M'accarezzo il viso
fu un momento
il mio attimo infinito
stridulo
selvaggio e impaurito
dinnanzi a te
gioiosa e legiadra come 
brezza d'estate
hai levato il tuo sorriso
ai miei occhi
mi hai sussurrato
d'amore
e poi
 come la notte
il tempo di chiuder gli occhi
te ne sei andata

 
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Profilo Autore: fgl  

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Ritorno alla terra
 
Affondai la lama del vomere nella profondità della zolla,
scavai con tenacia, osando fino al cuore della terra
per trovare il seme perfetto.
 
Cercai fra i rami degli ulivi quando gemono al Mistral
nelle notti di plenilunio,
quando cani scalzi vagano ferendosi
lottando per la libertà e tori acquietati
sognano arene senza sangue.
Andai cercandomi in assurde chimere
scoprendo che guardare negli abissi
può far tanto male.
 
La mia dura pelle d’uomo si sciolse
nella tua così arrendevole e inerme,
con un grido antico che sa di rinascita.
Non notasti nel mio sguardo
la paura del cerbiatto quando si sente accerchiato:
mi accettasti come si accetta la freccia
che spaccherà il cuore.
 
Torneranno ancora notti
quando il gelsomino si aprirà alla luna,
quando la terra più non assorbirà
il sangue dei malvagi
e tu mi toglierai di mano l’arco
puntandomelo contro, allora,
aperto il petto ti impossesserai del cuore
rendendolo fertile.
 
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Profilo Autore: elena rapisarda  

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“I tuoi baci non son semplici baci”, recitava una canzone di qualche anno fa. Per quanto mi riguarda sono parole di un’assoluta verità. Perché, vedi, ho capito che il bacio è una performance molto soggettiva. Non è, genericamente, un accostamento di labbra e/o un intreccio più o meno guizzante di lingue alla ricerca di un piacere più profondo che ne determinano la qualità, ma un insieme di cose che concorrono a dichiararlo l’atto più bello dell’amore, sia di quello vero, che di quello mercenario. Proprio così. Anche nei postriboli  si inizia a fare l’amore con un bacio. Per una riuscita migliore, poi, ci vorrebbero due belle labbra carnose, rosee, meglio prive di rossetto che sappiano dischiudersi dolcemente. E non dimentichiamoci della posizione. L’inclinazione della testa non è assolutamente irrilevante per permettere di dare e ricevere baci in assoluta rilassatezza, oltre a determinare la dominanza dei ruoli.
I tuoi baci, no! Non sono così. Sono diversi. Innanzi tutto hai le labbra sottili color carne. L’inclinazione della testa che preferisci è quella di estrema difesa che assume Olivia de Havilland nei confronti di Clark Gable in Via col vento. In effetti non ho capito bene se è estrema difesa o desiderio di partecipazione attiva. Propendo per quest’ultima solo perché li conosco i tuoi baci ! Tutto l’excursus che ho fatto finora era proprio per sottolineare che ritengo che tu ne sia una cultrice. Baciarti è stato per me un atto di condivisione impegnativo. Non credo che tutti gli uomini lo avrebbero fatto a cuor leggero. Dentro di essi c’era una donna e il suo cuore, messi a nudo dal desiderio di esternare, con quell’atto, tutta la voglia di dare e ricevere amore. Presumo, anche, di aver assaporato dalle tue labbra il desiderio  sensuale che ti pervade, senza, che questo sia portato all’esasperazione, perché mi fecero capire che a te il sesso piaceva, fatto con la persona che baciavi e che non sarebbe mai stato uno qualsiasi.
Caddi come un allocco in quella tua trappola meravigliosa. Furono momenti dolcissimi. E’ vero, baciai altre donne, ma nessuna mi trasmise più quelle vertiginose sensazioni. Mi dicevi spesso che ero una “faccia tosta” quando te li chiedevo. Bene. A distanza di anni siamo ora l’uno di fronte all’altra. Sfacciato come sono, te lo chiedo di nuovo. Lo desidero veramente. Anche a fronte di tuo marito e di mia moglie. Sorridi e ti avvicini. Capisco male e cerco di abbracciarti. Mi sussurri all’orecchio che sono poetico. Finalmente mi permetti di abbracciarti. Cristo, mi sento davvero Clark Gable ma mentre mi accosto per baciarti, metti un dito sulle mie labbra e cominci a cantare la canzoncina che canticchiavi anni fa. “Che colpa ne ho se il cuore è uno zingaro e va….”
 
