A volte pensi d’essere felice,
ma trovi sempre sulla tua strada qualcuno che te la ruba.
A volte pensi d’essere amato,
invece spesso quell’amore ti uccide con del dolore.
A volte pensi che la vita si il dono più prezioso che ti è stato donato,
ma trovi sempre qualcuno che te la distrugge.
A volte credi d’esser importante per qualcuno,
ma poi t’accorgi che lo sei solo fin quando hanno bisogno di te.
A volte t’accorgi che la vita passa così in fretta
e si porta via con se tutto quello che d’importante credi d’avere.


Ad ogni virata ci accompagna il vento
dirigendoci nel tempo
col suono della sua voce
dolce e imperiosa
avviandoci nell’enigma della vita
che si va srotolando
tra valli assolate o colme di nebbia
nello svelare il suo dogma
di difficile interpretazione.
Noi esseri, ci limitiamo a seguire
le stagioni dei raccolti
nei frutteti fantastici della vita
monitorando gli elementi della natura
ed i loro riflessi
e di essi dovremmo farne tesoro.
Si cerca sempre un punto fermo
a cui ancorarsi ma anche il rifulgere di eventi
come fanno i marinai
quando dopo tanto navigare
tirano i remi in barca
divenendo stanziali fautori
di storie fantastiche d’antiche terre
di segreto frastuono.
E poi tornare a parlarci, scandirci insieme
dirci che siamo, ti amo in una nota di leggerezza
tra il cuore piegato dai silenzi. Il richiamo
del respiro nei venti di brezza, l’assenza
finita nell’abbraccio, lo stralcio delle curve
in discesa, dopo l’ascesa alla vetta più alta
del continente perduto. Vedi come risalta
l’ombreggiatura degli occhi, le turbe
della mente in soffitta, ora la presenza
del sorriso cambia tutto. Guarda, vediamo
vediamoci da un’altra parte, hai una carezza
da offrirmi? Mi è mancata, al di là del fiume.
Fantasmi d'amore
arrivano
prendendoti soffi di vita
ti chiudono in cerchio
e danzano con echi di risa
affondano dita nel cuore
lo bucano insensibili
se recano dolore.
spingono con spallate pesanti
sull'anima inerme
sorridono beffardi al tuo viso incolore
nessuno di loro ricorda il tuo nome.
crepita il fuoco di un falò
resti sola tra le loro parole sguaiate
che nel solo pronunziò lasciano impronte
chiudi gli occhi falli svanire
lasciali partire per quel viaggio senza ritorno
che per te sarà solo pace.
Dietro la caviglia si appoggia e preme
- Stiamo imparando ancora
a camminare come due ciechi che tenendosi per mano
stanno a pensare che la luna può essere anche spietata e crudele
ti lascio andare e mi lascio andare
di notte, quando sono abitata da un urlo...
quando sono incapace d'amare
quando il mare è solamente mare
e il sole solamente un fuoco inerte senza speranze
stiamo sotto lo stesso cielo
pieni fino alla lingua di ricordi inattesi
intorno a me, intorno a te
davanti a quel vetro che ci specchia
tu sorridi
e io graffio il telo che copre il mio sguardo
stiamo ancora
davanti allo stesso muro, muto
e tra poco
quasi sicura
che sono viva
mentre cucino
pulisco l'aurora
domani
in silenzio
dietro di tante cicatrici
aspirerò dolcemente
riempiendo i miei polmoni
e uscirà di me un grido di neonato
e come una balestra
arriverà
freccia o coltello
a un corpo in una casa donde non esiste casa, ancora.
Inciampai sul ciottolo al passato
finendo in abito ad un'angusta via
che mi dettava quale fosse il firmamento
per tingersi la cute di finestre
Il luccicare atavico d'un vicolo
pareva tinteggiarmi un'orizzonte
ma verticale io ed i miei calli
finimmo a regalare gli occhi a un dio
Qual fosse non so ma mi agganciai
all'unica catena di un sorriso
ma Eolo mi sorprese e in corpo al cielo
di vento diventò il labbro a falce
volgendo i miei occhi ad altri occhi
Si riapro gli occhi
non ho temuto l'ira di Dio
e questo mare è uno scrigno rosso

questo cuore abbandonato
tra le pieghe della carne,
battito nel caldo fiume del sangue
che sospinge l'emozione nel petto
e poi la fa salire in gola
poi più su fino a farsi lacrima
nel mare inquieto degli occhi
Non saprò mai se è poesia
la mano che dolce trema
indugiando sul foglio vergine
per macchiarlo di vita
potrò forse crederlo, sperarlo
soprattutto nei giorni saturi
di odio, disperazione,
per poter essere ancora sentimento
sciolto nelle sillabe da scandire,
nella verità di piccole parole,
mentre fuori il mondo assassina
la grazia e la bellezza
senza un filo di pietà
a dormire sulle spine
e nutrirmi di larve e ortiche
bevendo la bava delle lumache.
Sono tornato con tutta la zavorra
del mio ieri
con il passo stanco di un illuso
quando ho baciato Dio
fino ad essere colluso
con la pioggia e le maree
di giorni senza buio e senza notte.
Non ricordo bene
in quale mare, sogno o cielo
ero finito
ma ricordo le primavere
i fiori nei miei occhi
e le costiere
dove il sole perfora le pupille.
Sono tornato
qui nel mio deserto
nelle alcove dove tracima un fiume secco
qui dove ho alzato un grattacielo
di sciocche poesie e labbra aperte
come fosse siero
per far pace con la morte.
Sono tornato a riappropriarmi del mio nulla
di un credo che non parla la mia lingua
e qui ormai rimango come uno straniero
senza cuore, sangue e anima
uomo finto con viso d'argilla.
si perdono nel mare del silenzio
eco di montagna
su moti perpetui
vagheggiano gli animi
primeggia una voce
rintocco di campana
copre i rumori.
vestali danzano intorno al fuoco
mute
inneggiano alla vita
che si apre
con il solstizio dell'estate.
s'alza il vento
e confonde l'esistenza.











