All’or del vespro
Nel tempo che sarà,
barcone da dismessa
al rientro in porto sarò.
Ella, sul molo, col consueto
suo villano manifestarsi,
in requiem m’accoglierà.
A quel punto
non potrò far
come il re d’Itaca,
che alla seduzione di Ligea
e delle sorelle s’oppose, alla di lei
no non si può dir.
Nel tardo gradito che sarà,
che si sveli gnuda
del paramento corvino
e disarmata della mietitrice, ed io
traghettar mi farò pacifico,
non prima però
che il mio verbo, l’abbraccio
al terreno mondo, affidato avrò:
a chi sarà in quel tempo giunto,
a chi no sarà giunto il tramonto,
a chi giunger ancor dovrà.
Tra viali cipressati
i miei versi declamerò, fin l’ara
di Colui che è
ed ovunque è…

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Profilo Autore: Vincenzo Patierno  

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T'immagino così,
come quest'acqua azzurra all'orizzonte
che si increspa appena dal vento.
T'immagino così come quest'aria
 che muove  le foglie d'ulivo e piega appena  gli aghi di pino. 
T'immagino così nelle pennellate bianche nel cielo che compongono quadri astratti.
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Profilo Autore: Tiziana Gay*   Socia sostenitrice del Club Poetico dal 30-09-2017

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«Uscirò da questa gabbia
quando gli occhi non vedranno.
O sì, lo farò.
E non sarà una risposta non data
a recidere le sbarre
»

Ecco venire arroganti schiere
di demoni morenti ad assistere
ma io non griderò per compiacere
la loro attesa di cani sbavanti.

«O sì, fuggirò da questa gabbia,
ti giuro lo farò.
E nessuna condanna verrà eseguita.
E i miei occhi non vorranno vedere.
Fuggirò senza che tu te ne accorga.
perché non sarò lì quando apriranno le sbarre
»

Fuggirò un giorno,
vedrai che sarà proprio così
e quei demoni avranno in pasto
carne avvelenata
dal loro stesso male
ed essi stessi saranno carne da condannare
O già condannata…

«O sì, fuggirò un giorno
e lo farò con gli occhi chiusi
così che non possa vedere
aguzzini e giudicant


Lo so che verrò giustiziato
ma io ti dico che fuggirò.
I miei occhi non vedranno siringhe letali,
no, essi saranno chiusi.
Chiusi sul male e aperti alla vita
O sì, allora fuggirò.
E le gabbie saranno vuote.
E il tuo cuore sarà vuoto
come lo è stato il mio
quando ho ucciso per nulla.

«O sì fuggirò e avrò gli occhi chiusi
Perché la morte non lascia mai aperti spiragli di vita.
O sì fuggirò veramente
Da quella gabbia
Lasciandola a te che hai giudicato
»

È giunto già il momento
“Vedi come passa il tempo quando esso stesso non ha tempo per te”
Che aspetti? Fa' quello che devi.
Chiudo gli occhi.

«O si fuggirò da questa gabbia,
anzi sto già fuggendo e sono libero
»

Io che ho condannato me stesso
prima del tuo giudizio.
Io che abbasso gli occhi
davanti al vero Giudizio
e tu che li alzi tronfi su di me
e mi guardi morire
e ridi soddisfatto
"Era un assassino, meritava"
E un vetro ci separa
E l'assassino ora si riflette in te
Che sei al di là
Ma tu non lo puoi vedere.
O si fuggirò un giorno
Ti giuro che lo farò
e non immagini nemmeno
quanto desideri farlo,
quanto voglia liberarmi di me.
Di me giudicante e condannante.
Ma tu saprai fare lo stesso?

“Perché non mi hai mai guardato negli occhi?
Lo fai ora che non posso vederti.
I miei occhi sono chiusi oramai e anche i tuoi lo sono”
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili  

