esso sembra parlare in queste notti»
«Eppure ho udito bene, seppure son solo umile spada, era proprio il tuo nome»
«Amica mia, sono secoli che non vediamo uomini e il sole non ci riscalda più, forse il tuo acciaio non percepisce più il suono? Un tempo ascoltavi tosta il rumore di battaglie»
«Chissà, saranno i nostri ricordi che invocano giustizia»
«Ciò che rimane dello splendore che ci accompagnò in vita non è altro che un lieve sospiro di vento, così evanescente da non percepirlo»
«No, non posso crederlo è forse male scordare il passato? Non possiamo farci scolpire il cuore dagli eventi, il fato ci guidò, non è giusto»
«Mia spada non esistono cose ingiuste e neppure ciò che noi riteniamo giusto può essere denotato esattamente perché noi non esistiamo, noi viviamo solo nella fantasia che la realtà crea»
«Ma allora tutte le terre che abbiamo conquistato, i tesori? Non sono mai esistiti? Abbiamo immaginato tutto? Io sento la forza della tua mano quando mi impugni, percepisco l'odore del sangue, mi specchio lucente nelle acque d'un ruscello, vorresti farmi credere di non essere reale?»
«No, tu esisti, ma la tua esistenza è legata alla fantasia, all'irrealtà di chi creava le nostre avventure che poi egli stesso rendeva reali»
«Credere? Già non riesco a pensare a quello che dici, come posso credere se noi non siamo veri? Come posso catalogare ciò che siamo se po noi non siamo affatto?»
«Mia fedele compagna la tua affermazione è giusta ma lo è solo nel momento in cui tu accetti la tua irrealtà»
«Forse hai ragione, immaginare d'essere veri o esistere realmente... è tutto legato a un filo così sottile che non sapremo mai se siamo vivi oppure no»
«Oramai è tardi, torniamo a dormire, il freddo della notte non ci aiuterà a comprendere, il domani ci attende lì sulla porta dell'incoscienza»
«O cavaliere, l'acqua che scorre lungo le fauci del passato non è più limpida però se vuoi puoi specchiarti ugualmente in quel lago laggiù, vedrai solo le immagini che dentro di te erano scomparse, noi non siamo altro che lo specchio della nostra fantasia, non riuscirai a vedere mai te stesso perché tu non esisti, quello che l'acqua rifletterà saranno solo i tuoi sogni»
«Mai compresi la connessione con la natura amica mia»
«Ma ora è tempo che il buio lasci il posto alla luce, che il verde delle foreste faccia sentire
il suo profumo dentro queste anguste caverne, non possiamo chiederci eternamente chi siamo,
perché noi non siamo eterni.
Tu che mi ascolti amico vento abbandona questi luoghi e abbraccia il sentiero della vita.
Oh cavaliere impugna l'elsa della tua spada e sconfiggi l'oscuro che è in te»

V'era un tempo,
un tempo in cui il sogno abbracciò la leggenda
e la leggenda divenne quello che ora noi siamo...

«Un cavaliere imprigionato nel tempo inesistente
narra alla sua spada d’amori, battaglie e perdute muse
e il vento del nord ascolta con loro
mentre le lacrime della notte
sbarrano l’ingresso alle grotte del mai…»

«Mia Iscandar non guardare al grigio delle rocce
che circonda i nostri cuori ma ascolta le mie storie
e sogna ancora una volta del nostro tempo»

Inebrianti profumi salirono da sperdute grotte.
Echi di silenti note invasero anfratti inesplorati.
Chiamai per nome il dolore,
attesi ninfee osservando acque di smeraldo.
Porsero a me dorati omaggi.
Schiusero mani per donare amore.
Nel fango morirono,
in attesa della passione.
Pianse il re Sole la perduta amante,
venne notte e i fiori di loto si schiusero,
senza essere visti.
Venne luce e corolle s'aprirono
a coprire segreti.
Mesto destino adornò bianche vesti
di fanciulle figlie della luna.
Nessuno ascoltò più i lamenti,
lamenti ascoltarono il canto del trapasso.
Dormirono ninfee nel profondo,
un sussurro alzò sabbiose dune.
Un vento lieve mosse trasparenze
e tutto s'acquietò in attesa del buio.

In attesa di lei...

«Dove sei mia Hydrusa,
di saggezza incontaminata fonte.
Di bellezza indomito corso.
Fa' che io veder possa gli occhi tuoi
per il trascorrere libero dell'anima tutta.»

Oh mio bosco di profumate tamerici,
lascia andare purezza.
Lascia immergere nei verdi flutti
la coppa delle meraviglie,
per dissetarmi dell’immagine sua
nel brindare con te all'eterna giovinezza.

