Ho ritrovato nella mia vecchia
cartella di cuoio rattoppata
color mandorla e frumento
tutta impolverata
la tua catenina ormai orfana
de I colori dell’argento
per opera del tempo.
Ma custodita con quel momento
in un fazzoletto con ancora le tue
lacrime nascoste per noi aurighi
che optammo per lasciar l’agone.
Dopo anni seduta sui miei righi
vorrei sognare un finale diverso.
Ma io e Luciano, scesi dalla biga,
pensando non fossi solo un ludo
ad opera del vento, in punta di caliga
sospingemmo i nostri cuori orfani
di te alle labbra della notte.
Sorrido ripensando a noi tre insieme
a rimpinzarci di ciclopiche pagnotte...
Serrando la cartella, ora che sta per
morire quell’ostinato vecchio stanco
son consapevole che due palafreni non
possono star legati ad egual battifianco.
- vele sul muro in paziente attesa -
non conosco quasi più un agosto.
Ora che il sole sembra stanco
e le primule giocano a nascondersi,
vorrei sentire il rumore della neve.
Qui nella mia città ghiacciata
tutti a guardare il bianco del cielo
per trovare un azzurro squarcio,
una risposta che arrivi da lontano,
un sorriso sulla bocca del futuro,
il rumore della neve come segno.
poter realizzare tutti i miei sogni,
amare ma dimenticare le sofferenze.
Vorrei al posto dei silenzi
ascoltare il canto degli uccelli
le risate dei bambini.
Vorrei non conoscere
l’indifferenza del mondo intero.
Vorrei soprattutto che le persone
fossero più coerenti,
con una vita migliore,
costruita in un mondo migliore.
Vorrei vedere i bambini
di notte nei campi arati
rincorrere le stelle
ascoltando la sinfonia della luna canterina.
Vorrei proteggere le ombre dai sentimenti.
tra le pareti
ma rimani .
Ho di te
una nuvola che evapora
una goccia umida di poesia
ho di te
il sorriso che non dice
tace
non torna
e lascia al vento
i mille volti di una foglia
e sei luce dell'autunno
lo sguardo dell'inverno
nell'aria greve
il volto sfumato di un sogno
una sillaba della notte
che unisce la luna .
Ci ritroveremo .
I miei versi
sono il ponte
che unisce i nostri pensieri
tutte le carezze
che non ti ho dato.
tra le luci sfavillanti dei fuochi d'artificio,
di un anno che muore e uno neonato,
ci sono io...
Persa tra il silenzio e il vuoto,
persa tra le mura di un mondo non mio,
ci sono io... anima azzurra senza parole,
dove il muto regno fa male,
dove nuvole di aspro melanconico,
portano fulmini a bucare il cuore,
e mi perdo tra la solitudine senza voce,
tra anime fantasma che mi sfiorano
senza darmi calore.
S'accende il cielo di rosso amaranto,
e gia il mattino si avvicina.
Restano bagliori ad illuminare la scena.
Quando l’anno muore
si porta seco gli affanni,
le gioie, gli amori.
Inconsapevole del grande fardello,
si spegne tra suoni e mendaci stelle.
Ecco, nasce il nuovo
in una culla di promesse
vestito di buoni propositi.
Anche l’anno bambino
vedrà il sole a occidente,
il vento freddo del nord
e stenti arcobaleni.
Ma non la pace.

in sogni distratti.
Sorrisi forzati
dissolti, svaniti
passeggio su strade
lunghe sconosciute.
Una lacrima scende
per sempre si perde.
Le mani son chiuse
sono stanche,
sono illuse.
Intorno il freddo
che gela le foglie
le spezza, le coglie
buttandole via.
È un gioco crudele
la nebbia nel sole.
Una luce fioca
risveglia la vita.
Un incubo strano,
riporta al perdono.
Ricordi sbiaditi
mai dimenticati.
L'aurora mi avvolge
leggera, frizzante.
Rinasce speranza
resiste alla noia.
È un giorno
perfetto con
grande fiducia
mi alzo dal letto.
Guardo spesso
Il tuo bel viso ovale,
così sodo,
così paffuto,
con le tue gote grandi,che
ti danno un faccione fotogenico,
il tuo nasino pronunciato,
alla cleopatra,
il tuo mento,
e gli occhi,
vivi e ridenti,
un po’ fuggitivi
un po’ tristi,
a volte accigliati,
a volte furenti,
o calmi e radiosi,
a seconda del tuo umore del
momento;
il tuo viso,
che mi dà serenità,
che mi piace scrutare,
che mi porto nella mente,
quando non ci sei,
il volto dell’amore.
Dovete sapere che al civico
cinque di via delle Cascine
all’ombra dell’Olmetto
il telecomando del televisore
è un’estensione del braccio
di mio figlio che prima o poi
abbisognerà di un brevetto.
E’ l’elemento mancante
quando sotto la doccia
canticchi quel motivetto.
Il telecomando del televisore
è una creatura balorda che
si annida con fare insolente
tra i cuscini del divano.
E’ il cerimoniale che al
bisogno gioca a rimpiattino
col povero ciambellano.
guardai il profilo del tempo.
Linea di gota frastagliata
come disagevole scogliera,
nessun accenno di un sorriso
e nera palpebra increspata.
Ebbi paura e chinando gli occhi
scansai d’intorno ruvidi cuscini
per andare di corsa ad aprire
il cassetto della mera salvezza.
Giocai con la locomotiva di legno
e passai i trentasei colori
sulla vergine tela ammuffita.
Alzando lo sguardo vidi tracce di sole.
Quella che si è appena conclusa
è stata una settimana complicata
per via del lavoro che, nonostante
un’infezione sistemica, mi ha portato
fuori casa e, al freddo, questa brutta
influenza è divenuta assai debilitante.
Questa mattina di domenica, che Dio
un giorno l’abbia in gloria, mia moglie
prima di portare i bambini alla messa
si è premurata di rammentarmi
che un bagno caldo è un toccasana.
Col suo distintivo tono da badessa,
uscendo ha aggiunto che qualche
goccia di eucalipto ne è la panacea.
Un po’ restio ad uscire dalle pantofole,
ma sedotto dagli effluvi degli oli
essenziali affondo nell’acqua bollente.
Dopo una rigenerante nonchè piacevole
mezz’ora di relax fuoriesco egro dalla
vasca e, intirizzito e gocciolante, apro
il cassetto degli asciugamani: lamette.
Detergente, cotton fioc; più di mia
moglie che sposta le cose senza dirmelo,
mi dà noia solo avere le scarpe strette.
La casa in cima al mondo
sempre ho davanti agli occhi,
la tua casa in cima al bricco,
sopra il paese,
nella vetta,
dove c’è il centro storico,
con la vecchia chiesa,
il castello medioevale,
e il selciato di ciottoli,
tutto lastricato;
lassù ci sei tu,
nella casa piccola,
che tanto ti somiglia,
con vecchie bici abbandonate,
antiche sedie un po’ sdrollate,
dei giocattoli abbandonati,
sacchetti e roba varia;
questa e la tua casa,
dove vengo volentieri;
con la sala cucina,
la stufetta a bombola,
la tua credenzina,
i peluche,
la tavola con sopra roba,e dolci,
piccolo mondo,
il tuo mondo,
che riflette quello che sei;
due cuori e una capanna,
e ci salgo volentieri,
anche se fa freddo,
per stare con te,
per parlarti,
vederti;
e quando me ne vado,
ti perdo un po’,
e mi sento triste,
e non vedo l’ora di rivederti,
di tornare.