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La tua Sofferenza Tradivi,
Affondata in Pallida Stanchezza!
Nascondevi la tua Malattia
con Malinconica Dolcezza.
Ogni Giorno ti Presentavi
con un Sorriso di Carezza,
Intendevi Addolcire al Mondo
la tua Magrezza.
Come un Fiore Reciso
anche il tuo Bel Viso
si Spegneva, Liso all’Improvviso,
per Entrare in Paradiso, come Fiordaliso!
I tuoi Colori, la Tua Voglia di Vivere
si Affievoliva, si Spegneva come Candela.
Volevi Sembrare Forte...
fino a che la Donna col Cavallo Bianco,
non ha Decretato il Trapasso.
All’improvviso Ti ha Colto quell’Abbraccio Fatale,
in uno Sconfinato Mare Vuoto,
Un Abbraccio Freddo, Glaciale
con un Indomito Velo di Pianto Invernale.
Ci Lasci al Tuo Capezzale...
Abbandoni questo Mondo per l’Eterno,
Dove i Viali di Luce non Tramontano Mai.
Solo Gioie Vedrai, non ci Saranno più Guai!
Accanto al Padre Buono,
non Più Ombre e Tinte Fosche,
solo Canti Angelici!
In un Variegato Coro Armonico,
continuerai a Prenderti Cura dei Tuoi Angeli
Li Guiderai, come hai Sempre Fatto,
Prendendoli per Mano,
Hai Lasciato Loro il tuo Cuore.
Tu col Tuo Amore fai Rinascere la Vita!
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Profilo Autore: Antonietta Angela Bianco BGrZv*   Socia sostenitrice del Club Poetico dal 25-07-2021

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Vola in aria prepotente,
disegna poligoni insistentemente,
mi muovo senza destar sospetto,
vado a prendere il picchietto.

Ancora in aria lei romba,
la cucina sarà la sua tomba,
ormai stanca si posa sul lavandino,
segnato appare il suo destino.

Un mio movimento secco e indolore,
l'insetto ha appena raggiunto il Creatore,
peccato perchè era di compagnia,
ma troppo fissata per la geometria.
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Profilo Autore: Stornello Meneghino  

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Battiti lenti,
respiro affannoso.

Forte sospiro.
Un cuore si ferma.


Una mano sfiora
le palpebre inerti.

Un'anima risale
al suo Creatore...
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Profilo Autore: Saverio Giovanni Ferrara  

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Umido batuffolo

bacia le labbra

arse di febbre.

Volto bianco

come candido giglio

soffre e sorride.

Ultimo bacio

di palpebre

che battono.

Si gela la fronte

e gli occhi

fissano felici

un nuovo infinito.

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Profilo Autore: Saverio Giovanni Ferrara  

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Ho sentito la pioggia stamattina

Ho rivisto i suoi suoni

Scendeva dal cielo, il suo canto

Spoglio di emozioni

Arie grigie in foreste di salici

Da cui madri e loro figli stanno fuori

Se a restarci fossi tu

Sentiresti quelle voci

I canti delle foglie

Nella danza autunnale

I ruscelli e i fiumi pieni

Come usciti da quadri

Montagne brune e spoglie

Oltre quali il vento sale

Radici di querce che invadono il terreno

Di campagne a settembre

Profumo di legno

Di fuoco, di fango

Sapori di rosso vino e fungo

Fiumi di luce e cieli di grano

Gracili lune e gelide mani

Orizzonti con quel sole

Morto sempre troppo presto

Bimbi soli con le suole

Già straziate a suon di giochi

Cosa c'è oltre quel sole?

Tra le ombre delle querce

e i venti sulla pelle?

C'è quel nido di una pernice ora vecchia e ormai passata

C'è quel fuoco, vini e bacche

per un vecchio creatore

Di bambole scolpite

A fatica in botteghe

Ricorda solo odori di legnami

Ed ora gli occhi sono stanchi

Il vecchio solo sogna il suo canto del cigno

Addio alle streghe

E a chi di morte attende segni

Lui ora è oltre il cielo

E lì di pioggia non ce n'è

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Profilo Autore: Ealain  

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C'era una volta una sirena

Che sedeva, serena, alla volta del blu

Tra i castelli di arenaria e i troni di scogli

La regina delle coste regnava sui mari

E i gabbiani, volati i venti si posavano ai suoi piedi

Serventi ghirlande rubate alle navi

"Costi quel che costi, da costa a costa,

Voleremo alla nostra diva casta

E divideremo con lei i nostri scarsi pasti

Per te, regina delle coste"

"Ma a che costo?"

