Nasci lieve sovrappensiero
svolazzi sul bianco, leggero,
sei arabesco, viola del pensiero
agile dondoli come un veliero
un giro veloce con la biro
decori le pagine di un papiro,
ti accendi nell’arco di un respiro
evapori nel mentre di un sospiro
ghirigoro ghirigoro
non sei capolavoro
non sei telelavoro
sulla carta io ti coloro.
sta tra la gente stanca e la gente mancata.
Le case si stringono i muri addosso,
la strada si sfila il rumore di dosso.
C’è chi ha già chiuso, chi deve iniziare,
chi conta gli errori invece di contare.
Chi ride in cucina con luci dorate,
chi mastica il vuoto con frasi imparate.
Ventidue, venti più due morsi di scie:
venti domande, e una scusa va via.
La mente sui carri orfani di un'allegoria,
gente imbranata in un romanzo di spie.
È quell’ora sottile che taglia le scuse,
che slaccia le facce, che sfibra le accuse.
Ventidue verticale, vertigine uguale:
sei grande per tutti, per te ancora in prova generale.
Sul tavolo briciole come costellazioni,
ci leggo il futuro di finte nazioni.
La notte trattiene il fiato un secondo,
poi soffia rancori che gonfiano il mondo.
Gli amici dispersi in geografie strane:
chi dorme sereno, chi stringe le mani,
chi brinda a qualcosa schiacciando le rane,
chi spegne la luce su ricordi lontani.
Ere di mezzo come scheda bianca allo spoglio,
traguardi a specchio che corrono e sfoglio;
storni in ritardo, paura in anticipo,
rido e sono libero perché non partecipo.
Ventidue, non è notte né sera:
suona il violino la vedova nera
Chiudo gli occhi e il silenzio fa eco:
è l'impronta ecologica del tempo che non spreco.
“Ma la cultura è cultura
e trasforma “
Mia nonna mi guarda male
Così è “merda fritta sulla barba di chi l’ha scritta”
Mi ha trasmesso i suoi mitocondri e le credo
E allora?
Non dovrei oliare i miei circuiti ed essere soddisfatta
Dovrei andare come pellegrina al posto delle fragole
Magari li davvero…
Posso perdere questa cresta che mi rovina
che guardo tutti i giorni prima di andar via,
è una scatola con tre occhi,
che osservo in auto con i miei marmocchi.
È un semaforo che è sempre rosso,
da cui all'inizio mi sentivo scosso,
sempre di fretta andando dove chissà,
ora lo ringrazio da navigato papà.
Sì perché per una volta al giorno almeno,
ero lì con i bambini a parlar del più e del meno,
secondi preziosi prima che andassero via,
verso i loro destini e così sia.
Ora in questo mondo che va sempre più di fretta,
vogliono impedirmi di interpretar colui che aspetta,
una rotonda ha deciso di far l'amministrazione,
mettendo via questa mia piacevole costrizione.
A un aldilà non credo, ma vorrei
Campi Elisi trovar, luoghi pagani
che redivivi accolgano gli umani,
pur chi già bestemmiò tutti gli dèi,
dimore non d’eroi o di dannati,
ma di chi cerca ancor pezzi di vita
provando a rigiocar qualche partita
e scoprendo con quali risultati.
E allora ancor vorrei tutte incontrare,
voi che d’anima e cuore mi coglieste
e pure voi ch’a me vi concedeste
in avventure effimere o corsare,
e voi che m’accendeste quel desio
che poi rëalizzar non fu concesso,
specie da ragazzino un po’ dimesso
ché parco era il social livello mio,
voi tutte ancor con me tal quali allora,
io pure con l’età di quegli eventi,
a riscriver d’allor gli accadimenti
con l’esperienza ch’oggi m’avvalora.
Di quelle che m’accolsero, ciascuna
riconoscer vorrei dalle fattezze
ma pur dalle più intime bellezze
per riscoprirle tutte ad una ad una
rivivendo pudori ed entusiasmi
alla luce di quanto poi vissuto
da me e da lor, di quanto s’è perduto
in coral girotondo di fantasmi.
E una lacrima infin dedicherei
a ognuna che la vita non concesse,
incognite di ciò che mai successe,
del film di vita fragili camei.
II – ALLEGRETTO E FINALE IN DISSOLVENZA
E pure tra le “incognite” vorrei,
ma senz’alcuna lacrima a suggello,
trovar la principessa sul pisello
ch’al liceo frequentava i sogni miei,
ch’essendo io di dèi minori figlio,
cercando un buon partito mi snobbò
e l’occasion non seppe che sciupò
ché mi svelai leon, non già coniglio,
ché incontrai una splendida leonessa
che subito mi amò sincera e fiera,
presto moglie e della vita mia nocchiera
che d’amore mantenne la promessa.
Or ch’è basso il mio sole ad occidente
e so che non vedrò quei Campi Elisi
del mio vissuto faccio un'epicrisi:
tant’ho perduto eppure fui vincente.
stremato dal dolore.
E' il crepuscolo di vita
di Santo predicatore.
Richiesta di aiuto
inascoltata dal Padre.
Un pianto dirotto
irrora
la campagna di sangue.
Non si veglia né si prega;
ma si cade nelle braccia
di un sonno profondo.
Le foglie degli ulivi
si accartocciano,
gelide nell'angoscia
del tuo nome,
appendo sul cuore
il giorno d'amore
della mia ambascia di seta
come una giacca di luce,
e il sorriso labile
del primo sole che rischiara
boccioli di emozioni,
nel refolo d'attesa,
impara, tra cumulonembi
a respirare dal tuo passo,
drappo magnetico
che ammalia bradi silenzi.