 
 
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Profilo Autore: Bronson  

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Passo dopo passo a piedi nudi
cammino sulla battigia ambrata d’alba.
Piccoli granelli di sabbia bianca
s’appiccicano alla pelle ancora calda 
e nell’illusione in cui mi infilo
ombre cinesi m’appaiono.
 
Funambola mi specchio
lungo la retta d’orizzonte
confusa tra cielo e mare,
tra inchiostro e rose;
solo l’ombra dell’esile sposa
si muove sul filo d’argento.
 
Va come bianca vela sospinta dai venti, 
dipinta da brume e da stelle.
L’ombra cinese raddoppia
nell’abbaglio.
 
Di fumo è vestita e indossa il cappello
il passo è sicuro e audace;
d’incanto allunga  un gran fiore giallo
spuntato dal nulla.
 
Solo un gesto all’incontro;
 
ma il folle tramonto
ha lasciato solo il buio. 
Oltre il sole m'ha strappato
anche il sogno.
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Profilo Autore: elisa  

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Dal corpo innervato
puro
ibride screpolature
sciamano in
tenebre sbiancate
maniacali rivisitazioni
babeliche cuciture
brandelli riportati
coatti
sbiaditi

indietro è fittizio
indecente è ritornar




 
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Profilo Autore: Valerio Foglia*   Sostenitore del Club Poetico dal 28-02-2024

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L'amore è un furto

Audace e cortese

Urge tra amanti

Rubarsi il piacere

A ore ed eterni istanti

Con arguti intelletti

Uniti giacere

Avvinti e pulsanti

E' dimora sempre

D'organza e pizzi

Pronta e accogliente

Il tempo è un furto

Migra in colori tenui

Accorciando le ore

Simmetrici con i nostri passi

Vincolati alle memorie.

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Profilo Autore: Ambra PILTI  

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Stupefatto dall'incanto

giardino profumato

Distratto dall'impatto

mai dimenticato

Trafitto da occhi divini

incoerente è il mio passo

Cullato da sogni sublimi

E' bello esser pazzo...

.....di te...

Accecato dalla Luce

dissolta la foschia

Ti venero come un Duce

gioco di magia

Silenzio ammirato diffondi

disegno il tuo ritratto

Catturato da sguardi profondi

E' bello esser pazzo...

...di te...

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Profilo Autore: simone corrieri  

