Dove i ghiacciai sono cristalli,
la luce si trasfigura in miraggi,
glauchi monti sovrastano le valli,
mentre l’aura reca dolci messaggi.
Si frastagliano nel cielo le Alpi,
orlate da cedri e felci in ventagli.
Verso l’eterno infinito si salpi,
oltre la vita e i suoi travagli.
Isole estese nel mare cobalto,
madrepore ramificate i fiordi,
scroscia una cascata dallo spalto
con vibrazioni di clavicordi.
Terra di acque e nubi in volute,
di fiumi flessuosi, Nuova Zelanda.
Per noi, i sogni di ali intessute,
dilegui di là dal nulla la randa.
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L’azzurro del cielo si china sul borgo,
mentre il mare ne raccoglie il respiro.
Tra queste mura di pietra e di sole
il tempo è un nastro di luce sospesa,
le case , petali di roccia viva.
Salgono i tetti verso il vuoto immenso,
qui l'orizzonte non è mai confine,
ma un abbraccio che tutto confonde.
Il mio borgo è una nave
di muri e di sentieri
che naviga profumata di sale ,
tra il verde scuro dei valloni e l'argento degli ulivi,
immobile nel blu dove sosta
e si fa casa.
Montepaone (CZ)
Iris, luce di preziosa ametista,
nella primavera che crea fregî;
per chi conduce una vita trista
sono sortilegî.
I petali imbevuti di cielo,
aprile che riluce sui declivî,
la danza delle rondini a pelo
degli ulivi...
Felicità, duri solo un istante,
breve sogno di un’illusione,
sùbito scintillio del diamante,
vana visione.
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Spiragli di luce sfiorano radenti i campi intorno
l’ultimo tepore accompagna la vita che si appresta alla notte
i colori recedono
gli odori e i rumori cambiano nell'ombra che avanza
la mente abbandona la sua pretesa
non piu capire
ma solo esserci
entra nuda nel coro
e si arrende all’estremo fiato di sole
Guizza sull’acqua un raggio di sole
schizzi di pioggia sull’arcobaleno,
lampi di luce tra magiche calli
sotto un ponte appare la gibigiana
tremolanti riflessi danzanti sui muri
accendono passioni in cuori affranti,
fuggevoli immagini in forme cangianti
rimandano l’eco di miti cantanti
vibra e palpita la gibigiana
si allontana in silenzio nell’ombra
scompare nel buio della notte,
il dolce sorriso di una pantegana.
nelle sere senza voce.
Il freddo incise sui vetri
trame sottili, come memorie
che l’inverno protegge nel suo palmo.
L’aria odorava di neve lontana
e le ombre si allungavano lente
sui muri addormentati.
Gennaio avanzò sui campi,
con il suo passo severo.
Sotto la crosta del ghiaccio
la terra taceva, raccolta,
come un cuore che trattiene il battito.
E non era morte, quel silenzio,
ma un’attesa profonda
che nessun vento osava disturbare.
Febbraio depose brina
sui rami nudi,
una luce stanca che sfiorava
le cose senza svegliarle.
Ogni forma restava immobile,
sospesa tra ombra e chiarore,
come se il mondo trattenesse il fiato
prima di un antico rito.
Poi venne marzo,
con un vento sottile e inquieto.
Si ruppe l’ultimo gelo
e nei solchi umidi dei campi
qualcosa tremò piano,
un fremito lieve come un segreto.
Forse era soltanto il soffio
della primavera che tornava,
chinandosi a baciare la sua terra
come un’amante ritrovata.
Se avessi la vostra forza!
Voi resistete alla bufera
sicché quell’impeto si smorza
sulla chioma. Pura, sincera
è la vostra vita: le braccia
nel cielo immenso, le radici
piantate nella terra. Schiaccia
il fato il tempo. Non ho amici,
fuorché voi, alberi, che donate
frescura e voci argentine,
dolci frutti e fronde ambrate,
risa di luce con le brine.
Veramente io sono solo:
fuggo il mondo che mi fugge
e rincorro l’agile volo
dei pensieri, il sogno che sfugge
come aquilone dalla mano
incerta di un bimbo. Parlo
a voi che rispondete piano
con sillabe di vento. Parlo
e credo qualcuno ascolti.