Del tuo profondo in mistica posa
vanno di mimose gli arbusti
a perdersi in tormentato suo corso.
Tremule e pesanti le mani,
cedono i passi miei.

«Ma io verrò,
inseguendoti Hydrusa.»

Verrò verso il mare.
Senza concedere tregua
e dormirò nella grotta dei giganti
un immaginifico sonno.

Ascolterò l'inascoltato parlare
delle nebbie del mattino.
Sentirò risvegliarsi gli dei,
dall'alte rocce dei silenziosi dubbi.

Dai venti assaporerò
l'odor dell'isola di Zante.
Sarò tempesta e poi chete
donata alla tua sete d’amore.

Volerò nell'oscura danza delle falene.
Sarò Kalispera nel morire del giorno.

«Sagapò mia Hydrusa.»

Brezze fredde or portano lontano,
dal mio perduto sguardo.

E tu,
se ancora mi puoi sentire.
Dammi luce del tuo incanto
che calme brillino
le onde del mio pianto.

Vedo i bagliori del tempo
accarezzare le tue gote,
mentre l'oscurità scende
sull'inganno dell’esistenza.

Se questa è fine...
Sarò agognata fine,
tuffandomi dal promontorio
delle memorie impossibili.

«Sarò fine
in volo senza ali,
verso te
oh mia amata Hydrusa.»

«Mio signore ma dov’è Hydrusa ora»
«Fedele Iscandar ella è ovunque e in nessun luogo»

«Sorrise in silvestre luogo
il canto di lucenti raggi.
Mai trovò amore perso.
Mai il colore della passione
si svelò al crepuscolo della vita.
Tra ombra e chiarore
s'imprigionò l'essenza
e vite s'inseguirono
senza mai raggiungersi...
Nel comune destino
del non trovarsi.
E mai destino fu più crudele»
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili  

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                                                                       Il terno di Sant’Antonio

                                                                                          I
Ciro fu uno di quegli italiani che, nel febbraio del 1946, per primi, dalla stazione di Milano, presi il treno, emigrarono in Belgio con la prospettiva di un’occupazione: si trovò a lavorare nella miniera
di carbone a Marcinelle; firmò un contratto di dodici mesi, alla scadenza del quale ritornò a Napoli.
Si rimise a fare il lustrascarpe nei pressi della stazione ferroviaria sotterranea di piazza Camillo Benso
conte di Cavour, come aveva iniziato a fare agli inizi del 44 avviato dal padre, che possedeva una bottega
di ciabattino a Salvator Rosa.    
Nel quarantanove si sposò con Anna, la figlia del panettiere di Porta San Gennaro, che conosceva,
si può dire, da quando entrambi erano in fasce; lei, da alcuni anni, lavorava presso un laboratorio sartoriale
in via Duomo.  
Andarono ad abitare in via Fontanelle nel rione Sanità, in un’abitazione in affitto avente una stanza
in cui dormire e pranzare, la cucina e il bagno, al primo piano di una palazzina con accanto
al portone d’ingresso un’edicola votiva dedicata a Sant’Antonio da Padova.
Non avendo né l’opportunità di guardare la televisione, né alcun svago, quand’erano in casa,
chiuse le imposte al piccolo balcone, s’impegnavano nell’intento di accrescere l’esiguo nucleo familiare, senza riuscirci; ad ogni giungere del periodo di menorrea, del mese seguente, era un versare,
da parte di entrambi, lacrime d’avvilimento.
Si era giunti nei primi giorni d’agosto del cinquantuno, Anna uscita dal portone dello stabile
come ogni mattina si fermò dinanzi all’edicola, fattasi il segno della croce prese la strada per recarsi
al lavoro, ma fatti due passi si sentì chiamare da una voce a lei familiare, voltatasi vide che a chiamarla
era stata colei a cui aveva pensato: donna Nunzia.
Costei, nel rione Sanità, veniva chiamata lo stregone dei Vergini, abitava per l’appunto in via Vergini,
il luogo in cui si svolgeva il mercato di quartiere, lavorava come infermiera all’ospedale San Gennaro
e aveva aiutato a partorire in casa, oltre a svolgere ogni opera infermieristica, molte donne delle zona, compreso donna Antonietta, la madre di Anna; le si dava il merito di riuscire, al contrario dei fallimenti medici, a far restare incinte figliole, che maritatesi, non riuscivano a sfornare marmocchi. 
Donna Nunzia giunta ad un metro da colei che aveva chiamata<< Piccerè, per me sei sempre la mia piccina, come tutti quelli che ho fatto sbocciare restano i miei piccoli, ma quando mi dai il piacere d’accogliere
il tuo nato, ma vi date da fare tu e Ciro? >>
Anna<< Certo donna Nunzia,  come non vorrei darvelo!
Ogni mese è ‘o chianto ‘a Matalena (Pianto di Maria Maddalena, ai piedi della croce di Cristo.) da parte
di entrambi, poi ci rincuoriamo a vicenda e continuiamo a tentare.>>
Donna Nunzia<< Come ogni volta che posso sono andata dalle anime del Purgatorio del cimitero
e uscita ho fatto apposta la strada che mi portava da queste parti, volevo tue notizie,
ora faccio il mio solito giro, in ospedale ho il turno di notte, quando ritorni da lavoro vieni a casa mia,
prima che vada a prendere servizio, parliamo un po’, vediamo di risolvere questa cosa.
Però quello che ti voglio dire è che non ci devi mettere il pensiero se resti o meno incinta, certe cose vanno fatte per il piacere di farle; non ci dovete pensare!>>
Donna Nunzia diede un bacio sulla fronte ad Anna e ognuna riprese la sua strada, quest’ultima nel tardi pomeriggio, uscita da lavoro, si precipitò a casa di lei.
Trascorse il mese corrente senza che cambiasse nulla, ma il mese settembrino fu per Anna e Ciro auspicio
di primavera e a giugno del cinquantadue, all’alba del tredici, a Sant’Antonio da Padova, la levatrice
fu a prendere tra le mani la figlia dei due, Antonietta, chiamata così sotto suggerimento di donna Nunzia.
Anna partorì in casa e dopo essersi ristabilita divenne sua consuetudine accendere un lumino, ogni sera,
e porlo sul marmo dell’edicola, chiedendo al Santo di vegliare sempre sulla piccola  e ogni domenica,
dopo la prima poppata, si recava con la figlia nella piccola chiesetta del cimitero delle Fontanelle,
ove vi era un antico Crocifisso in legno posto dietro l’altare di marmo.
Nel corso degli anni Ciro e Anna, nonostante il desiderio e l’impegnarsi, non ebbero altri figli,
la donna continuò a raccomandare la figlia al Santo, come ogni domenica mattina non mancava
mai nel recarsi con lei a pregare alla cappella nella catacomba.

