ha fatto a meno del vostro coraggio..
(La canzone del maggio. Faber)
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Dall’inizio di aprile qualcosa aveva cominciato a muoversi
Approfittando degli alberi di Giuda
disposti a perdere il candore sotto i cingoli delle ruspe.
Approfittare del bianco non è facile e non è gradevole
Discutere sull’opportunità di ricucire la coscienza
proprio ora che il mandorlo ricomincia a sedurre
Era piuttosto la tenebra del muro a venir fuori dai gechi
se ne intravvedeva l’ irruenza nel narciso
e nel mare sotteso alla noia
Inane possibilità, Everest senza fine,
Non ho di te nostalgia, nemmeno un poco la matematica
ha compreso il gioco d’universo nelle tue ortiche
e tradotto il salto di cavalletta in derivate contro il tempo
Oh i grilli al secondo che ora scendono a ricomporre le piazze
Chi ha detto che la battaglia non è persa venga a vedere il sacrificio di ali
Nelle banche
La città rumina vendette senza arrivare all’acme del palazzo d’inverno
Abbandonati i fucili si percuotono tamburi ed i tram
raccolgono ciascuno un miliardo di sogni
forse nel prato bruceranno una rondine
Ce la faremo a ribellarci all'Inquisizione dei corvi?
Corvi, solo corvi e purezza nei becchi
Ai passeri il ventre aperto alle discussioni blablabla
Proletarizzarsi d’altronde è stata una sciagura
Un parametro di cui liberarsi nel chiassoso tramonto
Ci vuole un sentiero Ho Chi Min e qualcuno che veda oltre le foreste dei mercati aperti il lunedì
avrò per sempre il ricordo dell’ irrazionale, nella carne le schegge della mina su cui saltai
piccolo Vietcong alle prese con una raccomandata di protesta ad un giornale
qualcuno che legga l’ingiustizia che gli è fatta e lo trasformi in uno scoop
Il mio è un continuo di spesucce tra scaffali e minestre ai cereali
un intrecciare sillogismi tra ghirlande e 730 da completare
poi, ci pensa un click, un solo click che penetra la trascendenza
degli uteri finanziari, gli stessi che ordinano a maggio: sparisci per sempre!
e già scalpitava il cavallo, la torre
in osservazione dei futuri destini
finse l’alfiere la mossa ad effetto
ma non era la sua giornata
il cielo coinvolto in una rissa
e i passanti a battere le mani
poi fu la Donna a risolvere tutto
lasciando il suo Re per andare
in cerca dell’altro. Era l’ultima contesa
l’offesa dello scacco ora era intesa
di diamante, nel gioco dell’altare
due anelli a sigillare il frutto
dell’amore. Tu dici – e il domani?-
E’ nella luce che puoi vedere riflessa
in un bottone d’oro, aggiornata
all’ultima versione del copriletto
d’organza. Poi tuoni e fulmini
come se piovesse a dirotto, le guerre
le paci, le braci del cuore, la mia penna.

Forse, un gufo cantore
Sorto da quest'oscuro
Con il suo cantare
Ripido, così lieto
Ad un cuore scarlatto
Per stiletto imperiale
Dell'amore errabondo
Ferito, sul crinale
Tra rivi maestosi
Dalla ninfa lasciato
A stupirmi, tranquillo
prona all'asfalto ruvido che bolle?
Di chi è la terra lenta sotto i templi
che è cardine a pilastri e fondamenta?
Di chi è la terra offesa che raccoglie
in grembo seme e sangue di tue rese?
Di chi è la terra, verso che si scioglie
mossa al tuo passo perso sulla neve?
Di chi è la terra, seno di vagito
denso di latte e madido al tuo freno?
Di chi è la terra uomo d'Occidente,
la terra che sorride alla tua fronte?
È solo madre tua figlio obbediente
o è vera madre aperta ad ogni gente?
Il sangue tuo accolse alla dimora
quando più lacrime mano non pianse.
Ed ora che altro sangue grida sete
rivendichi esclusiva al tuo recinto.
Ora che mano acerba graffia pane
sbuffi furore da gengive vuote.
Ora che ventri gravitano luce
spegni il cervello a danze di ragione.
Perché sarebbe tua la terra idiota
chi te l'ha data, chi t'ha fatto ardere?
Chi è stato che t'ha reso così certo
d'avere il petto gonfio da padrone?
Chi t'ha riempito il collo d'ira infame
chi ha chiesto di rivendicare piaghe?
La terra è delle braccia che la scavano.
La terra è delle fronti che la sudano.
La terra è delle grida che la scaldano.
La terra è di chi vi ha perduto sangue.
La terra è di chi l'ha raggiunta in mare.
La terra è delle genti che la amano.
La terra non è merce che si serra
dentro lo scrigno della propria pace.
La pace non respira senza luce
e il mare muore se spumeggia sangue.
A mezzanotte il tocco non si alza più
bianche nei visi
stanchi stanchi
lungo la corsia.
Qualcuno
giù asciuga con un panno
i cuscini dove grigi son caduti gli angeli del salice.
