sembianze d’antico pastore,
ingenuo saggio in cammino
sul tragitto segnato dal Cielo
tra boschi sempre meno verdi,
foreste sempre meno folte,
praterie senza l’eco dei galoppi,
paesi e città indifferenti.
Il cuore e la ragione sono in lotta,
titani in cerca di supremazia
mentre sul desco opulento
si riflette una luce senza senso.
Sarà forse d’un albero allestito
per arredare una parete ignuda
o di un presepe usa e getta
con la carta stagnola per il lago.
L’amore però prende forma
tra briciole gialle già di scarto,
tra sguardi d’anime smarrite
nel vasto dedalo dei finti specchi.
Per colui che ancora guarda in alto
qualcuno disegna un nastro di luce:
stella tra stelle, coincidenze astrali
o “quella” Cometa che insiste?
L'involucro il mare,
il fiocco una casa persa nel tempo,
le luci, un ristorante frequentato da folli e
come musica le nostre risate.
Tu il centro, tu il mio regalo!
Il viso illuminato dalla gioia nel vedere il mio cuore tra le tue mani,
io sorpreso e avvolto dal tuo amore che mi terrà caldo sempre.
Noi insieme e stupiti ancora una volta della profondità e totalità del nostro amore.
Profondità e totalità che i nostri corpi mettono in scena.
E così in un meraviglioso giorno abbiamo scolpito per sempre il nostro grazie alla vita che ci ha posti uno nell'altro.
quanti vincono, molti perdono;
io vorrei non perdere e vivere,
in un mondo più libero,
a misura d’uomo,
dove si possa sbagliare,
dove ti possano accettare per
quello che sei,
non per quello che dovresti essere o fare;
in un mondo senza muri tra la gente,
con meno squallore e meschinità,
dove ci sia più amicizia,
più speranza;
grande è la città,
vetrine illuminate,
macchine capaci,
e una vocina pubblicitaria,
che ti invita a spendere, spendere,
in un insulto alla miseria, e a chi non ha niente,
e deve faticare per arrivare alla fine del mese;
grande la città,
piena di grettezza e indifferenza,
dove cerchi tra le strade
imbrunite e scure per il gelo e il freddo,
lo spirito del natale,
e un po’ di umanità.
Sotto il grande albero
addobbato,
dirimpetto alla fitta siepe,
come si conviene
tra colleghi,
o innanzi al presepe
se scruterete
attentamente
e senza precipitazione,
scorgerete i miei
più sentiti auguri
in ogni vostra abitazione.
Che si depongano
gli esplosivi: c’è parecchio
da piangere anche senza.
Che gli psicotici che fanno
normalmente segnare dagli
psicanalisti grossa affluenza,
in tempi di crisi non
accalchino le sale di governo.
E che si capisca che un cerino
conta più che focalizzare ogni
sforzo sul progresso, specie
a Natale dinanzi al camino.
prima ancora di far varcar la soglia
mi accosterò alla finestra più vicina
per accertarmi che invece della luna
ci sia il sole dei mezzodì d’agosto.
Poi, dopo essermi scusato,
appenderò le ali nell’ingresso,
lo accompagnerò di là in salotto,
gli offrirò la mia poltrona preferita
e cercherò di metterlo a suo agio.
Intanto che sdraiato prende fiato,
riempirò la caffettiera, quella da due.
La metterò a sbuffare a fuoco basso
e andrò a rispolverare dalla cristalliera
le due tazzine con le fresie rosse incise.
Se l’angelo non mi farà annunci,
lo aggiornerò sul come ora procede
la vita mia e quella dei miei amori
che, nel silenzio, io lascerò dormire
per evitare che mi credano sonnambulo.
Quanto segue è quello che
mi è riuscito di rispondere,
avviluppandomi forse nel
panegirico dell’apologeta,
alla domanda di mio figlio
su chi fosse il poeta…
L’individuo che sa darti sui
nervi anche da morto,
il cruccio di un cardine di
bottega al peso dello sporto.
Gli stessi due tizi al tavolo
delle carte, l’uno avvinazzato
e tabagista mentre l’altro
oltremodo compassato.
