Vano è ogni vostro tentativo di svelare la mia identità,
il tempo che vi spendete è mero fumo...
Non ho un solo volto, né una sola dimora:
son capace di vestire ogni parte e di camminare,
invisibile e presente, tanto nei palazzi dei re quanto nelle ombre dei vicoli.
Io sono colui che è, ovunque e in nessun luogo.
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Profilo Autore: rikyineffable  

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C’era un tavolo, semplice, di legno chiaro, segnato da graffi e ricordi.
Lì sopra si erano appoggiate mani, tazze, risate. Era il centro di tutto: parole che si intrecciavano, occhi che si cercavano, silenzi pieni e mai vuoti.

Una volta ci sedevamo vicini davvero. Si parlava senza fretta, si sorrideva per niente, e quel niente bastava.

Poi, piano, è arrivata la tecnologia.
All’inizio era solo un oggetto in più, appoggiato tra i piatti. Poi è diventato due, tre, uno per ciascuno. Le teste si sono abbassate, gli sguardi si sono spenti. Il tavolo è rimasto lo stesso, ma non era più un luogo: era solo una superficie.

Le risate si sono fatte rare, le parole corte, distratte. Ognuno chiuso nel proprio piccolo mondo luminoso, mentre quello vero, fatto di occhi e respiri, si allontanava senza fare rumore.

Il tavolo ha continuato ad aspettare.
Ogni sera, immobile, custodisce ancora l’eco di ciò che eravamo. Forse sa che basterebbe poco — un telefono spento, uno sguardo alzato — per tornare a vivere.

Ma intanto resta lì,
testimone silenzioso di una distanza nata troppo vicino.
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Profilo Autore: fabio brogini  

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Iniziava a schiarire e un filo di luce penetrava dalle persiane come una lama a tagliare l’oscurità della stanza. Davide si era appena svegliato, guardò fuori dalla finestra ad osservare il nuovo giorno e ad ascoltare i primi uccellini cantare rincorrendosi, giocavano gioiosi tra il cielo e i rami degli alberi, gorgheggiando a piena voce.
Spalancò la finestra per osservare meglio il bel panorama che si vedeva dalla sua camera con vista sul mare. A malapena s’intravvedeva l’orizzonte, una linea sottilissima, appena abbozzata che definiva la fine del mare e l’inizio del cielo che in questo momento d’inizio d’alba, stava per tingersi di un bel colore rosato …
Poco più in là, oltre la lunga spiaggia arenile, si stagliava una lussureggiante e verde boscaglia che si faceva complice di centinai di nidi di svariate varietà d’animali boschivi.
Davide, dopo aver fatto un’abbondante colazione con latte e cornflakes, si spostò sorseggiando la sua prima tazza di caffè forte e amaro, sull’ampio terrazzo di quella casa vicino al mare sulla cui ringhiera troneggiavano ben allineati i rettangolari vasi di gerani con i fiori che ritornavano a mostrare il loro bel colore rosso vermiglio già alle prime luci dell’alba.
Rientrò dentro casa ed avvicinandosi al pianoforte a coda, schiacciò qualche tasto ma ascoltate poche note scosse la testa con fare scontento e sconsolato.

Davide era un giovane cantautore alle sue prime armi, aveva vinto da poco il suo primo concorso e una casa discografica gli aveva commissionato una compilation tutta di sue canzoni, qualcuna già l’aveva ed era a buon punto ma, per terminare il lavoro ne doveva scrivere ancora una inedita, il testo lo aveva già nella mente ma non riusciva a trovare l’ispirazione per la musica, era andato in quella casa in riva al mare per trovare la tranquilla serenità che gli desse lo stimolo necessario.
Sentì suonare alla porta e seccato pensò tre sé e sé:
“ma chi mai sarà così presto?” andando ad aprire.
“Non ho proprio bisogno d’intrusioni in questo momento!” continuò a pensare.
Si trovò davanti Giulia, una vecchia amica del posto, una bella ragazza con un bell’ovale, dei bei capelli castano scuro, lisci e lunghi fino al seno ed un corpo ben proporzionato; portava una Tshirt gialla e dei pantaloncini al ginocchio che lasciavano liberi i forti polpacci.

