Ore piccole,
mattino presto,
silenzio nel cortile,
quasi le sette,
un vicino tossisce,
nuvole ottenebrate
dai resti della notte,
ancora scuro,
vetri appannati,
non si vede nulla,
guardi la sveglia,
un freddo cane,
accendere la stufa,
un lampione ancora acceso,
quiete,
albeggio,
rumore di water ,
scroscio d’acqua;
si dorme ancora,
dalla strada
non passa nessuno,
macchine gelate,
la luce si fa largo
con flemma studiata,
e fuga la tenebra;
giorno
lentamente,
lentamente.
Dentro, i calici si toccano.
Celate dal nevischio,
due anime si sfiorano
sotto un ramo di vischio.
Principi di Galles danzano
con corpi discinti in organza,
occhi velati dallo champagne
si muovono in un’alternanza
di costati sinuosi e natiche di grisaglia.
Quel cuore che traluce sotto il vischio
dallo chiffon ora bacia l’anima in
blazer, mentre la neve si fa piovischio.
nell'utilità
che rinnega il risveglio
dalle sponde cerchiate
un nuovo culto
si sgretola
nel calvario del perfetto
Sanguina il seguace
nei decori
di maschere incoerenti
tra il fine e il divenire
resta l'ombra di un passante
che di viscere trainate
non si sveste all'obbedienza !
Di ninfa l'ardita essenza si fece in me mordace
Specchi a petali fecero trama
nel piatto germogliare di colore e rima
-ch'io non veda terra
coi piedi e colla testa-
Come velieri i sogni si vestono in colore
e all'acque lo stagnare
assume suono e voce
Di chi t'ascolta -e tacque- farò di me ferita
D'acqua di tutti i mari
che hai mosso
Come onda svogliata
Accarezza la roccia
Prende svolte la luce
Che sull'acqua disegna
Fugaci traiettorie
E soffia tramontana
Sulle banchine
E tremule son barche
Nei mischiati colori
Delle chiglie.
Anatre dormono sull'antica darsena
Sonnecchiano vite
Tra zuccheri filati e caramelle di mandorle
Vado nel passo voltando
Sguardi
Lasciando orizzonti
Morire negli occhi
E stringo forte le pieghe
Del cuore nella sciarpa
E sorrido alla toppe dei miei pantaloni
E sono io poeta di me stesso
Che poeta non sono
Se non nel meraviglioso dolore
Che dentro di me
Vive
In un istante
In un tramonto che sul mare
Appare sinuosamente distante
nulla di più e nulla di diverso
di quanto giorno dopo giorno
io già non chieda a quel futuro
che da canguro vuole travestirsi
per fare un salto troppo lungo
mentre all'indietro scalcia
per diluirsi in questo mio presente.
Se al tocco della mezzanotte
lassù nel cielo ci sarà la luna,
io la vedrò uguale a sempre,
amata complice e discreta spia
di un notturno, culla ed abbandono.
Eventuali stelle in bella mostra
saranno ancora assai distanti,
teste di spilli in controluce.
Se scenderà fittissima la pioggia,
di certo pioggia d’oro non sarà.
Solo la neve qui potrebbe dare
la bianca quiete alla baldoria.
Il mare sempre e comunque c’è
e pur lontano è a me vicino
come l’amor che sento dentro
appena lei mi pensa un po’.
Di là, sul freddo marciapiede,
un randagio troverà randagi,
bastardi a fargli compagnia
tra vecchie luci e nuove ombre
dove non trova un padrone amico.
Al tocco della mezzanotte
berrò un quarto d’abituale rosso
che sottobraccio poi mi prenderà
fino ad aprire il sipario sonno
nell'attesa d’un nuovo dì clemente.
Qualcuno mi disse che siamo libri
ognuno di noi ha una storia da raccontare.
Amo le librerie dove il profumo dell'inchiostro aleggia e mi porta al luogo d'origine della bella storia che andrò a gustare.
Bella perché ogni libro che mi ha attirato aveva qualcosa di speciale da dirmi.
Ogni volta è un regalo, quelle lettere sparse che mi invitano a continuare sul mio percorso.
Ma sono un libro anch'io!
Allora cosa aspetti?
Non lasciarmi tra la polvere del tempo
accoglimi tra le tue mani, sfogliami con cura senza lasciare nessuna piega
conserva la cura e l'attenzione che si dedica a una cosa rara e preziosa.
Sono qui e aspetto solo di essere vista da te
ti racconterò del nostro passato
ti narrerò la nostra storia
ti saprò deliziare con novelle erotiche.
Ma se mi lasci in quel polveroso scaffale tutto questo non lo saprai mai
Quando poso il mio sguardo su di te,
io ti guardo, tu mi guardi,
coi tuoi occhi vivi,
occhi grandi,
che scrutano tutto,
attenti e vivi,
sprizzanti di vita,
di forza positiva,
che dicono tanto di te,
della tua voglia
di vivere,
di esserci,
di fare,
andare;
occhi grandi come sorgenti di vita,
un po’ tristi,
con delle leggere occhiaie;
hai un bel faccione radioso,
e mi piaci di più,
e ti penso sempre un po’
i tuoi occhi,
il tuo viso umano.
Esco indenne dalla morte
ogni volta che mi attraversa le vene
con il suo liquido veleno.
Le rispondo con la fiamma
che mi abita.
Con i nervi tesi come armi.
Come un guerriero
pronto all'urlo e al sangue.
Se vuole avermi
deve prendermi viva.

Se tu venissi alla collina
dei tipi pensosi
Seduta sui miei righi
ancora te ne stai.
Come le scarpe,
cucite da abili calzolai,
del prof di greco
a tutt’oggi mi calzeresti
comodamente.
Insieme ai tuoi occhi celesti
in punta di pennello
partisti lasciandomi come
un vuoto, quel vuoto che
Van Gogh ha nel cognome.
Come un aedo giunto alla
sua ultima festa
rimasi dietro il banco
con calata la testa.