                                                                                               II                                                                                      
Si arrivò nel millenovecentosessantanove, Antonietta compì nel corso dell’anno diciassette anni e lavorava nel laboratorio in cui era ancora occupata la madre, mentre Ciro, il padre, continuava
a fare il lustrascarpe al solito posto.
Nel medesimo anno, il giorno seguente l’ultimo di lavoro prima delle ferie estive,
una delle giovani lavoratrici della sartoria organizzò una festa a casa sua e invitò le altre,
compreso Antonietta. 
Durante il festino la ragazza conobbe Ignazio, cugino dell’organizzatrice della festa, un ragazzo di tre anni più grande di lei.
Agli inizi di settembre lui, che lavorava in qualità di autista dei mezzi pubblici, fece in modo d’incrociare
le sarte alla fine dell’orario di lavoro, facendosi adocchiare dalla parente, intanto che camminava davanti alla sartoria, che lo chiamò per salutarlo, ignara della messinscena: realizzo così l’intento d’incontrare
la figlia di Anna.  
Si soffermò a confabulare con loro, dopodiché, mediante un pretesto, si accodò alla cugina, alla donna
e la figlia, che facevano un buon pezzo dello stesso cammino.
Giunti a via Foria il quartetto si fermò, essendo arrivato davanti al portone del palazzo dove abitava
la collega di lavoro, Antonietta e Anna salutarono e ripresero a camminare verso la via di casa;
Ignazio attese che le due si allontanassero, senza che uscissero dalla sua visuale, salutò la cugina
e le seguì.
Da quel giorno, quando i suoi doveri lavorativi glielo permettevano, faceva del tutto per incontrare Antonietta, approfittando soprattutto delle poche volte che si trovava da sola a fare qualche commissione.
Si prodigò in un incessante e romantico corteggiamento, fino alla capitolazione della ragazza.
Dopo il primo bacio Anna già sapeva tutto per bocca della figlia, per questo volle parlare
con lui per venire a conoscenza delle sue intenzioni.
Trascorsi dei mesi il giovane si andò a dichiarare da Ciro, chiedendogli la mano della figliola.
I genitori erano contenti del partito con un buon posto di lavoro che era toccato ad Antonietta;
egli era premuroso e pieno d’attenzioni con loro come lo era con la fidanzata.
Anna, che si rallegrò anche con donna Nunzia del buon fidanzamento, ogni volta che passava davanti
al Santo, compreso la sera quando si recava a portare il lumino acceso, non faceva altro che ringraziarlo
e continuò, senza mai mancare insieme alla figlia, a recarsi all’altare del cimitero delle Fontanelle
la domenica mattina.