“Ciao Davide, stavo facendo footing sul lungomare quando ho visto la tua casa aperta ed ho pensato di passare a salutarti” disse sorridente Giulia con voce allegra e argentina.
“È tanto tempo che non vieni più qui!” aggiunse.

“È vero, sarà un anno e mezzo che non vengo qui” disse Davide.
“Sono venuto in cerca d’ispirazione per la mia prima compilation che la casa discografica mi ha commissionato ma purtroppo anche qui non sono ancora riuscito a mettere insieme due note!”
Giulia sapeva che lui era un cantautore ed aveva seguito, anche se solo un poco, il suo successo per cui si dispiacque di questo suo momentaneo arenamento.

“Dai non te la prendere, sai che questa casa ti ha sempre ispirato, vedrai , tutto arriverà in modo naturale come ti è sempre accaduto …” lo consolò convinta Giulia.
“Ma entra” le disse Davide aprendo tutta la porta “vieni che ti leggo il testo”
Davide lesse il testo a Giulia che lo trovò fantastico! Poi con quel suo fare spensierato gli disse:
“Dai, adesso non pensare alla musica, verrà, vieni che andiamo giù a camminare lungo la spiaggia.”
Lo prese di brutto per mano trascinandolo sul balcone e poi giù per le scale che scendevano verso la spiaggia, corsero ridendo lungo la stradina costeggiata dai doppi filari di splendide rose rosse, bianche, rosa e gialle che erano in piena fioritura donando al paesaggio magnifici colori e profumi tipici del luogo.
Ridevano felici, Giulia era proprio contagiosa, corsero e corsero ancora fino alla spiaggia a guardare le onde che s’infrangevano e si ritiravano sulla sabbia. Si tolsero le scarpe e come dei bambini felici, sguazzavano coi piedi nell’acqua giocando tra un’onda e l’altra.
Felice ora Davide di quell’incontro casuale, iniziò ad abbozzare un motivo, a canticchiare il testo della sua canzone e quasi senza accorgersene aveva trovato il feeling tra testo e musica!

Abbracciò Giulia con grande gioia e tenerezza di quel momento speciale che questa amica di vecchia data arrivata al momento giusto a rallegrare la sua vita e soprattutto a fargli trovare la giusta ispirazione.
Corsero in casa e velocemente Davide, mentre la mente ancora cantava quel motivo arrivato come d’incanto …. “con matita – spartito” scrisse frenetico le note sotto una forte ispirazione ed in meno di quanto si potesse immaginare il pezzo, una nota dietro l’altra, venne completato!
Quando lo suonò al pianoforte Giulia lo ascoltava estasiata, era veramente una bella canzone, la melodia appena creata poi, scatenava insieme alle parole, fortissime emozioni!
“Bravo Davide, è proprio una bella canzone” gli disse Giulia.
“Grazie Giulia, devo dire che è anche merito tuo, il tuo arrivo, la tua allegria, il tuo sorriso e la tua spensieratezza sono stati determinanti” ribadì Davide.
Decisero di continuare la giornata andando a ritrovare gli antichi posti della loro bella amicizia parlando dei tempi passati di uno e dell’altra.

Il giorno dopo i loro impegni li avrebbero di nuovo separati, ma si lasciarono con la promessa di ritrovarsi durante l’estate successiva.
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Profilo Autore: Maria Luisa Bandiera  

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Quel pezzetto di prato tra i due fili spinati e lo spicchio di cielo sul lago distante era una cosa da togliere il fiato, ma forse solo a me lo toglieva, viaggiatori distratti con me altre volte… e cosi mi ero proprio scocciata, da sola, meglio, a cogliere erbette, ce n’erano alcune pelose di un verde acceso,  altre con  profumi  che mettevano appetito e piccoli fiori dai colori cosi decisi che dolevano gli occhi.

Ci sarebbe stata bene una casa proprio lì, non grande, certo isolata, con uno steccato chiaro sul muretto a secco, una casa di pastori...  a guardare quello spicchio di paesaggio uno sarebbe cresciuto per forza... per forza cosi come me con  la voglia forte di spiaccicarsi sul prato a braccia e  gambe aperte e con gli occhi verso il lago. La vedevo, la vedevo bene e vedevo anche le stanze, poche, e l’avrei voluta proprio cosi… proprio  così. 