Questo autore ha pubblicato 70 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Viveva una volta, in un comune dell’Italia chiamato Genova, un’attempata coppia di giovani sposi.
Come tutti i Genovesi che si rispettino, erano di manica corta e tirati nello spendere, la qual cosa  era ed è rimasta, tutt’ora, una virtù.
I due erano delle bravissime persone, timorose di tutto e del Signore e, data l’età, desideravano avere un figlio, a qualsiasi costo, ma gratis.
Tant’è che per evitarsi la fatica di fare l'amore, commissionarono il bambino a Babbo Natale il quale, vecchio e in preda all’alzheimer, fece una gran confusione e, al posto del neonato,  fece loro trovare, sotto l’albero della cuccagna, un bell’ovone da covare.
Quei poveracci ebbero a sudare sette camicie e ventiquattro mutande, per covare quell’uovo, e stettero, fino al momento della schiusa, con la paura che nascesse loro un pollo.
Per fortuna, finita l’incubazione, uscì fuori un magnifico bambino, un po' bruttino sì, ma di sette bellezze. Questi, appena rotto il guscio, rimase in piedi da solo, senza l’aiuto dei genitori.
Fu così che nacque quel Colombo, di cui tanto si è parlato nella storia, che diede il cognome a quel Cristoforo che diventerà famoso nei secoli.
Colombo crebbe col pallino delle metafore, dei viaggi premio, delle scoperte e, quando divenne grande, pensò bene di farsi finanziare dal comune di Genova un’impresa, che non era un’azienda, ma un’avventura.
Non si è mai saputo cosa gli risposero i Genovesi, ma certo è che lo misero al bando, come uomo pericoloso per le finanze pubbliche e  lo costrinsero ad andare a gramigna per l’Europa.
Così, si mise a girare, su un sacco, per il Portogallo, finché non si fermò in una sporta della Spagna.
Qui fu accolto alla corte della regina Isabella, soprannominata dai sudditi Filomena perché, a detta di costoro, le si addiceva di più in virtù della sua bruttezza.
Colombo espose alla regina la sua teoria ovulatoria secondo cui, essendo il mondo una palla, partendo da un punto si sarebbe dovuti ritornare allo stesso punto, dopo aver circonciso la terra.
Col cavolo! Pensarono i nobili cortigiani. Ma la regina che di cavoli se n’intendeva, ne rimase molto affascinata.
Tuttavia, malgrado l’appoggio della sovrana, Colombo fu così osteggiato da bari, baroni, baronicchi e quaquaraquà che, alla fine, per accattivarsi il loro favore, dovette ricorrere ad un gioco di prestigio che aveva imparato da piccolo: fece stare in piedi un uovo rotondo, ma di forma ovale, che al massimo poteva stare sdraiato.
A quel punto la regina, che già si sentiva attratta da Colombo per altri motivi, ebbe un tale moto d’orgasmo, nei suoi confronti, che decise di finanziargli l’impresa, seduta stante, ovverosia stando seduta.
Colombo ringraziò commosso, le baciò le mani, le leccò le ginocchia, ma la regina pretese da lui certe cose turche che, per rispetto al marito di lei, ch’era pur esso lui un sovrano, non è possibile raccontare.
S’iniziarono così i preparativi per la partenza. In quattro e quattro quattordici, gli si allestirono tre cacarelle: la ninna, la nanna e la santa maruzza, navi veloci del tempo, chiamate anche schizzi.
Colombo si mise quindi alla ricerca del personale di bordo e di babordo. Non fu un’impresa facile visto che i lupi di mare avevano paura dell’acqua e quelli di terra erano tutti occupati, in Campania, nella raccolta dei pomodori.
Dovette quindi ripiegare su barboni e giornalisti della carta stampata. Trovare un accordo con i barboni fu assai stressante perché questi, oltre allo stipendio, pretendevano di mangiare, di dormire e di vestire gratis come se fossero stati alla Caritas. Con i giornalisti fu invece più facile perché loro si accontentarono solamente di poter raccontare ai posteriori le avventure di viaggio, colorendole appena un po’, per meglio rivenderle ai giornali, al loro ritorno in patria.
Colombo assunse poi:
  • un contabile, che non contava nulla, ma che doveva occuparsi dell’aspetto economico dell’impresa;
  • un cerusico monco, che cerusicava poco, ma che doveva seguire il lato sanitario della faccenda;
  • un mozzo e mezzo per i lavori di fatica;
  • un becchino per le opere pie nei tempi morti;
  • una compagnia di gesuiti perché curassero l’aspetto escatologico della missione;
  • un gruppo di guitti girovaghi affinché tenessero alto il morale dei naviganti
  • una baldracca, certa Consuelo La Vacca, per i piaceri della carne debole.
Quindi provvide a far rifornimento di oli essenziali (di ricino e di vaselina), di acqua, di vino e di aceto.
Stivò sacchi e sacchetti di cereali e di legumi, soprattutto fagioli borlotti, perché sapeva che, nei momenti di solitudine, fanno compagnia, in quanto sostituiscono gli amici, perché parlano di dietro.
Insomma fece provvista di ogni possibile provvista, “tanto paga pantalone”, pensò da perfetto genovese.
Finalmente, dopo innumerevoli rotture di scatole, arrivò il momento della rottura della bottiglia che contrassegnava l’agognata partenza.
Donna Isabella fece un con movente discorso… e pianse. Pianse amaramente pensando ai soldi che aveva speso e che forse non avrebbe mai più rivisto.
Quindi la fanfara degli Hombres de Mierdas, diretta dal famoso maestro Dos Chiappas di Toledo, dopo toccate e adagi stimolanti, diede inizio alla grande fuga.
