sensuale, l’oblungo, tenero lobo,
l’orecchino ove la luna scocca
un raggio inargentato. Sul globo
splende la notte, avvolge Cartagine.
Immersi nel silenzïo i templi,
le strade. Nella trepida immagine
del ricordo sembra ella contempli
l’eterno oltre il secolo umano,
il fato di là dalle umili vite,
mentre il mare immemore, lontano,
riflette ombre di onde infinite.
Nell’oblio giace ormai l’alcova,
il godimento di inesausti sensi.
Era magnifica la Città Nuova
ove esalavano sentori intensi.
Sull’acropoli il sole un rubino,
nel porto le vele, bianchi opali,
l’orizzonte luceva adamantino,
adorno di nuvole in girali.
Matho ammira il viso, il mistero
degli occhi profondi. Sulla pelle
avverte ancora il respiro leggero,
il profumo radioso delle stelle.
Nel tiepido alone delle faci,
su soffici guanciali si consuma
il piacere, fra voluttuosi baci.
Infine, quando la tenebra sfuma,
si bruciano gli incensi per la dea.
Salammbô, velato il candido volto,
lenta e altera ascende la scalea
del santuario. Egli, ormai sciolto
dal sonno, la pensa a sé a fianco.
Bramerebbe eternare l’amplesso.
Ma ora è infelice e stanco,
del tempo lieto neppure un riflesso.
Dove sono le eroiche imprese,
le schiere fitte di lance e scudi?
Dove le terre e le rocche contese
da generali valorosi, rudi?
Il gelo della lama sulla gola:
gli ultimi istanti… Riluce Venere
nel cielo terso; ella triste, sola,
figge un luogo di sale, pietre, cenere.
L’amore allor facciam? “No, t’ho già detto,
non sono predisposta per il letto”.
T’ho proposto un romantico finale
audace, trasgressivo ed augurale,
accoglimi entro te, fallo, suvvia.
Cenetta deliziosa in trattoria,
discoteca per farci compagnia
e ora siamo insieme a casa mia.
È vero ch’è la prima nostra uscita
però ammetti, l’ho resa saporita
facendo del mio meglio per sedurti.
Or fai come opponessi un paraurti
a protegger la tua istintività,
perché avverto la tua curiosità
di conoscermi nell’intimità
e d’avere con me complicità.
Fors’è tattica, forse strategia,
forse attizzare vuoi questa malia
che in te mi fa cercar pace e rifugio,
lo dico senza alcun mio sotterfugio,
breve tregua a quest’ansia esistenziale.
Liberi adulti siàm, non c’è alcun male.
Libertina ti par la mia morale?
O temi si scateni un fortunale?
E allor, provetto attore, cosa faccio
per cercare di sciogliere il tuo ghiaccio
ch’è forse solamente diffidenza?
Voglio giocar di nuda trasparenza:
non promesse, non sono un fanfarone,
né profferte d’amor d’un mascalzone,
sol capriccio di dar consolazione
al mio cuore romantico e briccone.
Qualche lacrima uscir fo per davvero
poi mi scuso amorevole e sincero,
confesso che ti voglio preda ambita
qual corsaro sui mari della vita
per serbare un intimo segreto,
tu per me, io per te ricordo lieto
d’un duetto su un magico tappeto
per un volo impudìco ma discreto.
Taci, ti accosti, poi con lenta mossa
le lacrime mi asciughi un po’ commossa.
Ti avvince, ammetti, il mio mondo interiore,
mentre il tuo sguardo esprime un nuovo ardore.
Pian pian ci avviciniamo fronte a fronte
poi cauti superiam d’ignoto il ponte
e aprendo con un bacio un orizzonte
ci abbeveriam reciproci alla fonte.
Confidenza ho rivissuto d’un amico
un po’ canaglia eppur dal cuore antico
che la tattica usò del “chiagne e fotte”
ma prese la più tosta delle cotte
che gli mutò di vita lo scenario.
La sposò, il libertino immaginario,
e sarebbe tra un po’ il cinquantenario,
ma intervenne un destino funerario.
Quando ti penso abbraccio solo un’ombra
di quegli anni lontani,
eppure nei miei sogni tu sei carne
che bagna le mie notti, sei delirio
**
di un febbricitante che impazzisce
dalla febbre d’amore, mentre morde
e accarezza il tuo corpo di pantera
e canta amore sulle arpe eolie.
**
Cielo e terra si cercano, si baciano
e un soave fluido d’amore
bagna sempre le sponde inaridite
di notti senza stelle e senza luna.
**
E tu sei mia, sei ancora mia,
E se la vita è un sogno a occhi aperti,
io nel mio sogno incontro ancora te,
nel mio sogno deliro anche da sveglio.