Prima prendo erbette da portare con  me e poi mi sdraio, un bel po' stanca, ma avevo camminato forse tanto, troppo.  C’è un bel sole.

Intorno alla casa ci sarebbe stato bene certamente un orto con meloni succosi d’estate che non si fa in tempo a mangiarli ed un giardino con fiori che non si devono cogliere, ma io, ma io una volta da piccola ho colto quelli di mio nonno e poi mi sono messa a letto per non essere sgridata.

Potrei fare un gioco, un gioco antico: rotolarmi nella parte del piccolo pendio di erba bassa fino ad arrivare contro il tronco di nespolo selvatico, lo conosco cosi bene questo gioco e il nespolo, ecco… ecco, cosi… rotolarsi fino al nespolo. Meraviglioso…

Che sole, quello del tramonto è il migliore a guardare lontano, e in tutto questo guardare  ci sono erba, grilli, ragni, uccelli alberi, formiche, e chissà altro… attraversati dal sole.

Un rumore di motore, tre uomini scendono dalla macchina accostata sulla strada, due vestiti uguali in scuro ed uno più chiaro un  po' più nervoso nei movimenti, si avvicinano ma il più chiaro di più dopo aver fatto un cenno agli altri due, non li vedo bene perché hanno il sole in faccia e tengono la testa un po' piegata con la mano sugli occhi. Ma adesso lo vedo Gino... ma guarda  un po'... finalmente sei arrivato!  Mi prende la mano, la sua è un po' sudata, non  mi risponde ma mi guarda dappertutto, cosa cerca?  Poi ingoia saliva: ti stavamo cercando perché sei andata via ?

Io sono andata via? Tu  te ne sei andato!, vedo un accenno di disapprovazione, squilla il suo cellulare: … si è qui, Sì, dove era prima la casa, ha colto erbette, si è sicuramente rotolata, ma non ha ferite. No, lo so... bisogna chiudere bene e non lasciare la chiave sul cancello.  Si, si… si….;

Mi tira la mano, ma io  non  voglio andare, “il sole sta tramontando, domani torniamo”. Ma lo dice senza guardarmi, io non voglio, chiama gli altri due e mi prendono di peso perché io non faccio un passo, poi dentro la macchina sento un  nome, ma io non mi chiamo cosi è un nome straniero che pronuncia piano uno dei due vestiti scuri all’altro, sarà di qualcun altro che non conosco: Alzh… eimer.

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Profilo Autore: Simona Nardi  

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QUESTA GUERRA

Questa guerra

non è la nostra guerra

vogliamo vivere e giocare

urlare a squarciagola

per chi arriva primo

a un calcio di pallone.

Questa guerra

noi non la vogliamo

non è quello che desideriamo

vogliamo vedere le stelle

e non queste luci così veloci

che ci fanno tanta paura

desideriamo di sognare

nel nostro piccolo e caldo letto

con un vero pigiama

e non con questi stracci

malridotti dalla polvere e dal fumo.

Questa guerra

è come un orco cattivo

non ci fa vedere il sole

che in questi giorni

potrebbe essere così bello

e la luna si allontana sempre di più

senza le sue stelle

fuggite via spaventate

da questo odore di ferro e fuoco.

Questa guerra

no! Noi non la vogliamo

vogliamo ritornare bambini

e giocare felici

senza morire

per una stupida ragione.

Questa guerra

che non ci dà più pace.

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Profilo Autore: RAFFAELLO CONCA  

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Il suo nome era breve, quasi un soffio: “Harry”. 

Eppure, quando è arrivato, non ha chiesto permesso. Si è presentato con il ruggito di un mare che non riconosceva più i suoi confini, trasformando l’orizzonte in un muro cieco di schiuma e detriti. In due giorni, il confine tra la terra e l'abisso era svanito.

Il lavoro di una vita, le mura dei  locali che profumavano di salsedine e di sogni, tutto è diventato preda della corrente, le attività commerciali, i lungomari che avevano ospitato i sorrisi dell’estate, le strade dove prima si passeggiava, inghiottiti da una furia cieca. 

