Di spazio è la tua voce
e del quanto non ho misura
è il taglio ripido di una stagione
di varco o la notte che scivola
dalle terrazze. Ci attraversa di luna
anche un arido strato
da limare col fiato non detto
- ma tutto annuito nuovo in un verso
che dà le spalle al mondo
e toglie peso al mio peso. Io che leggo:
altro non so fare.Ora giace muto, livido, rappreso.
Erbacce nuove -incolpevoli-
hanno distrutto -dei tuoi passi-
il disegno nel giardino.
Nuove foglie danzano sui rami
mentre ascoltano rapite il vento
ad istruire per morire.
Tutto appare e fugge via!
E tu cuore, forse già immemore
di stagioni e poesie;
non potrai seguire quella brezza
per scoprire se c'è un luogo
dove rinascono le rose
tra le chiome dei guerrieri.
trine di spuma tinte d'arcobaleno
salgono a cercare il cielo.
Piovono negli anfratti
gocce irridescenti,
chiara è la grotta
di luce azzurrina.
Ancora l'onda si scaglia
a stremare la pietra che,
piange di rughe vetuste.
Mari lontani, conobbe l'onda,
da loro naque
e quivi muore.
“Colui che più possiede, è colui che più ha paura di perdere.”
(Leonardo Da Vinci)
In realtà, si sa,
nessuno è nel giusto-
in questa casa di legno,
dove il Natale è una luce fioca
che permea ogni cosa di blu.
Neppure i colori si lasciano
distinguere nella nebbia
della povertà.
Ed è qui
(vedo)
che
la
vita
si scompone
in pigmenti versatili,
così eterei da causare
un fremito al cuore.
Così liberi
dai
confini
del loro
contorno
da mutare
la mia pietà
in una forma
di invidia.
Come in un film
laddove so di non trovarla quasi più,
nei buchi tetri di solitudini taciute
o intorno ai tavoli dei bar deserti.
L’assenza di voci, non dico di sospiri,
insiste lungo le strade ingarbugliate
e plumbei i volti son ora diventati
nell’euforia della dura rassegnazione.
Qualcuno mi dica dov’è che son finiti
gli allegri caroselli di tante umili genti,
gli innocenti svolazzi d’ammiccanti gonne,
il blu immacolato dei vecchi jeans.
Metalli, argenti, bronzi e ori finti
si sono sostituiti ai riflessi della vita
e splende il luccichio d’indegna vanità
mentre la terra geme, insieme a me.
Ridatemi il prezzo che ho pagato
per l’illusione di abitare in pace
un campo che confortevole credevo
e che invece, inesorabile, mi esclude.
Cerco poesia in questo tempo strano...
Mi capita di travestirmi da me stesso
e bagnare la gola in qualche localino
sui Navigli, o di sedere al tavolo
di un imprecisato ristorante in Brera.
Coppie che ne scrutano altre, anch’esse
taciturne, il cui unico dio rimasto vivo
gode del dito ancorato alla tastiera.
E’ comprensibile che tra Adamo ed Eva
la conversazione fosse difficile in quanto
non avevano nessuno di cui sparlare…
Presto saturo, insieme al paltò mi eclisso
nelle viette e in quel particolare crocevia
mi dico che non parlerò più d’amore e pace.
Un uomo ci ha provato e lo hanno crocifisso.
Il televisore di un bistrot mostra la notizia
che nessuno avrebbe voluto leggere, che
dopo ore di agonia Antonio non ce l’ha fatta.
I medici l’avevano subito definito inoperabile.
Nel mercatino di Natale a Strasburgo l’unico
dio rimasto vivo è il fondamentalismo: la fede
è una scala appoggiata a una parete invisibile.
Penso che l’uomo mite porge sempre l’altra
guancia, ma anche i tolleranti di guance ne
hanno solo due… e che il danaro è deiezione
del demonio, ma un’ambita controfferta.
La Bibbia divulga che all’inizio il mondo era
rovinato nel caos, e come si vede le cose non
sono molto variate… l’unico dio rimasto
vivo è il senzatetto che mi offre la sua coperta.
per questa voce
in questi occhi
che non hanno respiri
Affinché sia Madre del giorno
l'Aurora che svela il tuo viso
nell'eredita`di un vento
che rapisce quest'onda
per essere luce e non figlio
di quest'unico tempo
che osa
per sempre
amare il suo giglio !
S'agita tra fianchi e gonadi cet hiver
come magie all'ultimo piano di grattacielo
come all'ultimo cielo, all'ultimo vuoto.
All'ultimo dell'anno, quello solare
con redini a terra e cicche azzurre
light -una cosa alta, il fumo-
Scuote l'autrice il capo a ricercare un Nord.
Fari e calamite
Calamite e menù,
bianchi sorrisi e sedie di paglia.
Il mezzodì scampanella nell'aria.
Il frantoio gira sulla bianca pietra.
Un souvenir d'amore le tue labbra,
sul bastione s'aprono spiagge
e il faro al largo
aspetta la notte degli amanti.
Trascinarsi dietro vanità, ogni tanto fermarsi
in questo quel posto commettere qualcosa
Sembra la soluzione.
Non assolto
procedo ad ascoltare e mi stupisco di uno spillo:
cori antichi impaccati sulla stessa punta
-ultramoderna-
I poeti in un cristallo
raccontano di nuclei sporchi
ciascuno che respinge l’altro
senza fratellanza, tutti uguali, moribondi
un’offesa alle leggi di natura
Eppure avrei giurato in un pugno di elettroni
alzato contro Luna e Soli
sembra invece la storia del piombo
che cerca il fondo nel suo universo
(* Elemento transuranico con numero atomico 118)
Sai
mi bastano di te
quattro parole
a scatenare l’impeto
e scongelare il sangue
che fermo mi uccideva
Quell’Infinito perso
che ora è rosa a maggio
di colpo si rinnova
- La piena viene giù
ed è un epilogo di labbra
sui margini irrisolti -
L’incavo perfetto è terra di mezzo
quando il cielo si riflette in mare
come il mio corpo planato su di te

Scrissi nelle pieghe del tempo.
Scrissi di te, di noi,
del nostro grande amore.
Sfidò le ire dei padri,
i padri si spensero
poi ti spegnesti tu,
il tempo continuò indisturbato la sua corsa
in un mondo insanguinato e capovolto
dall'intolleranza e dal peccato.
Rimasi sola
a osservare lo sfacelo dei valori
Con me rimase solo il tempo
del pianto e dei ricordi.
Un attimo …dal perdersi
…le mani tue, le mie…bocca contro bocca
le spalle tue, nude, contro la mia porta
lo sai che non mi basta, mai, la tua pelle
le tue curve, le tue gambe.. devo rivederle…
ma quanto tempo dura…un solo bacio
parla l’amore sulle labbra, il cuore sfocia
e mentre il mondo ci lascia, finalmente da soli
si richiamano i nostri sguardi…ci sentiamo… vivi
…amore ti prego…ora non fermarti
è sempre poco il tempo, dovrò salutarti
ma continua e poi continua, il nostro volersi
ci si ama di più…quando si è così..
ad un attimo dal…perdersi…











