una mattina
le strade
dicevano la fine dei giochi
qualcuno affannato spiegava
altri in disparte guardavano punti distanti
rimasugli
forse di male
forse di bene
abbandonati in fretta
non piu sfondo
non più rima
non più fumo negli occhi
rumori di movimenti scombinati
nell'aria stantia
andare via…
andare via…
“Essere te vorrei per un istante
per immergermi nella tua malia,
nell’infinito tuo inebriante,
poi provare a tradurlo in poësia.” (1)
Così scrissi da arcano commediante
affetto ancor da un’avida empatia
sin da che ti conobbi, trepidante
pur tu di posseder l’anima mia.
“…s’io m’intuassi come tu t’inmii.”, (2)
del Ghibellin fuggiasco neologismi (3)
celestiali, che dir più non sentii,
or rammento in reciproci esorcismi,
narrati antichi incontri e tristi addii
dissacrando di noi pagani crismi,
così che anch’io m’intùo e tu t’inmìi.
(1) Dal mio “Immergermi in questa tua malia” (Club Poetico, 30.01.25)
(2) Paradiso, Canto IX, verso 81, che renderei con ”Se io m’immedesimassi in te come tu t’immedesimi in me”.
(3) “Ghibellin fuggiasco” è l’appellativo che a Dante diede Ugo Foscolo nel carme “Dei Sepolcri” (1807).
Scrivi d'amore
mano che scorri
sotto le ore.
Vai e percorri,
tutto il sentiero,
pieno di torri.
Ricerca il vero,
non ti fidare
mai per davvero.
Non dubitare
di ciò che senti
dal cuor osare.
Sono perdenti
quelli che fanno
sempre i vincenti.
Scopri l'inganno,
scrivi l'amore
che in pochi sanno.
Ora che ha spento il dì l’ultima luce
e il cielo assume i toni più profondi,
ad inseguir pensieri vagabondi
la terra misteriosa ci conduce,
ché frenetico brulica là fuori
un mondo di fermenti e di piaceri
di clandestini amor, di puttanieri,
di nottambuli insonni sognatori,
di vicende ch’attizzan quei poeti
che vorrebber buttarsi nell’agone
a carezzar ogn’intima passione
quali d’anime interpreti segreti.
E c’è pur chi s’illumina d’immenso
e sotto un ciel di stelle si trastulla
e poi vi si smarrisce e poi s’annulla
della vita a pensar l’arcano senso
cui meta ineluttabil è la morte
dopo cumuli d’attimi sfuggiti,
di fior non colti o subito sfioriti
in quel vento casuale ch’è la sorte.
Ma dove un tempo denso scorre lento
senza l’oggetto più d’un desiderio
c’è chi sente, struggente e deleterio
di vacua solitudine un tormento,
e qual fosse un’antica rapsodia
ricorda quell’intenso suo passato,
laddove l’orologio s’è fermato
e resta a ticchettar sol poësia.
Garzone di bottega che non sei altro,
che vai fischiettando con le mani in tasca,
quel berretto in testa, forse ti dona,
ma l’aria da spavaldo non ti abbandona!
Si, di gioventù ancora ne hai tanta,
ma stai facendo i conti senza l’oste,
la vita costa molto e lo sai bene,
domani farai famiglia, notabene!
Il tempo passa in fretta e sarai grande,
la vita è dura e non la puoi ignorare,
devi pensare oggi, al tuo domani,
se non vuoi che tutto, cada dalle mani.
Se pensi a questo, forse ti salverai,
toglierai le mani dalla tasca e le userai,
ti passerà la voglia di fischiettare,
toglierai il berretto e ti darai da fare.
Il mondo è già pieno di pelandroni,
ci sono anche ladri ed imbroglioni,
serve solo gente onesta e laboriosa,
gente buona ed umile, non boriosa!
Come tazzine dopo il caffè
sole, macchiate, piene di "se..."
Amaro è il sapore pungente
del liquido nero elegante
che riempie la bocca saccente
di un vuoto rumore pedante.
Sole, macchiate, piene di "se... "
come tazzine dopo il caffè.
Restan solo sguardi silenti
forse dubbiosi ed impazienti
con occhi di stelle cadenti
che sperano ancora sognanti.
Siamo tazzine dopo il caffè:
sole, macchiate, piene di "se..."
Quel me delle foto
se la cava con poco:
un sorriso d’occasione
come se fosse felice.
la speranza di fermare un’epoca
mettendosi al centro.
.
E lascia me contorto
per i pesi delle tempeste,
Incerto sul necessario
per rinnovarti la convinzione
che salendo le scale di casa
io sia ancora quello di ieri
e non quel pessimo attore
fallito da tanto tempo
e che tu, buona all’infinito,
fingi d’apprezzare
mentre vai.
si alimentano di ricordi
poco ti importa se ti assale la malinconia
tristezza infinita
dura un attimo...
Sopravvissuta ad una tragedia
la mia stanza si sveglia
nell'oro chiaro
di un mattino senza voce
di una tempesta di sabbia
polverosa
immanente tragedia
versi il capo
a destra, poi dall'altra parte
per non vedere
le garrule rondini che vanno
anch'esse, meste
al funerale.
bruno della notte
Giro per strada
con la fame dei randagi
Ma è appetito di vita
Per una volta essere io il vampiro
che si nutre d'esistenza
al calice denso d'amore
Una corsa selvaggia
cavalcando il dorso del tempo
Ma nel mattino
non farsi cenere
Urlare un ritornello al cielo
sorseggiando il vino migliore
fumandoci il giorno
fino all' ultimo mozzicone
E stanchi, sudati addormentarci
ventre su ventre, addosso
Come non ci fosse domani.