Dove prima regnava l’oro delle spiagge e il bianco ordinato degli stabilimenti, ora restava solo un’architettura del caos. 

Le piastrelle colorate che avevano guidato i passi di mille persone giacevano a destra e a sinistra come stuzzicadenti sull’asfalto, sollevato in zolle pesanti come ferite aperte .

Il fango aveva soffocato i ricordi e il vento aveva strappato  il futuro dalle mani di chi lo aveva costruito .

Ma all’alba del terzo giorno, mentre il cielo tornava finalmente a farsi guardare è accaduto qualcosa di più potente di qualsiasi ciclone. 

Al rombo del vento è subentrato il ritmo delle pale, al fragore delle onde è seguita la danza delle mani ,  senza sosta. 

Una solidarietà fatta di sguardi  e braccia forti, dove il vicino era diventato un  fratello e lo sconosciuto un alleato.

Perché “Harry”, nonostante la sua forza bruta, è stato solo un vento di passaggio, la resilienza di chi ha il mare dentro è una radice antica, profonda quanto i sui fondali , che nessuna tempesta potrà mai sradicare. 

Ci riprenderemo la riva, un secchio di fango alla volta, ricostruendo non solo i muri, ma l'identità stessa di un territorio che non sa stare in ginocchio.

“Harry” ha portato il rumore della distruzione, ma la dignità dei calabresi e dei siciliani ha risposto con il silenzio operoso di chi sa una verità fondamentale: si può abbattere una casa, si può sventrare una strada, ma un popolo che trova la propria forza nel sale e nella roccia non si può fermare. 

Tornerà il tempo del sole a picco e del sale sulla pelle, quel brusio felice di una spiaggia che brulica di vita tra il richiamo dei bambini e il rimbombo dei palloni calciati sul bagnasciuga; torneranno i brindisi al tramonto e la spensieratezza del passeggio serale, cancellando con la forza della normalità le ferite del ciclone, di cui resterà solo l'eco sbiadita di un brutto sogno ormai lontano.

E tornerà  l’estate ,  torneranno le luci, la musica tra le balere , il profumo della pizza, il passeggio sotto le stelle, il gelato sulle panchine guardando il mare , perché l’estate non è solo una stagione, è uno stato mentale fatto di rituali precisi, suoni ovattati e quel contrasto netto tra il riverbero  e l’ombra , il sole e le stelle. 

(19/20/21 Gennaio 2026 )

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Profilo Autore: Caterina Morabito @   Socia sostenitrice del Club Poetico dal 14-03-2014

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Nasce un’ansia dentro l’anima che non s’arrende ancora a quel destino che stava scritto nella sua memoria ancestrale..

Era scritto e lei lo sapeva già nel profondo dell’anima sua, ma dovendolo affrontare non se ne dava pace di quel patto preso allora nel mondo degli eterni universi che lei, come individuo umano, non ricordava, ma che sentiva incombere negli eventi del suo destino.
Ora l’anima sua, si disperava ogni sera, quando il sole tramontava per lasciare spazio alla notte, tutto pareva magico e la natura tratteneva il respiro mentre il tempo sembrava sospeso, immobile, in ascolto.

Ma lei purtroppo, non voleva più sentire quel nodo alla gola nell’avvicinarsi di quel giorno, per lei sempre prematuro e che nell’oggi aveva perso nel suo cuore il vero senso d’essere.
La domanda che si poneva era una sola:
che senso aveva vivere oggi quel Karma del passato che lei più neanche ricordava di quelle brutte azioni fatte allora, che lo avevano generato e affrontarne ora in una vita successiva le conseguenze!

L’aveva al momento della nascita pattuito, ma ora nel suo cuore buono, le sembrava tutto così tremendamente difficile da accettare!

“Il destino e la Legge del Dare e Ricevere”
Molti eventi nella nostra vita sono predestinati, a partire dalla nostra nascita e dalla scelta della famiglia in cui nasciamo. Si nasce in una famiglia in cui le condizioni sono favorevoli al compimento del proprio destino e dove si ha un significativo conto del dare-prendere.

