In mezzo al ristorante semivuoto
ogni tanto passa il cameriere
che dopo anni e anni ha dato
Gli si sono illuminati gli occhi
vedendo che qualcuno è arrivato
Seduto davanti a un posto vuoto
che in troppe avrebbero dovuto occupare
Nell'acquario quel pesciolino
non sa se la cosa peggiore sia non venire scelto
od essere mangiato
In una sera dove il vento ghiaccio
non fa quasi digerire
mi raccontano di quando un tempo lì
facevano due matrimoni a settimana
e di come tante di quelle storie
se le sia portate via la tramontana
Lì seduto in mezzo
vedo due ragazzi capitati quasi per caso
Lui si gratta il capo guardando il prezzo
Lei sorride vaga e gli strizza un poco il naso
Lì come quella musica che dice
che la musica è altrove
Lì dove a tratti trema la luce
c'è un'innocenza senza prove
e si chiudono parabole
in cortine di nuove leggi e divieti
Pirati senza sciabole
dicono ora che i veri tesori
sono i luoghi rimasti segreti
In mezzo ad un divagare seminudo
pacato come una divinità
In mezzo all'immagine residua di un chiodo
il suono della cassa non è la verità
Uscendo rallentato
che sia presto o no scendo nell'abisso
il mare sulle spalle mi si è addormentato
A volte spero che quello sia davvero un posto fisso
Siamo vento
siamo alba e poi tramonto luna e amore
il sorriso di un bambino la rugiada di una rosa siamo papaveri a iosa
sotto lo stesso cielo siamo nuvole soffici
che si rincorrono e non si incontrano mai.
Nel mese delle rose
Nel mese dei fiori
Nella dolce primavera,
Che fai maggio?
Non hai pietà delle gemme?
E le farfalle?
Meschine!
Sono cosi delicate
Che ogni goccia ne annienterebbe il volo.
Forza maggio
Riprendi il tuo ruolo
E fai brillare il sole,
Vedrai che la gente sorriderà
E l’aurora che regalerai
Sarà la speranza della nostra umanità!
Nel nulla etereo
sciolse l’essenza
del suo essere sidereo
e tacque.
Tacque per sempre
e giacque.
Pindarici voli
gli ultimi pensieri
ai propri cari.
Tacque per sempre
il solcator delle galassie oscure.
Le astronavi perdute nel tempo,
gli aquiloni al vento,
i fantasmi di vapore
sulle ali del tempo
svanirono.
Per sempre svanirono.
Tacque
e, cadendo nell’infinito,
al tramonto,
all’infallibile resoconto
pensò.
Pensò agli amori vissuti
e ad altri anelati;
ai visi sparuti
dei familiari straziati.
Quanti affetti perduti!
Quanti spazi inquinati!
Quanti atroci rimorsi!
Tacque per sempre
e senz’alito giacque.
Da lontani pianeti
altre navi tornarono
di notizie più carche,
che son sempre fantasmi,
che affollan la mente
di chi in vita non sente
che la terra ha bisogno
soltanto d’amore
e di pace nel cuore.
Il fato sorrise
sulle spiagge deserte
ed il nauta comprese
che quella scienza non serve;
che l’errore più grande
dalla stessa commesso
è studiar l’infinito
ed obliar chi sta a lato.
“Ecco ciò che conta in ultima analisi: lasciar entrare Dio. Ma lo si può lasciar entrare solo là dove ci si trova, e dove ci si trova realmente, dove si vive, e dove si vive una vita autentica.”
Seduto con le gambe conserte
guardo la luna dall’abbaino,
certo che prima o dopo
qualcuno arriverà.
E nell’effimero
apparente silenzio
di una notte insonne,
l’eternità diventa breve,
così che io possa riconoscere
il soffio del mio animo inquieto
al di là della triade del tempo.
Ma quell’attimo che si ripete
e che mai mostra il volto,
mi chiarisce soltanto
che, se non vana,
la mia brama
di conoscenza
è solo e comunque
un lui che guarda un esso.
Ho bisogno di Te
nel sentiero desolato
di orme cancellate
di memorie calpestate
li', le traccie mancano
Inciamparono
Strisciarono
Scongiurarono
Nulla servì a salvarli
Cumuli gettati
Nel gelido vento
Dissolsero le stagioni
Il chiaro di luna
Il sole splendente
Sterminati anch'essi
da cime fumanti
aspre e nauseabonde
Ed oggi assisto ancora
ancora e ancora
allo stesso scempio
di forme, di luoghi e d'intenti.
Identico risultato.
All’ombra della luna
vegliano i miei sogni
non incartati ancora
nelle pieghe della mia memoria
In intrecci di domani
vivono di speranza i miei graffiti
riflessi in luci di sorrisi
ed armonie di voci
E se l’argento mi colora
fresche e vellutate carezze
distendono le mie rughe
sfiorando la mia pelle quasi piume
tra realtà
e immaginazione
appaiono
in luce velata
di stelle
fin troppo distanti
Il rosseggiante colore
così insolito
sembra osservare
quante le domande
che adombrano i pensieri
Distese di alberi
si scuotono
come templi
in danze ancestrali
dove la mente
si perde nell'idea d'infinito
Luci di colline brillano
profumano d'incenso
l'anima nuda
di Chiese in lontananza
Notte d'oblio
notte di speranza
vaga nei sogni
d'affanni e desideri .
piantato su superfici orbitanti
miliardi di anni dal tuo io,
uno schiocco di dita
e la caduta inesorabile dalla luce dell'infanzia
al buio di occhi che scrutano
tra i sentieri di viaggi tristi.