A questo punto, cazzate le vele e stirate le chiappe, le cacarelle presero il largo.
Il viaggio iniziò all’insegna del bel tempo e dell’allegria. Si scherzava, si rideva, si giocava a scopa e si scopava persino.
Si parlava del più e del meno, ma soprattutto del meno perché quasi tutti cercavano di risparmiare qualcosa da poter riportare a casa al ritorno.
Colombo stava ore ed ore ad osservare il mare. Era l’unica cosa di cui si poteva godere gratis e all’infinito senza timore che finisse.
Intanto, i giorni passavano veloci, ma lenti, e ben presto Colombo dovette fare i conti con le epidemie, che non erano quelle mie, ma quelle sue, e che colpirono quasi tutto l’equipaggio.
In seguito a una diffusa influenza di flatulenza, che per giorni e giorni fece aleggiare sulle navi un puzzo di cimitero, le latrine vennero spostate sulla prua e così ciascuno poté evacuare persino li mortacci sua. 
Dopo di che, la ciurma si ammalò di scorbutico e divennero tutti irascibili e intrattabili. Non c’era cosa che andasse loro per il verso giusto e mandavano giù tutto di traverso. 
All’inizio, fu data la colpa alle prediche dei gesuiti, ma quando il medico s’accorse che dipendeva dalla cattiva alimentazione, tutto divenne più facile e bandirono l’aggettivo “cattiva” dal vocabolario di bordo.
Tuttavia, ad aggravare questa situazione già tesa, sopraggiunse la scoperta a bordo di una compagnia clandestina di frati terziari incontinenti.
Saranno stati incontinenti, ma erano insaziabili e senza fondo perché mangiavano, mangiavano, mangiavano,  cacavano pure e solo qualche volta pregavano.
Ben presto entrarono in competizione coi gesuiti, scassa cervelli e  rompiballe già da allora, e le due fazioni vennero addirittura alle mani.
A farne le spese di tutto furono l’ordine costituito, l’obbedienza e la tranquillità della ciurma che si schierò ora per l’una, ora per l’altra frazione dividendosi e sottraendosi alternativamente, senza soluzione di continuità.
Colombo  ricorse a tutte le sue arti parlatorie e strategiche  e pur di domare la seduzione in atto, fece persino legare La Vacca, nuda ad un albero. Ma non servì a nulla.
Finalmente un giorno, mentre si trovava in biblioteca per consultare certe carte natiche, vide un libro mai notato fino ad allora: “il manuale del perfetto faxista” edizioni Larussia.
Lo sfogliò, lo lesse di getto, normalmente si gettava senza leggerlo, e lo memorizzò tutto. Quindi salì sul ponte di comando in camice nero e, “a me gli occhi please” disse. Poi cominciò uno di quegli stoici discorsi che tanti anni dopo sarebbero divenuti il cavallo di legno del Duce di Venezia cavaliere dell’ordine del balcone di Roma.
A quelle parole si ricompattarono tutti in un sol uomo, persino i frati; s’udì allora un sol grido “vincere e vinceremo” mentre sull’onda dell’entusiasmo Colombo esclamava “remare, remare e spaccherem le chiappe al mare”.
La pace fu fatta e il viaggio poté continuare spedito e tranquillo.
Finalmente un mattino, un mozzo che aveva perso le gambe e che stava di vedetta alla nave ammiraglia, gridò a tutta callara: “terra, terra a babbiona proprio davanti a noi”! 
Colombo, che a quell’ora se non dormiva era sveglio, avvertì quel grido come una sorta di liberazione, “sono fuori dal tunnel” disse e uscì precipitosamente dalla sua cabina.
Strappò letteralmente di mano il cannocchiale al marinaio, lo puntò dritto davanti a sé e vi guardò dentro. 
“E’ una terra tutta nera e senza vegetazione” disse. Scrotò ad occhio nudo, riguardò dentro al cannocchiale ancora e ancora, spostandolo ora a destra, ora a sinistra.
Guardò nuovamente ad occhio nudo.
Quella terra era sempre la stessa in qualunque direzione la guardasse col cannocchiale.
Però ad occhio nudo non si vedeva nulla. “Com’è possibile” pensò!
Istintivamente passò un lembo della camicia sull’obiettivo e vi guardò dentro: la terra non  c’era più, era sparita, volatilizzata nel nulla.
Colombo si sentì gelare dalla vergogna, e con voce rucola e di ghiaccio disse a quel maledetto mozzo: “Da oggi considerati retrocesso a quarto di mozzo e a mezza razione di pancotto!
E ricorda che le lenti del cannocchiale vanno sempre tenute pulite soprattutto dalle cacate di mosca!”
Poi stravolto ritornò nella sua cabina e cominciò a scrivere “le mie memorie” che però erano le sue.
Quel fatto lo gettò nella prostituzione più nera e si ammalò di depressione atmosferica. Il medico di bordo lo tenne in culla per parecchi giorni a camomilla, fiori rosa e fiori di pesco.
Finalmente, “stasera esco” disse un giorno al suo nostromo Battista nel mentre che sul ponte un carretto passava e quell’uomo gridava gelati.
Colombo era guarito! Appena in tempo, perché stavolta la terra fu avvistata davvero…e senza cannocchiale.
Era una terra verdissima, con alberi giganteschi e le colline in fiore, ma non era quella da cui Colombo era partito e in cui pensava di ritornare.
“Chi se ne frega” pensò in genovese “Spagna o non Spagna l’importante è che qui se magna”.
Si prepararono quindi all’approdo. Al momento dello sbarco, nacquero i soliti conflitti fra stato e chiesa e fra chiesa e chiesa.
I terziari, in quanto incontinenti,  volevano essere i primi a sbarcare, ma essendo terziari sarebbero dovuti sbarcare dopo i gesuiti che si consideravano primari. Gira e gira, tira e molla, alla fine la parte del terziario sarebbe dovuta spettare a Colombo che se li era portati appresso entrambi gratis e senza impegno.