Secondo la “legge del Karma” ogni azione ha il suo riscontro, vale a dire che un’azione positiva genera dei meriti, mentre un’azione negativa genera dei demeriti e quindi di conseguenza, con il Karma, si raccolgono i frutti delle proprie azioni; sia buone che cattive.

Ora era tempo della raccolta, della resa dei conti e la sua anima lo sapeva molto bene!
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Profilo Autore: Maria Luisa Bandiera  

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C’era una volta una piccola fattoria nel cuore di una montagna. Tra quelle mura nacque un papero. Non era un papero qualsiasi… aveva un dono: poteva parlare con gli esseri umani! La figlia del fattore, Maria, se ne accorse e ne rimase sbalordita, come un bimbo che ammira le lucine scintillanti di mille giostrine fra le bancarelle traboccanti di caramelle in un giorno di festa. Ogni mattina, di buon ora, la piccola Maria, con le sue goffe treccine disfatte e il suo vestito rosa baciato dalla primavera, correva felice per la piccola fattoria, divertendosi a cercare quel papero speciale intento a dormicchiare nei posti più impensabili. “Sei qui mio dolce amico paperotto?” ripeteva curiosa Maria, sbirciando fra la paglia di un vecchio carretto malconcio, fra i formaggi del nonno in dispensa, fra le conserve della mamma in cucina, fra i panni ancora bagnati stesi ad asciugare che inzuppavano le piume stizzite di una gallina e dei suoi pulcini. “Ma dove sei mio dolce amico paperotto?” si chiedeva ancora Maria, giocando a cercarlo nella stalla, al calduccio, fra docili pecorelle e teneri agnellini che la salutavano belando felici. E poi ancora nell’orto, seguendo la fragile scia delle lumachine, il volo di mille farfalle colorate, la cascata di un timido arcobaleno spuntato fra le cime delle montagne. “Sono qui!” Rispose finalmente il dolce paperotto con voce triste, fissando l’acqua scura, fresca e profonda del pozzo, agitata soltanto dal soffio delicato del vento. “Che succede mio dolce amico paperotto? A me puoi dirlo!” Disse Maria, preoccupata e dispiaciuta, sperando di poterlo consolare. “E’ che ho tanta tanta paura di nuotare, mia piccola amica, ma mi manca moltissimo il mio papà che vive tutto solo lungo le rive impetuose del fiume, laggiù a valle. Sai, la mia mamma purtroppo non c’è più ed io vorrei tanto raggiungerlo per riabbracciarlo e per giocare un po’ con lui, ma non so davvero come fare”. “Nessuno mi ha mai insegnato a galleggiare!” Concluse il piccolo papero, continuando a fissare senza alcuna speranza l’acqua del pozzo. “Lo scoiattolo cattivo del bosco mi prende in giro da giorni, deridendomi orgoglioso dal suo ramo spoglio. Papero fifone! Papero fifone! Papero fifone! Mi ripete in continuazione quello scoiattolo impertinente senza un briciolo di compassione!” “Non preoccuparti mio dolce amico paperotto! La Fatina del Sole ascolterà certamente la tua preghiera, realizzando il tuo piccolo grande desiderio”, rispose Maria, fiduciosa. Così all’improvviso, su un’altalena sospesa nel cielo ecco apparire la Fatina del Sole con la sua bacchetta azzurra come l’acqua, i lunghi capelli rossi e il suo bel vestito fatto di nuvole e di foglie. “Dolce paperotto, se vuoi galleggiare lungo il fiume senza alcuna paura, io costruirò per te una bellissima barchetta inaffondabile tutta fatta di fiori magici, preziosi e profumati. Ma tu dovrai farmi una promessa: lungo il tragitto dovrai staccare dalla barchetta un fiore magico da donare ad ogni cucciolo triste, solo, infreddolito e impaurito che incontrerai lungo il cammino. In ogni fiore è custodita la polvere magica del cuore della loro mamma, così che possa essere sempre al loro fianco, anche da lassù. In questo modo io esaudirò il tuo desiderio e tu, piccolo paperotto, aiuterai ogni cucciolo in difficoltà ad avere una vita migliore e un po’ più felice”. “Grazie Fatina del Sole, ho davvero imparato la lezione: aiutare gli altri è il regalo più bello che possiamo fare al mondo e quando sarò io ad avere bisogno, dovrò solo avere un pizzico di fiducia in più nel mondo!”.

