Mé sale le scale Signùr,
s’avviluppano di luce,
zebrano d’indaco i limoni,
carezzano orologi di sole.
Via lattea è la marea,
sfuma cristalli di sale,
sfama capricci di more,
sfibra riccioli d’amore.
Il borgo d’afa s’abbottona
come grappolo d’uva matura
ed i suoi vicoli son alveare,
amache di case disordinate.
Le finestre son petali d’orizzonte,
ferite di giorni, profumi e parole,
miele d’ebbrezza arruffa la pelle
ed ecco carezzar uno squarcio di sera.
Per ogni ferita che io possa averti causato, ne ho causata una uguale a me stessa. Perciò ti prego, non volermene. Sono un essere incompiuto, ben più di quanto tu creda.
Haruki Murakami (da Tokyo blues)
Come una signora alla finestra
panorama incompiuto il suo cuore,
disinganna i desideri di profondità disciolte
nella notte della storia sotto la magrezza del tempo.
Liquida gorgoglia l’ego sulle cicatrici dei sensi
riflessi ondeggianti miraggi d’orizzonti trasognati
schegge su cui tessere febbrilmente lacrime di stelle
lasciandosi inondare oceano sinfonico di stupore
col caldo bacio del divino sulla carne diluita di fede
nell’umano calpestio d’istanti tonanti
animaleschi richiami vitali di dolorosa furia.
Lontano alla fine dell’arcobaleno c'è sempre stato lui
stretto al suo ricordo di quando lentamente le leggeva dentro
spogliandola della difesa per soggiogare la sua paura
al pianto liberatorio nella delizia della resa.
Spoglia dei miei orpelli l'anima
denuda il mio io
scandaglialo con delicatezza
come foglia danzante
e leggera all'alito di vento.
Io sarò radice
e assorbirò il tuo canto.
Sentirai la mia anima abbracciarti
trasmettendoti il mio puro sentimento.
Sentirai il rosso fuoco
che in essa arde
come tramonto in un cielo d'estate.
Ti parlerò dei miei sogni d'amore
che come ciliege rosse
invadono la mia mente
ed il mio cuore
e dell’oscura prigionia.
e nessuno può conoscermi,
e l’estrema lotta.
e dite alla mia terra
che io sempre tornerò;
in questo mare d’ogni tempo;
dite che perduro
e che mai io me ne andrò.
in catapecchie su cui girano lucertole,
d'morosa guerra

sono un'opera difettosa!
Ma non ci posso far niente
perché sono uscita da una fabbrica
anch'essa difettosa.
Sono difettosa quando a stento
riesco a perdonare.
Sono difettosa quando la mattina
non riesco a svegliarmi.
Sono difettosa quando faccio mille progetti
ma non ne porto a termine neppure mezzo.
Sono difettosa quando esigo
un po' di attenzioni.
Sono difettosa quando parlo troppo.
Sono difettosa quando non porto fuori il cane.
Sono difettosa quando non ti cucino la pasta al dente
proprio come la vuoi tu.
E sono una macchina difettosa
quando da sola io, non mi basto,
non riesco proprio a stare.
Ho bisogno di te
che sai darmi
sempre un'aggiustatina
qua e là
quando serve.
Tu, essere, perfetto, o quasi?!
s’ammanta d’acquitrino di foglie,
s’inalbera fra zampilli di vicoli e parole,
s’incamicia di grappoli di sole.
La scogliera lacrima petali di giglio,
inzucchera rovente mosto di nuvole,
confettura d’onda s’incapriccia di rondine.
L’arteria di settembre s’incipria di muschio,
rosseggia cravatte d’acquazzone lunare,
bacia un veliero di piume dal vento luccicate.
Si diverte a giocare con occhi di bambola
a mosca cieca con il fato, come in una favola.
Apro le vele al vento dell’età felice
tra i rimproveri disordinati di stoffa
il lettino contro il muro
dove colorare storie di bambina
e disegni lasciati tra i gessi.
Un brivido antico sbuccia la pelle.
Scalza sopra il tetto guardo le stelle
chiudo gelosa il mio mondo a chiave
Ho la febbre dentro la carezza
lasciata da mamma sul comodino
e stringo forte nel cuore la magia
il mio mondo che muore lì vicino.
M’invento un’ala smarrita
fino all’ultima stella ,
simile a una danza, leggera
tocco delicato di zefiro d’anima.
Lancio nel vuoto ad occhi chiusi
la tenerezza nel cuore
come monetina che decide la sconfitta o la vittoria.
Coloro di respiro l’oceano in me, soffio e brezza.
Non temo l’amore e la vita
frammenti di specchio ognuno fiorito
in brocche scheggiate di dolore e infinito.
mi avvolgo e taccio,
inebriata da un suo proferir di parola,
accolta nel giglio del suo cuore, che a me pare puro.
eppur mi colgo in meditazione assorta, mentre la notte sussurra i suoi lamenti,
o notte ingannevole, fa ch'io possa udire il tuo rantolo di dolore, che il tuo declinar sia implacabile,
tu che mestamente induci a dubitar del candore di un giglio,
che la luce del giorno possa sollevarti dagli inganni che induci in cuori timorosi;
notte perdona l'impudenza della chiarezza e l'ottusità di una voce stanca che ora può finalmente tacere.
Quanta cose te sape di 'na capa janca,
ca p'uòcchje tene duje lummine stanche.
Parla 'e oggi, dimane. Mmaje d''o futuro.
S' accummoglja pe sta' sempe ô ssicuro.
Te spiega pe te da' cocche lezzione.
'Nun tene tantu genio, nè 'mbizione.
Lle piace essere pensata e accarizzata.
Curresse si 'nun ll'ammancasse 'o ciato.
E' n'immaggina sculurita, da 'o tiempo,
cu 'a barba ca 'lle 'ncurnicia 'o mento.
A vvalle scenne n'eco purtatore
E' 'nna vocia abbrucata ca conta ore.
E' 'nu rilorgio 'nvicchiato pe ll'età.
'Ntanto ogni anno passa e và.
Djmane te guarda furastiero.
Se chiede si t'ha ncuntrato ajere!
Nun putenno parla' e "che sarrà?"
Speranzuso và guardanne ccà e llà.
Cunvinto ca nn'atu ghjuorno ce starrà,
ce spera ancora e continua a aspetta'.
una voce impazzita
Sei un Delirio
che inebria la mia vita
Mi devssti
che sei una bomba
Ti vedo
anche dentro un' ombra
e divento fragile
prendi le mie mani che sudano di te
facciamo un viaggio nel sogno più bello che c'è .
Sei un Delirio
che rompe lo scoglio
Sei un Delirio
che sempre voglio
Centri
le mie più calde ossessioni
Muovi
la più forte delle mie passioni
e divento impaziente
poggia quella ciliega sulla mia pelle
facciamo l'amore sotto un giardino di stelle












