verso la congiunzione del nostro chiaroscuro
dove la tua ombra seguirà il mio profumo
ed il vino dei tuoi pensieri inebrierà la mia mente
il fremito delle tue dita
farà risuonare il mio liuto interiore
lo stupore della mia edera
salirà il tronco del tuo sogno
la mia mano sulla tua spalla
come conchiglia sullo scoglio
i miei capelli sul tuo petto
come alghe di fiume nell'ansa delle tue carezze
E dunque saremo
frumento e papavero
per fare un solo pane
che trascina
come nebbia nella sera
e la brina mattutina.
Siamo il resto
la scommessa,
quella goccia nel lavello
e il fornello
che non prende.
Siamo voglia nella notte.
Ritrovarci è sempre un sogno
il passato è il presente
e il coraggio che ci guida.
Siamo luce nel futuro
la certezza che ci porta
dalla fine
a un'altra volta.
il destin la volle,
a ricordar

un secondo dopo l’altro,
cogliere il tutto,
nell’attimo presente,
il bello il buono,
e ciò che non lo è,
senza nulla tralasciare.
Vivere è così,
ora dopo ora,
il tramonto di un giorno normale,
la forza del vento,
il calore del sole,
i giorni, le settimane,
le lune e le stagioni,
che passano tra gli anni.
Vivere è così,
tra i giardini fioriti
di lustri e di decenni,
cambiano gli eventi
la storia e le canzoni,
e le guerre e l’amore,
si tendono le mani.
Vivere è così,
mentre il ciclo della vita,
eternamente ruota.
e toglierò il fastidio.>
Vedersi tutti intorno
mia madre ne soffriva.
Lei se lo sentiva,
infatti dopo poco
contrita, dipartiva.
Ed io non c’ero,
non c’ero io
quando l’Angelo di Dio
ti tese la sua mano
per elevarti al piano
oltre il firmamento.
Più tardi, m’arrivai.
Il farti compagnia
fu eco e antologia
di tutti i miei perché.
Eri severa in volto
come nell’ore estreme,
io un po’ stravolto
di quel stare insieme,
e ne approfittai:
non piansi, ma parlai.
Muto ed in catene
ti dissi all’infinito:
ti ho voluto bene.
Ciò che vedo, mi addolora tanto
Tu non puoi immaginare quanto
E ciò che mi fa male veramente
È che tutto accade normalmente.
Se ci facciamo l’esame di coscienza
Senza neppure ricorrere alla scienza,
Capiamo che l’ignavia è un peccato
Ed è ormai ora di prenderne atto,
Mentre rinchiusi nel nostro guscio,
Ci limitiamo a guardare dall’uscio.
La vera causa di tanti cani sciolti
Sta nel numero di genitori stolti
Che non hanno tempo per amarli
E a occhi chiusi sogliono lasciarli
In balia di se stessi e della strada,
A riempire di reietti ogni contrada.
Se ognuno di noi fa la sua parte,
Possono cambiare in tavola le carte,
Ogni piccolo fin dalla tenera età
Merita amore, rispetto e dignità.
come quella pianticella
che è cresciuta vicino
a rovi di spine
che soffocano
togliendomi
il calore che tanto ho bisogno.
Sentirsi utili,
indispensabili
è il mio più grande desiderio.
La mia famiglia
non mi apprezza.
Non mi conosce,
non sa quanto
posso dare.
E come dalle spine devo difendermi,
fuggire,
nascondermi,
dai quei loro giudizi avversi
e accusatori.
Non c’è verità in loro.
Odio,
indifferenza.
E’ quello che ricevo!
L’unico che mi da dignità
con affetto
copiosamente
e gratuitamente
è Dio.
Il vero ed eterno Amico mio.
Mi asciuga le lacrime.
Mi fa sentire unica.
Mi fa dimenticare ogni mestizia.
Come solo Lui sa fare!
Incollando ogni pezzo del mio cuore infranto.
Uguali non ha.

Dassai sa terra
Lasciai questa terra
e le ombre
non fanno più rumore
si apre una crepa nel giorno
un appiglio discreto
tra edera, dubbi
fissati dal tempo
mi ci infilo, talvolta
ad annusare la notte
seguirne il profilo
di camini, silenzi
e un gatto
che pena d'amore
fino a coglierne
il battito
e sentirmi sfumare
profumo di quiete
è il mio spirito,
svuotato,
è il mio animo.
Cerco in uno spazio vuoto,
la poesia che parla di te:
trovo solo inchiostro,
inciso su carta.
Assenza dei sensi,
inutilità di riflessi,
torpore mistico,
oscurità divina.
Le tue pupille,
intonano il mio requiem,
le campane senza timpano,
suonano festose a nozze,
mentre inneggio all'altrare,
sospingo l'involucro di carne,
attraverso l'indifferenza,
verso il grande blu.
forte,
in Onnipotente
IDEA

ma tornino diversi da prima.
Per questo me ne restai candido
e non mi alzai quella mattina.
Per la prima volta in vent'anni
il gallo non prese una nota.
Sentivo il vento infierire sui panni
come asciugando per forza una gota.
I morti tornano ma deludendo:
non sono più arrabbiati con noi;
speravo che l'acqua vincesse l'incendio
ma si spegne da solo col senno di poi.
Per questo quel mattino non mi alzai.
Restai a immaginare il silente ingorgo.
Ancora oggi non me ne accorgo
e forse non me ne accorgerò mai.