Dopo un lungo batti e ribatti seguito da botte e ribotte, tra le fazioni dei fratocchi, Colombo si riappropriò della sua autorità e pronunciò la famosa omelia “a sordi e orbi” e disse: “cristianuzzi, portate pazienza, perché questa scoperta  la faremo con voi, ma senza di voi. Ora poiché i primi saranno gli ultimi e gli ultimi saranno i primi, vi concedo l’onore di scendere a terra appresso a tutti.”
Detto questo si assise e la destra della manona sua sullo pomo pose della spada d’Adamo.
Atterriti più per quella vista che per quanto udito, i religiosi si calmarono di botto e diedero prova di tutta la loro democrazia cristiana.
Ristabiliti i ruoli, Colombo ordinò che si approntassero sufficienti provviste per il tempo necessario ad esplorare i dintorni di quei contorni.
Invitò gli uomini a portare con sé specchietti, merletti e rossetti, da donare agli eventuali abitatori del posto, che già lui sapeva che avrebbe chiamato selvaggi.
Finiti i preparativi discesero a terra. Colombo s’inginocchiò sul nuovo mondo e lo baciò.
Lo trovò caldo, umertoso, saporito e profumato come una mozzarella. Aveva appena baciato una merda di bufala!
Quindi con voce corrotta dalla commemorazione e col plurale della maestà esclamò: Viva il re, viva Isabella, viva la pappa col pomodoro; Italiani, a voi!
Oggi avete l’onore di camminare su una terra che, come diranno i posteriori, sarà il simbolo degli hamburger, delle patatine fritte e del tacchino arrosto!
Hurrà, hurrà all’America.  Heia, heia, alalà, alalà, pesce fritto e baccalà, in America si mangerà!
La ciurma, a mo’ di banda, intonò “Camicetta nera” l’inno dei bersaglieri del faxio e tutti quanti di corsa si precipitarono verso l’interno del continente.
Si accamparono in un grande spiazzo a mo’ di radura circondato da macchia oscura e attraversato da due grandi fiumi che Colombo battezzò subito coi nomi di  Old River Tazza e New Yellow Bidet per distinguere dove avrebbero dovuto fare i loro bisogni e dove avrebbero invece dovuto fare le loro intime pulizie.
Quindi accesero un grosso fallo per tenere lontane bestie e puttane locali e apparecchiarono per la cena.
Intanto la selva brulicava all’intorno di certe luci rotonde come occhi, ma nessuno se ne curò più di tanto. I colombini sentivano in loro tutto il coraggio e il gagliardetto dei conquistatori dell’Eritrea!
Finito di cenare, incaricarono i frati per la recita delle orazioni, mentre loro si addormentavano cullati dalla ninna nanna delle litanie.
Si svegliarono al canto del gallo e dopo la corsa ai bagni e alle docce, per dare sfogo ai loro bisogni corporali e prima d’iniziare la loro prima giornata americana, si misero in riga per la loro prima colazione sull’erba. Stavano tutti azzuppando il biscotto nel cappuccino, che non era un frate ma un caffèlatte, quando all’improvviso si videro attorniati, come se fossero circondati, da individui alla Pascarella, mezzi fregni e mezzi buffi, vestiti quasi ignudi, con una cresta da pennuti, una barba da barbuti e con due grossi occhi così, che tutti riconobbero essere quelli che li osservavano la notte prima.
Colombo, coraggioso per paura, tirò fuori due gallette, le offrì a quello che gli parve dovesse essere il capo e aggiunse: “augh, tu grande capo?  Tu volere stare seduto con noi per parlare e fumare canna?”.
Yes, rispose lo zotico, in perfetto inglese, io sedere sempre volentieri con stranieri, ma non capisco perché tu fare l’indiano con me che essere Mericano.
Colombo a quelle parole trasecolò: come faceva costui ad essere Mericano se la Merica non era stata ancora scoperta! 
Questo dubbio gli rodeva dentro così tanto che prese a grattarsi violentemente fuori. Poi, datosi un contegno, con l’indifferenza di colui che non ha ritegno, chiese notizie sugli indiani del posto.
Scoprì così che non si trovava in India e che gl’Indiani non erano Indiani indiani, ma Indiani Mericani e che la Merica era già stata scoperta  dal vichingo Erico il Rosso detto El Bosso. Anche il nome di Merica glielo avrebbe dato un tal A Mericano Vespuccio, italiano anche lui, che aveva già pagato la SIAE in anticipo sulla sua futura scoperta. 
Per Colombo furono momenti di grande tensione, corrotti dall’emozione di non aver scoperto nisba, ovverosia nulla.
Offrì al grande capo, cianfrusaglie e petardi, sperando almeno che gli avrebbe consentito di chiamare col suo nome un viottolo o un parco.
Il capo con aria di sufficienza tirò fuori dalla borsa yoyò elettronici, accendini a gas, mutande rosse per la notte di capodanno, contratti di sponsorizzazione di ogni tipo e tante altre diavolerie cinesi.
Colombo, a quella vista, non seppe più cosa dire e con uno sforzo di volontariato sociale domandò dove avesse preso tutta quella roba.
Rispose da indiano e disse che i Mericani intrattenevano da sempre contatti commerciali con tutti i paesi più evoluti del sud est asiatico e che oltretutto erano fini conoscitori degli usi e dei costumi degli europei, perché ne avevano frequentato i bordelli e le università.
A quel punto Colombo non seppe più aprir bocca, se non per fare il verso del piccione, suo parente, e svenne al pensiero che la scoperta della Merica era stata per lui la scoperta che la Merica l’avevano già scoperta.
 