Sei una chiave d’acqua
che apre serrature di polvere,
dove l'anima, sibilla celata
di mappe di sale e candele,
accende il fuoco della voluttà.
Quando mi guardi,
mansueto il tempo ramifica
parole d'argento, e tace,
diventa pane caldo spezzato
che nutre, tra le ore
dei batticuori che sussurrano.
Le tue affabili mani,
nidi che ricordano un volo,
raccolgono il mio tremito
e lo erge canto eterno.
Ti penso come
una costellazione senza fine,
stelle che orientano
un ritorno senza cielo
che si spegne
alla trasmutazione.
La tua calma è una neve
che ascolta istanti caduchi,
copre ferite, e insegna
la mia primavera a rifiorire.
Amarti è bere l’ombra
fino alla sorgente della vita,
è perdere il nome
per trovarne due intrecciati,
per restare, infine,
come un faro nel petto,
che batte confini di balza
penetrano l'aurora d'amore
che deflagra, senza scrivere
una fine nel panorama
del nostro veemente ardore,
nelle fiammelle del candelabro
che chiarisce il nostro fato,
per sempre.
Non lì: ali azzurrine in uno schermo perfetto,
e dove?
ma qui: corvi sguaiati in un cielo infiammato e disuguale
Qui dove noi vestine un po' unte e ginocchia graffiate
improvvisamente
buona la prima!
ma no
non vale,
mi scendono le lacrime, punto i piedi... ma no
perché cosi?,
avanti un altro!
avanti un altro... per dio !!!!
uno spintone
... e poi?
Poi... più niente.
di acqua putrida e nera.
Il mattino non ha spazio:
permane eterna sera.
Assenza di vere relazioni
fomenta assurde paranoie.
Dolore acuto
e morte improvvisa
soffocano con violenza
un singulto di voce.
L'arcobaleno
non ha più colori;
arreso al grigiore
di monotonia
si perde il guardo
al ridente prato verde
di quand’era io fanciullo.
Deh, quanto vorrei tornasse
la stessa gioia di me, prima
ora che il tempo si fa maturo.
Anche la quercia, ridente
a primavera, ora s’attrista
nel prato, ormai spoglia
ché dell’inverno è il tempo.
E com’essa anch’io non so
se di nuova stagione
ancora metterò, nuove fronde.
C’era una volta una principessa. Aveva occhi verdi e capelli neri come la notte. Si chiamava Priscilla e un giorno durante una cavalcata con la sua scorta incontrò un cervo dorato ferito. Il suo mantello brillava fra i bucaneve come un caldo raggio di sole in una fredda mattina d’inverno, mentre il suo pianto riecheggiava nel silenzio di uno sconfinato bosco solitario. “Mia dolce principessa, ti dono questo piccolo scrigno. Non ci troverai dentro stoffe preziose e ricami meravigliosi del lontano Oriente; rubini, diamanti o raffinati gioielli vinti in battaglia da un qualche valoroso cavaliere, né antichissime monete di mille continenti. In questo piccolo scrigno sono custodite soltanto tutte le mie giovani lacrime. Se stringerai questo piccolo scrigno al tuo petto e lo bagnerai con anche una soltanto delle tue lacrime, allora ruberò tutta la tua tristezza, regalandoti una vita felice che durerà in eterno”, disse con tono affettuoso il cervo dorato ferito. La principessa, udite queste tenere parole, scoppiò a piangere, dopo averlo osservato dispiaciuta con molta attenzione. Come poteva non riconoscere quel cervo? Ma sì, gli aveva persino dato un nome! Era proprio Felix, quel vecchio cervo dal cuore buono che ogni sera, passeggiando nel giardino meraviglioso del suo modesto castello in riva al lago, ascoltava tutti i suoi tristi pensieri, come a volerla consolare. “E’ stata la perfida Strega della Luna a farmi del male”, aggiunse il cervo. “Nelle buie e fredde prigioni del suo palazzo segreto, lassù fra le montagne di neve, ha rinchiuso il re e la regina, i tuoi amati genitori. Ero lì per liberarli e per riportarli da te al castello ma la Strega della Luna mi ha scoperto e mi ha ferito con una lancia, impedendomi di raggiungerti”, concluse il cervo, affaticato dalla sofferenza. La principessa lo abbracciò a lungo commossa, ringraziando quel vecchio cervo dal cuore buono per tutto quello che aveva fatto per lei. Senza i suoi genitori la principessa si sentiva veramente molto molto sola e triste, ma Felix, con la sua presenza costante e silenziosa si era rivelato essere davvero un ottimo, insospettabile, amico. Priscilla allora, cosparse la ferita del vecchio cervo con un po’ di polvere d’oro e invocando con forza il potentissimo potere magico del Dio del Bosco, il suo prezioso amico riuscì a guarire in un batter d’occhio! Guidata dalla luce dorata del suo mantello, la principessa raggiunse il palazzo segreto della perfida Strega della Luna e così, senza un briciolo di paura, coraggiosa e valorosa, scagliò quella stessa lancia che aveva colpito il vecchio cervo, dritta dritta al cuore della strega. “Ora questa lancia, con cui hai ferito il cervo dal cuore buono, è impregnata della sua stessa bontà! Ora la tua anima cattiva finalmente scomparirà, trasformandoti per sempre nella strega più buona del mondo!”, disse la principessa. Il miracolo accadde davvero e così tutti furono finalmente liberi di ritornare al castello, anche la Strega della Luna, che grazie a questo magico incantesimo, si impegnò con gioia ad esaudire ogni desiderio di felicità della principessa Priscilla e del vecchio cervo dorato dal cuore buono.