Diceva la sirena

"Io, nave, ti chiamo, sperando

Di trovar chi amo, ma quando

Il timone ode il mio canto

Il mio amante al comando

Si schianta fra scogli e costiere

E rimane un eco di costole e teschi

Di cui le fiere faranno banchetto

Sol di amare chiedo

E non soldi o un mare da conquistare

Solo grido al sole, da sola

Che chi ha già chi amare

Non può capire il giacere

Piangente e chiamare morente

Un'anima sognata che mi salvi dagli scogli

Per portarmi tra le vele e le onde cullanti

E sentire un canto diverso dal mio

Io quindi, prostrante, nelle vesti da regina

Mi piego a ogni spirito, Dio e santi

Che sentano i miei pianti incessanti

Ai troni io rinuncio perché se è esser sola

Il fato mio allora, prendete i miei diamanti

E la mia corona, e datemi degli amanti

Io abbandono salsedine e scogli

Al bando dono le sabbie salate

E dei gabbiani celesti i cordogli

Attorno alle carcasse di sirene spiaggiate"

Ma vano il gridar di petto fu

Sfinita la regina dalle lacrime versate

Svuotò la sua vita tra le alghe e i sargassi

Annegando le parole vessate nel blu

Ora i lembi della veste sua

Nel limbo fluttuan tristi

Come flebili meduse trascinate dalle onde

Per estinguere tra i fini sali la sua pena

Questa la fine della bella sirena

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Profilo Autore: Ealain  

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Decido di fare una passeggiata,
mi ritrovo la strada funestata,
il mio occhio viene improvvisamente rapito,
da un manifesto che degli altri è meno ingiallito.

In principio il solito copia e incolla,
mentre la carta profuma ancora di colla,
nel leggere ' E' venuto a mancare',
il mio occhio in grassetto il nome va a scovare.

Oh mio Dio , è morto Alfredo!
non è possibile non ci credo.
L'ho incontrato proprio l'altro giorno,
eravamo insieme a far la fila al forno.

L'ho visto tranquillo con inceder spedito,
mi ha salutato cordiale e con fare ardito,
odo intanto le tristi campane,
che da me non sono molto lontane.

La messa in suffragio finirà tra qualche minuto,
mi affretto per dare al defunto l'ultimo saluto,
la chiesa è assai gremita,
la sacra funzione quasi finita.

La bara in mogano sta per esser issata,
la gente pian piano fuori ora si è accalcata,
La salma è seguita dalla moglie e dalla figliuola,
quest'ultima la conosco bene perché venne con me a scuola.

Mi ritrovo dentro il solito rituale,
i miei e gli altri occhi che puntano la navata centrale,
fuori intanto un'auto oblunga regna la scena,
un brivido sento attraversare la mia schiena.

Si apre il lucente portellone nero,
il vano è pronto ad accogliere il nuovo passeggero,
il silenzio da un lungo applauso è preceduto,
del resto Alfredo era da tutti ben voluto.

Una nuova vedova accarezza il legno lucido,
poi la mano torna indietro con fare placido,
sul mezzo funebre sale il nocchiero,
che lento pede andrà verso il cimitero.

La folla intanto si dirada,
ognuno riprende la propria strada,
io mesto me ne ritorno nella mia abitazione,
dove mi raccolgo per qualche riflessione.

Chissà magari sarà oggetto di un altro scritto,
per ora in segno di lutto mi taccio e rimango zitto.
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Profilo Autore: Stornello Meneghino  

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Quando un amore muore
la mente s'incanta
come la puntina
d’un grammofono
su un disco che suona
ripete e ripete ancora
il rimbombo delle ultime voci
tra urla e pianti
svanisce ogni emozione
sembra quasi d'impazzire
non riesci più nemmeno a dormire
il posto dei sogni
viene preso dal revival
delle parole scaraventate
al cuore alzando gli occhi
al cielo…Dio
capire e vuoi ancora capire
quant’è profonda
quell’impotenza che ti assale
inconsapevole di poter reagire
a tanto male
Tempo
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Profilo Autore: Pietrina Lorito*   Sostenitrice del Club Poetico dal 20-11-2020

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Non ancora... non ancora...
non è ancora la mia ora!

Lasciami qui a spiare
danze di conchiglie sulla riva del mare

Lasciami qui a sentire
musica di vento che fa rabbrividire

Lasciami qui ancora un po'
per tirar fuori tutto ciò che ho
fantasia umorismo e amore
lasciami qui per lenire qualche dolore!

Lasciami qui sotto un cielo di velluto nero
a vagar tra le stelle col pensiero
a parlare con la luna solitaria
lasciami qui a costruir castelli in aria!