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Profilo Autore: Salvatore Linguanti  

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Cos’è che non va?...
Cosa quella piccola virgola di ruga,
che adombra la tua fronte e fende l’anima.
Forse un amore che non arriva,
forse un sogno che non vola.
… Cos’è, dimmi !...
Cosa quella  luce spenta,
il tuo mesto nasconderti.
Forse hai perso le tue voglie,
forse perché la vita sa essere un pò amara.
Nascondono il sole le tue nuvole,
proverò a soffiare, t’illuminerà…
 
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Profilo Autore: Giò  

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Si sposta di quei millimetri,

si è una foglia sotto la scarpa,

sotto la zampa dell'airone piangente

nella cara stanza dove fisso i miei vetri.

Si sposta nel tempo colossale
il vischio del tronco di questi pochi millimetri,
e si porta caduta una perla sola
al lobo più amato.



 
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Profilo Autore: Alberto Automa  

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Uno sforzo sovrumano 
nel buio della notte. 
Viuzze strette 
e buie. 

Il rumore delle scarpe 
sui ciottoli. 
Passi svelti 
inizia a piovigginare. 

Porte e finestre chiuse 
neppure uno spiraglio di luce. 
Avanzo con difficoltà 
paura...confusione... 

Le gocce di pioggia 
scivolano sulla pelle. 
Lavando 
le ferite. 

L’odore della polvere si alza quando 
le gocce di pioggia toccano terra. 
Avanzo 
nel buio della notte. 

