Che tragedia le corna
Arcuate e sguainate
Diventano pezzi di storia
E nell’oblio svettano ad altezza d’occhi
Appuntite messe in ghingheri
Agili orlate baffute a misura di postura
Senza far rumore infilzano un cuore
Oh che tragedia le corna
Sciolgono gemiti in lacrime
E come aure ossute salgono al cielo
Fingendosi beate
E poi cadono
Credendosi dannate
Endecasillabi canonici a rime baciate leggibili a scelta tanto a minore quanto a maiore (secondo l’umore del lettore, anche il mio era bivalente mentre leggevo il testo ispirante e scrivevo questo) sgorgati come commento alla poesia «Dal dottore» pubblicata da Kalotins (in un altro sito).
Il mio mi manda analisi a rifare,
quando ritorno finge di guardare
ma già sappiamo che tutti i valori
confermeranno essenza di dolori
che medicine tentan d'attenuare
ma non c'è modo proprio di curare…
però pietoso dice di gioire
ché forse ancora non sto per finire;
ma non è molto bravo come attore
il rassegnato vecchio mio dottore.
09/03/2026
Sonetto standard sgorgato come risposta al commento di Oudeis sulla mia «695 - …E torna l'8 marzo…».
D'introspezione n'ho già fatta troppa
vedendo che son vuoto e disarmato
e penso pur d'avere un po' stancato
alzando di sfigato ogn'or la coppa.
L'ispirazione sfugge e come toppa
pensando all'otto marzo ho pasquinato¹
ma penso proprio quello ch'ho narrato;
è che mi sento come una faloppa²…
mi viene da pensare: almeno un riso
leggendo questi versi poi si svela,
allegro si distende qualche viso
ché non al pianto sempre il cuore anela
ma l'introspetto³ ormai sin troppo liso
richiama troppe lacrime e mi gela.
¹: ho scritto una “pasquinata”, una satira in versi con richiami politici;
²: il bozzolo scadente o macchiato di un baco da seta, di solito conseguenza di una crisalide morta e putrescente prima della raccolta;
³: introspezione.
08/03/2026
Che quando li senti rimani estasiato,
Anche la muffa di una cantina,
Ti ricorda quando eri una bambina.
L'odore del borotalco bianco,
Che tua madre metteva quando eri stanco,
L'odore del vinavil per incollare,
I tuoi collage a scuola intenta a fare.
Il profumo di zucchero di quella pasticceria,
E le domeniche passate in allegra compagnia,
L'odore in chiesa dell'incenso,
Legato a Natali e Pasque a cui ripenso.
L'olfatto è un senso che ti fa contento,
Funziona come la macchina del tempo,
Una sniffata data distrattamente,
Si torna giovani immediatamente
Ci sono momenti
in cui mi ritrovo in silenzio
davanti a un paesaggio
che sembra ascoltare
più di quanto io sappia dire.
Il cielo si allarga,
il vento passa leggero,
e dentro di me
qualcosa si scioglie piano.
In quella quiete
i pensieri diventano più veri…
e quasi senza accorgermene
finiscono sempre
per riportarmi a te.
Nonostante il tempo
e le distanze,
c’è ancora un luogo nel mio cuore
che si accende
quando ti penso.
Non è nostalgia che punge,
né attesa
di qualcosa che deve tornare.
È uno spazio semplice, sereno,
dove il tuo ricordo
non pesa
ma scalda.
Un angolo silenzioso
che non ha mai sentito
il bisogno di cancellare,
solo quello
di custodire.
Ed è questo che mi sorprende:
la dolcezza
con cui continuo a volerti bene.
Senza rumore,
senza pretese,
senza chiedere risposte
al destino.
Solo con quella tenerezza quieta
che resta
anche quando tutto cambia,
e che mi ricorda
che certe emozioni
non hanno bisogno di spiegazioni
per essere vere.
Sonetto recitabile a minore rimato ad alternate ABAB ABAB CDC DCD.
Con questo cos’avrei voluto dire?
Non so: chiedete a persona sbagliata…
non sono quello che riesce a capire,
tenete conto c’ho testa bacata.
Resto a pensare fino ad impazzire
o forse è già la follia risvegliata
da quando gli occhi comincio ad aprire
e un’altra notte di sogni è sfumata.
Io questo faccio: sogno e poi ripenso
cercando modi di fare altri sbagli,
cado nel nulla più pieno ed intenso
scegliendo sempre i peggiori bersagli,
vivo il disagio più freddo ed immenso
e torno a fare i miei rimati ragli.
08/03/2026
Un calice di cielo
trabocca nei tuoi occhi,
e tu, donna,
battito di Dio
fiorito per il mondo,
sei un costato di diritti
calpestato dalla storia,
inchiostro di cuore malconcio,
nome sbeffeggiato dall’odio,
lavagna scolpita dal dolore.
Le stelle muoiono sulla tua pelle
spente per sempre per mano di un uomo,
sangue e rossetto
ubriacano pagine di cronaca,
ma tu, donna,
sei e per sempre sarai
battito di Dio
fiorito per il mondo,
un costato di diritti
inchiodati alle pagine del rispetto.
accompagnata da un profumo di mimosa,
questa pianta fiorisce alle Idi di Marzo,
usata per ornamento e anche per sfarzo.
Uscendo saluto il custode al portone,
vedo una mimosa in esposizione,
vado al bar a far colazione,
me ne ritrovo una sul bancone.
Passo a salutare il parrucchiere,
c'è una piccola mimosa in un grande bicchiere,
vado in comune per un certificato,
una pianta di mimose lungo il porticato.
Al semaforo mi ferma un senegalese,
vende mimose per iniziar bene il mese,
mi reco ad acquistar pietanza di facile cottura,
mi ritrovo mimose tra la frutta e la verdura.
Vado dal mio caro commercialista,
eccone un'altra in bella vista,
vado in farmacia perché ormai ho mal di pancia,
un'altra mimosa campeggia sulla bilancia.
Temo quindi di aver problemi di vista,
torno a casa per non andar dall'oculista,
mi siedo sul divano e con sospetto,
mi fermo un attimo e rifletto.
Poi dopo un po' di esitazione,
stupito arrivo ad una conclusione:
non è che oltre alle donne... casomai,
stasera faran festa anche i fiorai?
un linguaggio sconosciuto con accenti spigolosi
ma anche con sbrodolamenti domestici.
Lì mi trovo,
nel limite critico,
né bianca né nera…
grigia,
in deviazione standard o ancora più fuori,
da li vedo
negli altri
il mio stesso puntiglio di “essere particolare”
fondamentale illusione.