La menta elettrica mi ricorda magie; un flauto di bosso
con le due sopracciglia angolute
portava tinto d'oro il vassoio
sulla punta delle dita.
Vedo passà ‘no strano animaletto,
‘na specie de simpatico vermetto
che annava camminanno verso er covo,
un bucio lì vicino dentro a ‘n rovo;
come ‘na fisarmonica a soffietto
sur dietro se rizzava poi de getto
mannava innanzi er capo e … via de novo.
Sta natura! A guardalla è sempre festa:
si con carma l’osservi quer che vedi
è ‘na saggezza che ner core resta,
come quella creatura - chette credi! -
che prima d’annà avanti co la testa
voleva stà sicura su li piedi.
dove l'acqua serpeggia seducendo pietre e alpeggi
Le felci ancora sanno celare dei segreti
e il pino mugo dona incalzante il suo sapore
Nitidi e ancestrali passi fanno presa
nel sentire lembi d'ataviche giornate
Sorseggio il retrogusto in catrame di quel vino
che tanto inebriava il mio calice ed il volto
falcando -in orizzonte- brumosi prati incolti
Forse,
perché le lacrime hanno infranto i sogni,
forse,
per le parole dimenticate o mai dette.
Sarai il più bello tra i ricordi,
lontano da ogni sguardo
lontano da ogni abbraccio
e i miei occhi senza più pianto
ti penseranno
lontano tra i miei più bei ricordi.
La brezza
accarezza i colori del vespro
riflettente il chiarore solare
diffuso in un cielo d’ampio raggio
rimandante luce
in spirali di flessuose chimere
inscenando splendide immagini
di un mondo colorato da inchiostri fioriti.
D’ambra e miele s’effonde il pomeriggio
di voli e d’ali gioiose
viene invasa la volta del cielo
rimandando gridi e cinguettii
mentre anime scorrono in controluce
transitando per le vie di sole e d’ombra
che si riflette sui volti e sui muri
d’antiche pietre
levigate dal corso del tempo.
L’aura gialla
del tardo meriggio
s’esalta nel giubilo dell’allegro rumore
e del parlottio della vita che scorre.
Tempra il tuo spirito
brillio
d'acciaio sulla forgia
sotto il canto dell'usignolo
s'avvale di tormenti
nell'acuta nebbia
scompare come sogno
tra ragnatele e dissonanze
pervade l'anima
semplici le gesta
concludono il viaggio
orbace trama della vita.
come non hanno scarpe, i piedi senza passi,
seppur tu stia lì, fermo a guardare.
Si sono spente le candele consumandosi,
i ricordi portano al passato,
sfumato, sbiadito, ma sempre presente.
S’accorciano le giornate, con il finire dell’estate,
cambiano i colori, con le stagioni,
eppure ci son uomini che restano soli.
Musica senza canto, il vento la porta lontano,
musici l’ascoltano, per poi riproporla un domani,
tra le vie, da veri gitani.
Scorre la vita come l’acqua di un fiume,
bagnata dalla pioggia
ma, se guardi in ogni goccia, ci puoi vedere il mare.
Con un respiro alitato elevi il cuore,
il sangue a volte duole e, con le menzogne,
l’amore muore.
L'odore di morte
c'è poca poesia
fragile e' la libertà
Vaga per le strade
sul giorno che lento
Dilaga e diventa
bella la vita
Dissi:che bella!
Canto alla vita ,
per chi il suo frutto ha donato …
il bacio sulle labbra d’un sorriso.
La canto al Cristo in croce
lui che ci accoglie tra il suo gregge
sereni ,la sua luce
vive negli occhi dell’infinito.
Oh vita!
Sapore amaro sei dolce quando piove,
sei , recipiente di ricordi e gioie;
passione, di dolcezza e malinconia.
Canto al mondo la solitudine degli echi!
Non odono la bellezza della genesi
l’abbraccio di un’amata;
lei non sa che solo con la forza dell'anima
può germogliare tra le foglie .
Canto alla vita e respiro!
A un corpo baciato dall’amore ,
alla tempesta con tutta la sua furia ;
la mia seduzione il tuo amore afferra.
morto e sepolto
avvolto in questa viscida tela
e appeso al vento
affinché lo asciughi.
Un vento cosi freddo
da far battere i denti,
questo corpo insepolto
esposto
manifesto esplicito
di un infelice
morte.
Pestato,usato ,e infine abbandonato.
Sfortunato , mal riuscito,
appeso al vento, culla e carezza,
di un bozzolo
andato a male.
I vermi a far banchetto di queste carni
gustano a gran ganasce ,
persino i resti del tuo sentire.
Lauto pasto sono i tuoi tanti cuori
mangiati uno ad uno
e poi sputati ,
masticati senza troppi pensieri,
convinti quei denti di non farti male.
Povero, disgraziato corpo incompreso ,
spiegato come vela alle intemperie
pesante come piombo per cedevoli mani.
Caduto senza rinascita ,felice del buio che ti avvolge piano.