Son nullisti che si dolerebbero
del baccano se la buona sorte
battesse alla loro porta; alfine
figlio mio, sono purganti spiriti.
La preminenza di un genio sul
poeta, sta orbene nei suoi limiti.
Quella splendida stella
che sopravviverà al tuo nome,
come le foglie passite al risveglio
e le rondini alle rinnovate primavere,
quella splendida stella porta il tuo nome,
così lontana come i pianti che ti han portato via,
così vicina come i ricordi dei tuoi sorrisi,
così discreti come lucciole inespresse,
così come il tuo canto di Natale, bambina
così come sempre, ormai
per sempre tra gli astri, lontano,
piccola stella.
Ciao.
Con poca speranza
la sera se n'è andata, - aloni.
Come la cera che resta molle
solo per poco
giusto per fare un innocuo
segno sul vetro.
Già il pensiero poi mi salta
a una banda
di avèrle piccole del Trentino
- un'estensione del davvero? -
o a un aranciare
tutto d'altre ali
quasi fossero tornate sui cardi.

indossa un vestitino rosso,
mi guarda con due occhi da perdersi
e penso che ha l'età di mia figlia.
In una fragile bolla di sapone parliamo,
mi racconta del sapore delle caramelle,
del suo mondo colorato di bambina
e mi sciolgo al sorriso che si apre sul suo viso.
Vorrei rimanere lì, non pensare ad altro.
Togliere gli aghi dalle vene,
strappare le mascherine dalla bocca
e scartare regali sotto l'albero di natale
ascoltando storie di eroi e principesse.
Ma non ci riesco...e mi chiedo dov'è.
Dov'è questo dio che predica a suon di versetti,
che vive e regna e spacca montagne,
che si innalza e giudica e tuona,
che tutto sa...tranne il sapore delle caramelle.
Poi lei mi guarda, comprende e mi sorride ancora
anestetizzando una rabbia che non trova pace...
Perché non capisco, proprio non capisco.
dalle mani nude
la mente impetuosa
a significar qualcosa
per qualcuno
che nessuno è
che nessuno saprà
Quello smaniare
domandarsi
il cosa del tempo
di quel tempo che nasconde
noi non sappiamo cosa
e non avremo tempo
di sapere
Quello spigoloso
ritornare leggendio
sulle righe impaurite
da confusione onesta
Quel bramoso
cielo che convince
con poca luce
a non aver paura del buio
di una conclusione
invertita in inizio
di un nuovo giorno
scandito di domande
di grigi colorato
di rinnovare la ricerca
di ciò che non è stato
la sposa corre lo strascico di un kilometro
bacarozzi, barattoli di fagioli
vuoti sole piatti,
saperti qui prima di cena
è un gran sollievo per tutti noi
arpioni sulla strada,
pensieri ghiacciati ai poli magnetici.
Nella notte dei tempi
un rover aprì il fuoco su Marte,
sognavamo di raggiungere le stelle
con un balzo, ricordi?
L'attimo in cui la gravità della palpebra cederà
il gambo di un fiore,
una doccia a caldaia spenta
la testa, china, sulla croce.
dei suoi petali odorosi
del suo anno d'onda forte,
non può dirsi destino.
Non ancora, se è livido limite
stasi che non passa
con niente oltre la siepe.
Non ancora
per il suo volto in declino
per il suo slancio sbiadito
il suo cuore in disuso.
E' solo l'attimo di una stagione amara
che non può dirsi il destino
di quei petali odorosi
della mia rosa gaudente
dei suoi ossi di spine.
Sei tu la mia poesia,
quella che rileggi milioni di volte illuminando sempre parti dell'anima diverse.
Quella che pensi di avere compreso e ti sorprende ad ogni rigo per la sua profondità vestita di semplicità.
Quella che dipinge miriadi di luoghi, suoni, emozioni e te li fa sentire tutti tuoi.
Sei tu la mia poesia,
posso toccarti, odorati, ascoltarti, guardarti.
Posso fare l'amore con la mia poesia e da quell'incontro tra corpi che si fanno versi esplode la bellezza della vita.
Bellezza che ho visto appieno grazie a te.
Te che sei immensamente e semplicemente la mia poesia.