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Profilo Autore: rosa dei venti  

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Le sue palpebre non volevano più chiudersi, anche se era tardi, non appesantite da un sonno che non veniva.

Così egli uscì sul poggiolo e gli occhi frugarono il buio color cenere, tra fiamme di presentimenti. Era come se dall'orizzonte giungessero echi di livide invocazioni e si scorgessero larve di naufragi. L’attesa si bruciava nel silenzio, mentre vane speranze ustionavano il cuore. Dal cielo si riversava sangue misto a veleno, la notte sfavillava di una luce nera. Nella sua mente visioni di stelle le cui orbite deragliavano proiettate ai confini del nulla, in voragini di silenzio. Gli astri, in instabili ellissi, sfioravano destini ancestrali. Gli parve che da una distanza incommensurabile risuonassero i rintocchi di una chiesa vuota, la voce di Dio si perdeva tra veli di sogni polverosi.

Egli sentì la sua fragile vita come il pegno di un errore primigenio. Avvertì crollare su di lui la volta del tempo, i macigni del fato schiacciarlo ed una strana, triste gioia lo pervase, ora che non restava più alcuna traccia del mondo.

00-11 EE
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Profilo Autore: Oudeis  

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Al mio paese l'aria salmastra si fondeva con l'odore della terra collinare, ma io seduta alla mia vecchia scrivania, sentivo solo l'odore stantio della carta ingiallita. Non era un cattivo odore, piuttosto l'aroma quieto del tempo sospeso.
Aveva riaperto il cassetto diciassette anni dopo averlo sigillato. Diciassette anni di vita piena: casa, due figli meravigliosi, il lavoro, la grande e necessaria distrazione dal mondo che aveva messo a tacere il sussurro. Ora, quel sussurro era tornato, più insistente, una marea che bussava dall'interno.
I versi che ne emergevano erano come li ricordavo: pieni di una giovinezza passionale, di promesse non mantenute e di interrogativi lasciati a mezz'aria. Ma leggendoli, non provavo nostalgia, bensì una strana, luminosa consapevolezza.
Mi chiesi: chi ero io quando ho scritto quelle parole? E in cosa mi sono trasformata per poterle dimenticare?
L'introspezione non era un processo dolce; era un impasto interiore, proprio come descrivevo la mia poesia. Era amore, certo, ma anche la bruciante coscienza delle contraddizioni: la fantasia che lotta con la realtà, il sogno che cozza contro l'abitudine.
Tenevo tra le mani un foglio con una poesia incompiuta. La strofa si bloccava su un verbo timido, quasi spaventato. In quel vuoto, vidi i miei diciassette anni di silenzio. Non erano anni persi; erano il lento processo di maturazione che ora mi permetteva non solo di finire quella poesia, ma di riscriverla interamente con un’autorità nuova.
Capì che la poesia era la mia vera casa, il luogo dove non esisteva la Caterina madre, moglie o lavoratrice, ma solo la Caterina essenziale, quella che filtrava la vita in versi.
Il mondo, con la sua inesorabile concretezza, mi aveva allontanata. Ritornare significava accettare che la realtà più profonda era fatta di nostalgia e sogni, di luci e ombre, e che solo scrivendo potevo dare ordine al caos.
Chiudendo gli occhi, mi sentì svuotare e riempire al contempo. Il vecchio cassetto era ora un vaso comunicante: il passato mi offriva la radice, il presente mi donava la linfa. Seduta nella quiete che annunciava la sera, il mio sguardo catturava il mare, il cielo, le salite, le discese, il verde degli alberi, le case, le cose, il mio equilibrio: non fuori, nelle lodi o nei premi che ho poi collezionato, ma in quel dialogo infinito, sincero e mai uguale, che si svolgeva tra me e la mia penna.
La sera mi trovò ancora lì, immersa nella luce calda e fioca, a capire che la vita non mi aveva fermata, semplicemente mi aveva preparata a scrivere.
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Profilo Autore: Caterina Morabito @   Socia sostenitrice del Club Poetico dal 14-03-2014

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