un bimbo stringe il niente dietro un freddo muro.
Non conosce la gioia di un gioco o di un domani,
stringe soltanto il vuoto nelle sue piccole mani.
Il sole brucia forte sopra la terra arsa,
per lui la fanciullezza è una speranza persa.
La pancia grida aiuto in un silenzio atroce,
ma intorno non c'è risposta, nessuno gli da voce.
Gli occhi son grandi e stanchi, specchio di un gran dolore,
scende la notte senza trovare un cuore.
Le mosche sul suo viso non le scaccia neanche più,
mentre il destino infame lo spinge sempre più giù.
Sogna un pezzo di pane, un goccio d'acqua chiara,
mentre la terra intorno si fa ogni giorno amara.
Nessun vestito, la pelle è impolverata,
la sua infanzia innocente è già stata spezzata.
Muore così un sorriso prima ancora di nascere,
lasciando nell'anima un pianto crescere.
Sono sguardi spenti nel vuoto del mattino,
abbandonati per sempre, al proprio destino.
E mentre noi guardiamo senza vedere il fondo,
si spegne un'altra vita ai margini del mondo.
Un implicito riferimento, ma in tutt’altro contesto, a “La luna e i falò” di Cesare Pavese, suicida nel 1950, che nei miei giovanili anni ’60 era un mito, non solo letterario.
Non sol gravò lo studio su quegli anni
ché li alleviò una ludica allegria,
liceali in festosa compagnia
che aiutava ad eludere gli affanni.
Recando il mangiadischi o la chitarra
ricordo scampagnate in bicicletta,
qualcuno con la Vespa o la Lambretta,
fino al tramonto insieme a far gazzarra,
e ancora più talor ci attardavamo
al chiar di luna attorno a un falò ardente
e in nostro cuor, ciascun segretamente,
sogni e speranze e amori nutrivamo
quali fulgenti auspìci nella notte.
Ma giunse presto il tempo degli addii
e ognun di noi secondo i suoi desii
al buio s’imbarcò per le sue rotte.
Metafore di vita quei falò
or forse fuochi fatui diventati
di chi i suoi sogni vide irrealizzati
o già sull’altra sponda se ne andò,
ché inesorabilmente, or uno or una,
cala d’allor la compagnia spavalda
Quel ch’era fiamma in cenere si sfalda,
si spengono i falò, resta la luna.
Che guarda il tramonto Senza nessuno.
La casa si riempie del tuo nome,
ma risponde soltanto il muro.
Cercare una mano nella notte
e trovare soltanto il cuscino,
scoprire le strade interrotte
di un passo che era vicino.
La solitudine adesso ha il tuo volto,
ha il suono di un passaggio che manca.
È tutto il vuoto che ho accolto
in questa stanza che si stanca.
Appoggiata su di uno specchio
Di legni e profumi
Una barca come carezza
Insenature colorate
Da dolce brezza
Ondulando in un massaggio
Il rifrangere del sole
Luci messaggio
E non sentir calore
Sopraffatto dal rumore del cuore
E non vedere il sole
Accecato dallo stupore
Pezzi di pane sull’acqua e far felici
Piccoli pesci come alici
Voci si avvicinano vibrando nell’estasi goduta
Tuffatori inesperti di un'altra vita vissuta
Riemergono immagini come fiori sbocciati
Mi allontano lentamente
Respirando la bellezza
Dei momenti goduti
dal cordiale abbraccio del cielo?
Nella cala scintillano le ghinde
e per un attimo aneli, anelo
il sogno di fiocchi all’orizzonte.
Quale fato ci separa dal gioco
di crome che zampillano sul ponte?
Se è friabile cenere il fuoco
che istoriava i nostri anni,
se la notte è un’atra cortina,
su quale omero t’appoggerai stanca?
Fra turbamenti e aspri disinganni,
ora il sole mestamente declina:
sempre è nel cuore quel che ci manca.
16-05-2026
7-21-9