Vorrei volare 
dove la luce tocca la terra.
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Profilo Autore: Silvana Montarello*  

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Nel mio diario più intimo,
quello dello splendore vero,
c’è un’apertura dischiusa sul cielo,
con un suo dentro, e con suo un fuori.
Ed in quel mondo dimorano un sogno
e le tre inconsolabili pietre miliari:
la giovinezza, il mare, l’amore.
All’esterno, poi, è divenire,
il disprezzo del dogma,
della ghettizzazione,
la realtà che riposa
e che si frappone
sul mio cammino.
Che sia maledetta
quella strana onda
di disinvolta inquietudine,
sia maledetto quel mare lontano
che neppure riesco a origliare
nella sua strana ambiguità.
Sarà un cortometraggio
la mia vita da uomo,
una partita a carte,
l’arrivo del treno
nella stazione:
dove il cielo
è cartolina,
e il mare
diverrà
cosa
mia

 
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Profilo Autore: Charlie  

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Me sto a magna er fegato
ma chi me lo fa fà,
me rode anche er pensiero
e me tocca d'abbozzà.
 
Vorrei organizzare un grande concistoro
de politici, preti, mafiosi con er coro
de quelli che gestiscono questa società
affonnannoce tutti nella me…diocrità.
 
Che ve preoccupate a fà, nun sò Pasquino
sono solo un semplice cittadino.
E sol per questo me piace de cantare
le vostre lodi, prima de sparare!
 
Volevo, invero, solo far presente
che de li vostri inganni ormai la gente
ne ha piene le tasche ed i borzoni
smettetela da rompe li cojoni!
 
Pe corpa della congiuntura
li conti devo fare con paura.
Se a letto vojo andare con mi moje
devo contà li corpi o il fisco toje.
 
Poi se politica è poveretta,
me tocca da sgancià la mazzetta.
De'corrotti sono lo zimbello
e me fanno pure il segno dell'ombrello!
 
Al giudice puoi chiedere giustizia
pe levatte di dosso 'st'immondizia,
se solo sai preventivare
de vivere du vorte e poi morire.
 
Pe nun parlare dei peccati miei.
Dal clero di sicuro non andrei !
Ce lo so che il loro gran peccato
coi regazzini, nun hanno ancor smaltito.
 
Nun me parlate de legalità,
nun riesco proprio a dissertà.
“Cosa nostra” regna pe la via
e, quanno vole, entra a casa mia !
 
Droga, estorsioni, morti ammazzati,
son d'ogni dì, reati annunciati.
Questori, giudici, e la polizia
son vittime de sta grande follia.
 
Amici miei sapete che ve dico ?
Nun cercamo er corpevole più antico.
Cercamo de capì che farabutti
in fonno in fonno semo un poco tutti.
 
Poi se er monno cade
dello stupor siam prede.
Ve mannammo pe farlo migliore,
nun pe n’guaià ogni abitatore.
 
Si quando noi votamo,
la testa ce portamo
sarebbe un bell’inizio
pe tojerce lo sfizio
 
de vede sti papponi
caminare a pecoroni,
collusi e corruttori
risarcir li creditori.
 
Se potrebbe anche punire,
imprigionà e frustare,
chi nella sacrestia
predica pedofilia.
 
Togliere terra fertile
è sempre più possibile
la criminalità saprà
che mai vincere potrà.
 
Famo sto movimento,
cambiamo atteggiamento,
mettemoce onestà
e tutto se pò fà.
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Profilo Autore: Bronson  

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Ti calpesto senza lamento

e tu non lamentarti

la mia pianta è già dolente

sulla brulla terra

d'amaranto rivestita

di fuoco che non brucia
 

Le mani in tasca

riordinano i pensieri

lasciati li accartocciati

sulla mensola del focolare

stillando ad uno ad uno

riaffiorano gli amori
 

Tornerò, si tornerò

e li ritroverò

tutto ciò che ho lasciato

così come lasciai

una mattina di maggio

annoiata e grigia

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Profilo Autore: Ambra PILTI  

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Sei approdato nel mio sonno,
sei entrato di forza.
Ti sei infiltrato, intrufolato, incastrato, 
e tutto il resto s’è annullato.
 
Ho accarezzato la sabbiosa pelle
del tuo fragile viso 
e inghiottito il sorriso disarmante.
 
Grandine,  pioveva il cielo
grandine invadente, rumorosa,
dispettosa, 
batteva sui vetri sporchi
gelosa del sogno, 
invidiosa di noi.
 
Ho ignorato il suo canto,
custodendo quel volo  
nel sonno.
Ho costretto il sopore,
ho allungato il buio e
inventato silenzi.
 
Mi sono accucciata,
raggomitolata
nelle vergini lenzuola.
Ho serrato gli occhi, forte,
per non lasciarti andare via.
Così piccola io,
in quel letto troppo grande.
 
 
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Profilo Autore: elisa  

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