Tempo ne avrò per pianger di dolore
tempo ne avrò per riempire le mie ore
ma tu stammi lontano
non cercare la mia mano
cambierò la mia vita
cambierò la mia sorte
ma tu vattene via... perfida morte!
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Profilo Autore: poetessalibera  

Questo autore ha pubblicato 32 articoli. Per maggiori informazioni cliccare sul nome.
Dal cielo sereno
un cuore cadde

Si ruppe

Cercava un nido

Ho visitato
un marmo scolpito

Ho offerto
un ramo fiorito
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Profilo Autore: Carmine Ianniello  

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La chiamano la casa dei morti,
in effetti non hanno tutti i torti,
vi riposano tante e tante persone,
che vi han preso posto in ogni stagione.

Ti accorgi subito di essere nei suoi pressi,
se vedi la tua ombra mescolata a quella dei cipressi,
all'ingresso flaconi di svariate candeggine,
di litri di acqua ne trasportano a dozzine.

Dentro cappelle di ogni forma e dimensione,
in cui l'estro dei parenti trova la sua espressione,
marmi di ogni colore e fattura,
con in comune solo la temperatura.

Sulle varie lapidi date di nascita e di morte,
numeri che sembrano quasi estratti a sorte,
la foto più bella messa in primo piano,
di colui che è proprio lì ad un palmo di mano.

Si odono poche e meste voci,
unitamente a passi pesanti e veloci,
vasi di vetro con cui il tempo puoi contare,
scandito dai bianchi anelli di calcare.

Dentro fiori nuovi , vecchi e finti,
si intravede una vedova dai capelli tinti,
in una celeste corrispondenza di sensi giunge le amorose mani,
facendo rievocare nei passanti dei più famosi versi foscoliani.

Faccio visita ad amici parenti e conoscenti,
anche se alle lancette occorre stare attenti,
conosco il custode ed è una persona cordiale,
ma nel chiudere i cancelli è assai puntuale.

Per i cari defunti allora una breve preghiera,
ormai vicina è già la sera,
tra l'altro qui non prende il cellulare,
e vorrei evitare di scavalcare.

Mi avvicino all'uscita con passo veloce,
lì vicino è issata una grande croce,
la guardo, la solfeggio, le dedico un inchino,
e uscendo affido a lei il mio destino.
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Profilo Autore: Stornello Meneghino  

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«Non scrivo da tempo ormai
E svanente pare la memoria
nei meandri dei fogli
Perdute fragili vestigia,
l’animo vaga
per luoghi senza luoghi
per immagini senza colori
Quel tempo rubato
vorrebbe parlare
gridare o piangere,
invece si resta muti
nelle maschere di pietra
che racchiudono la vita»

Percorro un viale, forse…
No, non sembra essere un percorso che porta o sul quale poggiare i passi, ho l’impressione di essere trasportato verso contenitori fatti di muri o di stanze.
Mi ritrovo in un luogo di sepoltura, sarà antica realtà? Non comprendo, riesco solo a vedere un sarcofago di pietra e un guardiano che mi ammonisce. Forse legge nei miei pensieri? Della mia curiosa essenza sa bene?
«Non aprire, non puoi osservare il contenuto del sacello, chiunque lo farà non potrà dirlo né descrivere ciò che avrà visto.»
Apro quello che sembra un eterno ricovero, vedo un lenzuolo bianco, posato sul fondo, un involucro soffice che regge una maschera d’oro, stupendamente brillante.
«Non fissarla, non guardarla, non osare sfiorarla, sarai reso in polvere all’istante»
Non resisto, essa mi chiama, allungo le mani all’interno del sacello, provo a sfiorare l’oro, ne seguo i lineamenti, da essi vengo rapito e un’energia incredibile mi scuote, mi fa tremare. Ho paura ma non posso andar via…
Ecco ora sento aprirsi le porte della mente, invoco le forze del regno dei morti e quella maschera s’è trasposta sul mio volto e… vedo ogni cosa che appartiene all’Altro, il mio corpo non esiste e non riesco più a percepirlo, mentre il regno dei morti mi parla e io ora comprendo e so d’appartenere a quel mondo.
La notte trascorre il suo sonno, io non più il mio e cerco il sangue caldo nelle gambe, non le sento più e crespo appare il corpo.
Notte d’altro che tu non sai e io non son altro che flutto di pensiero che conosce e percepisce e della sua appartenenza non ha più dubbi.
Aspetto qualche pulsazione nuova, poi riprendo il terreno moto e un sorso d’acqua.

«Notte, sei mia come niente altro»
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Profilo Autore: Giancarlo Gravili  

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