************
Ore 9,54
Venerdì 28 novembre 2025
Un’ambrosia metaforica
par offrire il tuo bel seno
ché mi reca brezza euforica
d’un erotico sereno
la tua nudità pittorica
e scultorea nondimeno.
Con un fremito nascosto
sento appresso il tuo respiro
e un desio cresce scomposto,
ammaliato un capogiro
e ogni freno mio deposto
mi ti accosto e già deliro.
Da che occorse questo fato
tra vicende dolci e amare
la passione m’ha portato
in tue viscere a cercare
nel piacere del peccato
tua quell’anima da amare
che ritrovo negli umori
che ritrovo sulla pelle,
nei profumi, nei sapori,
consenziente e mai ribelle,
nel secreto degli ardori
nelle ardite marachelle.
Prima posizion canonica
poi la stessa ma da retro
ricercando intesa armonica
un po’ affondo e un poco arretro,
poi diventi tu amazzonica
e durar a lungo impetro.
Spalancata e senza freni
mentre sento il tuo godere
da null’altro ti trattieni
che istigare il mio piacere
e più volte su me vieni
firmamento a far vedere.
Quindi mi concedo orgasmo
una danza d’endorfine,
una musica allo spasmo,
e tu diapason affine…
sinché esausto… l’entusiasmo…
si discioglie… in coccoline.
Nell’abbraccio son carezze,
nel calore tuo mi beo
son tra noi di cuor certezze,
tenerezza è suon d’Orfeo
e in trionfo di dolcezze
ci raggiunge infin Morfeo.
ma ninfa di peccato e di malia,
crëatura d’erotica follia
votata a lussuriose tenerezze,
sirena adusa ad incantar per mari
incauti naviganti tra gli scogli
che prima a te richiami quindi accogli
e irretisci in amori temerari
senza timor di lupi marinari,
ch’esperta li carezzi e li denudi,
li usi a tuo piacere e li ripudi,
né temi fiocinieri né corsari.
Ma un giorno a te approdò un giovin tritone,
biondo e possente e d’attraente aspetto
che accolto di conchiglie nel tuo letto
col suo canto impregnato di passione
ti seduceva mentre tu giacevi
arrendevole nella tua bellezza
vibrante in quell’erotica sua brezza,
prima volta davver ch’amor vivevi.
Ma come chi in amor ha un cuor ribelle,
se ne andò un giorno e mentre si tuffava
capisti che per sempre ti lasciava,
che il suo amore svaniva tra le stelle,
che la tua pelle esangue abbandonata
non avea più calor e neppur tatto,
tu rimasta impigliata in un anfratto
di rete tra le maglie catturata.
Da allora il mal d’amore percepisci,
non sol se lasci tu chi hai sedotto,
ma se un perduto amor piangi a dirotto
e del suo disamor in te appassisci.
Reciproco mistero intride il mito
di Psiche cui veder d’Amor il volto,
quando già dentro sé l’aveva accolto,
desio dovea restar inesaudito.
“Fors’è un mostro” insinuaron le sorelle,
e Psiche una lucerna a notte accese.
Di fronte a tal bellezza lei s’arrese
ma ardente goccia gli ustionò la pelle.
Amore si destò e fuggì tradito
mentre Psiche, raminga e disperata
a lungo dagli Dei fu tormentata
avendo al fato suo disubbidito.
Lunga storia d’invidie e di follie
che vide infin gli amanti ricongiunti
dal perdono di Venere raggiunti
ebbri d’ambrosia in complici armonie.
E Amore ancor più amo immaginare
di lei cercar del volto i lineamenti
capirne i più segreti intendimenti
ché amor vuol pure l’anima svelare.
Dei loro amplessi immagino pitture,
Amore e Psiche immersi nel mistero
ritratti coi pennelli del pensiero
di sé intense pur le sfumature.
Sol cornice la lor fisicità.
ché d’anime eran giochi appassionanti
e d’anime i momenti culminanti.
Nacque una figlia a nome Voluttà. (*)
(*): Edoné nella mitologia Greca, Voluptas nella narrazione latina (Apuleio, Le Metamorfosi)
Nel tepore del letto,
pregno e intriso di odori.
“Sciogli e muovi i capelli”,
leste lingue armoniose...
Son sospiri affannati,
lenta è l’esplorazione,
nelle labbra bagnate,
il contatto volgare,
che incomincia a sfondare
dentro anfratti segreti;
invasione di campo.
Ed il membro arrogante
crede di essere acciaio,
lui s’immola al suo ruolo,
per donare piacere.
Spinge, affonda e ritorna,
nel giardino scompare
lava tiepida oliosa,
che lo cinge e lo inchioda.
Impetuosi vulcani;
or si vedon ballare,
con la mano li afferra,
come spugna li strizza.