Il cenno flessuoso d’un ramo,
i profumi nell’aria sciolti,
una voce che dice: “Ti amo…”.
Se il fulmine vi schianta
o il legnaiolo con la scure,
la misera anima affranta
soffre di pene vie più dure.
Un giorno scorsi un nido
a piè d’un cerro abbattuto.
Dei pulcini un ultimo grido,
l’accorata richiesta d’aiuto…
E’ sera: nell’aria magenta
cammino. Da lungi erompe
il fiotto dei vespri. E’ spenta
la fede, il cuore si rompe.
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Il fresco gorgheggio di un timido ruscello
accompagna il trillo di una cincia dal ciuffo,
colora di note la radura un pettirosso
tra i cespugli affiora il trillo di uno scricciolo
dal sottobosco strofe struggenti del tordo bottaccio
nel crepuscolo l’incanto di un dolce abbraccio,
tamburella gioioso un picchio sul pioppo
nel cielo blu l’eco remoto di un timido cucù
brilla tra i rami la melodia di un fringuello
il sorriso illumina il volto di un fanciullo,
bubola un gufo sui filari tra i colli
canta alla luna un lupo nelle valli.
Polveri di diamante nell’aria
leggere nel gelido vento,
cristalli di ghiaccio sull’acqua,
sboccia la brina nella bruma
sulle finestre in fine filigrana
sui rami e sulle foglie lievi ricami,
dendriti stellari su declivi delicati
tra fili d’erba tracce di stalagmiti
germina il ghiaccio intrecci eleganti
sulla riva di un rivo merletti candidi,
al canto di un merlo il sole risorge
il fiore svanisce in un raggio dorato.
declina il suo sguardo cocente
nel suo dorato seno,
e le verdi foglie tremule,
al lieve sibilo, sussurrano
il loro addio ai nembi che ovattano,
l’estate dai fiori si dissolve
in un respiro di seta grigia,
che, come un che svanisce
al primo chiarore che risveglia,
porta via il suo bagaglio spensierato.
L’aria s’intesse di gocce di ricordi
e promesse in gomitoli da sfilare.
Ogni zefiro porta con sé
il suo aroma lontano tra sospiri
di quei giorni colmi di luce
e risa accese tra colori mai sbiaditi,
mentre il mare, placido tra scogli,
culla memorie ospiti nel cuore.
L’orizzonte arrossisce ancora
in sfumature d’ambra,
dove il giorno cede il passo
ai pennelli della fresca notte,
e i cieli dolcemente si adornano
di stelle tremolanti nell’infinito,
custodi dei segreti d’estate che parte.
Nei giardini ormai quieti,
al canto malinconico dei grilli,
il saggio araldo dell’autunno
carezza i capelli nel suo cammino,
raccontando delle leggere piogge.
È un ritmo eterno di stagioni
nel cerchio del tempo che soffia
rincorse di effimero splendore,
che trasforma e poi svanisce
nel ventaglio dei cicli che svelano
gli occhi degli anni maturi,
alle iridi dei nostri animi sempre verdi.
Luce fugace e labile al tramonto
striatura sfrangiata ai bordi del sole
nel cielo limpido un lampo smeraldo,
nuota nel mare un ippocampo spavaldo
bagliore nell’alba quando l’asino raglia
magico istante a pelo sull’acqua,
entità sfuggente ed inafferrabile
scompari dolce nell’acqua salata
nell’aria tersa e cristallina tinta di rosso
all’orizzonte un fascio tinto di verde,
radenti raggi solari talora ridenti
ridanno speranza al canto di un gallo.
indice di freddi e gelidi giorni
ed ancora prati imbiancati
senza coltre di neve.
Le infinite vie del destino,
giocano a scacchi con la solitudine
all’ordine di folate di vento.
Silenziose strade deserte
nei brividi freddi del verno
di giorni estenuanti
tra brividi gelidi.
Ma di questo gennaio
che imbianca ogni cosa,
natura vive sotto la terra.
E si muove nel profondo
tra radici, a generare
nuovi virgulti pronti a spuntare
sul ramo di nuovo.