Esploravamo spazi e distese immense,
con le ali protese verso la solitudine,
nonostante la miriade di volti
e voci su certe onde radio.
Un sussulto della tua anima
mi assale al risveglio.
Con il tuo collo esemplare da giungla
e la sagoma lunare delle tue spalle nude
mi accechi di solida presenza
e il tuo cuore riempie ogni spazio:
avevo solo vissuto un sogno,
un sogno al contrario.
La vita
la sento urlare
e m'ignora
la vedo passare
come ombra senza colori
e chiudere gli occhi.
Non voglio
essere schiavo dei giorni
non voglio prestarmi al suo gioco
ma muovermi nell'acqua
e non sentirmi in colpa
nel veder germogliare il silenzio.
Voglio innamorarmi della vita
guidandola per mano
io ci provo
come il complice di un assassino
mai schiavo dell'indifferenza
che il cuore umilia
ci provo a dar fuoco alle parole
per un tempo migliore.
che migrano come stormi d'uccelli
e poi ritornano,
che sporcano di zucchero filato le labbra del cuore,
son giostre d'un luna park sotto un manto di stelle
e grandi occhi accesi nella notte, che d'albe,
riempiono l'aria al primo chiaror del giorno.
Gli amori,
che sfilano mascherati su carri di antichi carnevali,
che seguono le rotte per il paradiso,
mercanti di sete e di perle, mercanti di sogni.
Gli amori,
che si perdono tra le pieghe dell'anima
e che d'amaro lasciano il sapore,
che velano d'ombre il cielo,
che tarpano le ali del gabbiano
e il canto dell'usignolo.
Gli amori,
monete nell'aria
cambiano faccia ad ogni volo.
svendo abilitazioni, sdolcinando Master e Perfezionamenti comprati alle aste on- line,
Arrogo B1: I speak English very well
DELFIZZO il mio improbabile francese,
biascico:“Me Llamo Candido Placido de Bragas”,
impacchetto il mio diploma di specializzazione del ’97 - “Lo vuole in confezione regalo?” –
millanto crediti sportivi (mai stato a dieta)
scalfisco il mio salvadanaio demodé per un abito e cravatta (io uso maglioni tinta unita)
mentre ripasso le soluzioni d’improbabili equazioni cubiche
senza soluzione
conto le mie “conoscenze” sulle dita della mano, orba di falangi da eccessivo uso di gesso bianco (e cassino)
arrivo a zero
m’immagino a surrogare titoli mentre demonizzo i miei antecedenti e conseguenti (reciprocamente),
prometto chimere sulle punta dei miei tacchi a spillo (poi m’accorgo dei mocassini neri),
rinnego tre volte il mio precedente re;
tesso le lodi del mio interlocutore in poltrona
che
mi guarda (da lì dietro) con un sorriso circonflesso (punto di massimo relativo)
- un po’ asimmetrico -
e
mi dice (fisso):
I want you!
Mi sveglio (sudato): era solo un brutto sogno.
[...chiamata diretta dei docenti da parte dei dirigenti scolastici]
“Dobbiamo ascoltarci a vicenda. Dobbiamo rispettare le abitudini reciproche e condividere la verità e l'integrità che la voce dei poeti ci fornisce così generosamente.”
Tanti anni fa, anima mia,
quando senza neppure saperlo,
ero davvero poco più che un bambino
che bruciava come un lucignolo di cotone,
le pareti verdi del Bowery Poetry Café
rinviavano al nudo mittente
ogni mia ambizione.
Il ricordo di quella atmosfera
ha il profumo dell’eroina che crepita
nell’ovale di un cucchiaio logorato dall’uso,
e le “walk-up houses” del Lower East Side
delineano ancora il mio ultimo eremo:
la notte che scende lungo la schiena
come le note stridule del be-bop.
E tu dov’eri quando pioveva
ed io non lo avvertivo?
quando St. Patrick
era così lontana
da non poter essere
neppure una bozza d’ipotesi?
quando la fame suonava la sveglia
e la città non sapeva che io esistevo?
Non so definirle quelle mattine infinite
se non attraverso il bisogno d’amore,
se non attraverso il colore
di un piccolo frutto
che da freddo si fa caldo,
che se non matura, morrà acerbo.
Io ti aspettavo, ti cercavo ad ogni angolo,
e non mi curavo dello schermo della nebbia:
in fondo l’ho sempre saputo che tu eri lì,
al fianco del mio scheletro in fiamme,
e che, come me, speravi
che il mio martirio
da nero fumo
si facesse
lilla.