Spinge, affonda e ritorna,
vien l’orgasmo stellare,
non la smette di urlare,
poi la bocca si avventa,
nel microfono accesso,
un giocoso cantare,
e quell’altro a remare,
viva la resistenza,
ma un gran fiotto gli esplode
denso centra il bel viso,
lei lo guarda e un sorriso...
Son due corpi sfiniti.
Sonetto in endecasillabi a maiore, a rime alternate ABAB ABAB CDC DCD, giusto per cazzeggiare un po’.
Ricordo ancora quando il mio obelisco
agli occhi suscitava ammirazione
quando qualche fanciulla in tempo prisco
di maneggiar cedeva a tentazione.
Non tante estimatrici, che arrossisco
troppo in fretta per farne collezione
ma le due che compagne definisco
non pensarono mai all'astensione.
Ora invece se guardo da supino
quel che rimane resta orizzontale…
s'alza poco convinto nel mattino
ma torna a cuccia e pensa «Ma a che vale
se non c'è più nessuna a far giochino»…
Mi sa che questa rima è uscita male.
13/03/2025
Son anfore votive i nostri cuori
dedicate al più bello tra gli Dèi,
quell’Eros che trascina negli ardori
e avvinti ci solleva agli apogei
sinché colmi d’ambrosia tracimiamo
con Psiche in intrigante fantasia
ch’io te e tu me d’incanto diventiamo
e raggiungiam reciproca follia.
Son accondiscendenti le fattezze
ma brancolanti invano i tentativi
d’autentiche sentir quelle tue brezze
or mutate entro te in fantasmi schivi,
sicché non pago della tua malia
vorrei l’anima tua in mio possesso
come pegno affidandoti la mia,
almeno per il tempo d’un amplesso.
Ma per Eros fatale sacrilegio
sarebbe illuminar di Psiche il volto (*)
e svelar con arcano sortilegio
il mistero di cui l’amor è avvolto,
ch’è magico ingrediente quel mistero
che insaporisce quel che sa di poco
e addolcisce il sapor acre del vero,
che solo sa dosar sapiente cuoco.
Furon pochi ed effimeri gli amori,
nidi fragili d’esuli piaceri,
che m’attrassero e colsi come fiori
incontrati qua e là lungo i sentieri
ch’or ritrovo essiccati, conservati
tra pagine di libri impolverati.
Compagne dilettevoli d’un viaggio
d’avventura dal labile futuro
un sogno ad inseguir, forse un miraggio,
arrendevoli a quel richiamo oscuro
di chi può solo offrir amor corsaro,
complice giocator furtivo e baro,
era gioco svelar le intimità
e del pudore rompere i confini,
di un’anima assaggiar carnalità,
nella penombra eludere i destini,
accender fuocherelli in cupe grotte
scaldar fiammiferaie nella notte.
Talor voluto avrei altro finale,
mutar quell’indiscreto gioco baro,
trasformarlo da ludico in fatale.
Ma infin languìa quell’empito corsaro
d’un giovane poeta parolaio
non fiamma, forse sol fiammiferaio.
quell’enigma che giace in solitudine
nei fondali del tempo prigioniero,
di fantasmi dissolti in abitudine
ch’a rievocar emergono talora,
quel vissuto che fu, ch’a dir tuttora
inadeguate sono le parole,
ché sono pur le musiche svanite
e quel che gioia fu o che ancor duole,
ansie illusioni, speranze tradite
e infin gli inconfessabili segreti
ch’ebbrezze son dei lirici poeti.
Scenari rivissuti fuori scena
che la mente ha filtrato oppur distorto
e narra come un canto di sirena
ma t’ammalia evocando ciò ch’è morto
come fosse un romanzo condensato
la trama d’un autore emarginato.
Questa tua alterità dimenticata
ch’affiora da un remoto tuo recesso
diventa mia passione raffinata
che si placa soltanto nell’amplesso,
di possesso quel fremito fugace
che non scioglie di te il desio mordace.
Essere te vorrei per un istante
per immergermi nella tua malia
nell’infinito tuo inebriante,
poi provare a tradurlo in poësia
da tenere segreta in un cassetto
con la chiave nascosta dentro il petto.
Cosa mai avrà in mente,
Il suo seno si comprime su di te,
Che sul divano eri a sorseggiare un the'.
I suoi occhi sembrano posseduti,
I pensieri allor si fanno arguti,
Le sue mani hanno presa la bassa via,
Comincia ora la vera poesia.
Il movimento è lento e sapiente,
A tratti meticoloso e intelligente,
Poi i suoi occhi non si vedono più,
La sua cute osservi far su e giù.
Al divano ormai sembri incollato,
Lei avverte che sei quasi arrivato,
Improvvisamente si cambiano le pose,
Da una lacrima sul viso capisci tante cose. (Cit .. Bobby Solo)