Nell’autunno del settantatré, Antonietta, ormai maggiorenne, convolò a nozze con il suo amato.
I novelli coniugi, ritornati dal viaggio di nozze trascorso in Sicilia, andarono ad abitare in un’abitazione
in uno dei palazzi di via Salvator Rosa. 
Ma dai primi giorni nella dimora cessarono premure e romanticismi, dopo un mese Ignazio si licenziò
dal lavoro e per un bel periodo non fece neppure andare a lavoro Antonietta, pretendendo di trascorrere, insieme a lei, giorno e notte sul talamo e se la moglie tentava di ribellarsi erano botte da orbi.
Poteva solo scendere dal letto per cucinare e uscire di casa per andare a fare la spesa, in fretta e furia;
non doveva mai dimenticarsi il vino.
Pranzavano e cenavano restando sul letto.
Anna e Ciro non riuscivano ad avere notizie della figlia e tantomeno sapevano dell’attuale situazione
che stava vivendo.
Dopo tempo la donna riuscì ad intercettare la figlia in una delle sue fugaci uscite e così seppe
della vicenda.
Antonietta era irriconoscibile anche agli occhi della madre.
Anna ritornò a casa sconvolta, come lo fu Ciro quando la sera ritornò da lavoro e seppe.
D’allora smise d’accendere lumini e recarsi la domenica al cimitero delle Fontanelle.
Cominciò, quando si trovava davanti all’edicola, a chiedere a Sant’Antonio perché avesse smesso
di proteggere la figlia. 
Finiti i soldi che gli permisero di sopravvivere in quel periodo Ignazio concesse ad Antonietta di riprendere
il lavoro, mentre lui oziava tutto il giorno.
Il tredici giugno del millenovecento settantacinque, era un venerdì, Antonietta prima di andare al lavoro,
riuscendo ad uscire più presto di casa quella giornata, si allungò all’abitazione dei genitori, dove giunta
dinanzi al Santo il suo sguardo cadde su quello che sembrava un rossiccio foglio di carta piegato lì per terra, sul quale risaltava il volto di uno che poteva sembrare un monaco, l’abbigliamento del mezzo busto
della raffigurazione faceva pensare ciò.
Lo raccolse e tenendolo tra le mani raggiunse l’abitazione, ad aprire la porta fu la mamma,
il padre già era sul posto di lavoro, che gli chiese come mai fosse andata.
La figlia gli disse di aver trovato un santino ai piedi dell’edicola e glielo porse.
Anna incominciò ad aprire il foglio di carta iniziando a notare che la figura non era un monaco ma bensì Michelangelo Buonarroti e disteso del tutto apparve che era una banconota da diecimila lire
su cui, sul lato lateralmente all’immenso artista, vi erano scritti dei numeri con il loro significato:
26 Nanninella (Anna), 55 ‘a museca (la musica) e 85 ll’aneme ‘o Priatorio ( le anime del Purgatorio).
Le due fecero  la stessa pensata: uscirono di casa, entrambe si fecero la croce dinanzi a Sant’Antonio,
e si diressero alla ricevitoria del rione, dove, entrate, giocarono i tre numeri  così com’erano scritti.
Quando il ricevitore chiese quale cifra desiderassero puntare entrambe risposero: il valore della banconota!
L’uomo alzò un istante gli occhi, li riabbassò e fece l’operazione.
Anna prese in consegna la ricevuta e uscite si diressero al lavoro, dal quale, il pomeriggio,
ognuna si diresse alla propria abitazione, senza far parola con i rispettivi consorti.
Il fato o sant’Antonio volle che il sabato sera uscissero dall’urna tutti e tre numeri, uno in fila all’altro,
sulla ruota di Napoli; madre e figlia su quella puntarono.
Anna lo disse la sera stessa a Ciro mentre Ignazio non seppe nulla e tantomeno sospettò qualcosa,
neppure nei giorni seguenti.
Dopo circa sei mesi, all’orario in cui sarebbe dovuta rincasare Antonietta, all’abitazione di quest’ultima suonò il campanello della porta d’ingresso, ad aprire andò, imprecando perché pensava che fosse la moglie e che non avesse la chiave, Ignazio.
Certo che era la consorte che aveva suonato il campanello, aveva immaginato bene, ma non immaginava che fosse insieme ai genitori e a due carabinieri: la moglie gli consegnò la richiesta di divorzio, gli agenti
gli intimarono di accettare le disposizioni e di rispettare la volontà di quella che sarebbe diventata
l’ex moglie.
Il “povero” Ignazio restò immobile e muto sull’uscio di casa, mentre vide i cinque, che gli voltarono
le spalle senza neppure salutarlo, scendere le scale del palazzo e allontanarsi…          

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Profilo Autore: Vincenzo Patierno  

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