che non lascia fuggire
dissonante invito
il tuo...
di rondini e versi
nel tempo mercante
che disperde respiri
di sacerdotesse
dalle rose recise
Beatificato
il confine di Maggio
altare
di voci e visioni
se
nel bianco assopito
resta un oltraggio
sentirne il destino !

Si dice che l'abito non fa il monaco,
dove regna l'omertà,
che non è tutto oro quel che luccica,
e il cieco prende una svista,
Per te che parli
dell’universo maschile
da donna acerba,
e per te che la spalleggi
sugli uomini, da
adorabile donna in erba.
Per te che stasera
non hai voglia
del solito caffè shakerato,
e per te che sentenzi che il maschio
abbia altro al posto del cervello.
E lo fai tutto d’un fiato.
Io che nel fervore di una donna riesco
comunque a vedere due occhi dolci,
ironicamente forte della mia veneranda età,
rovino tutto con te donna imputandoti
di averti dato affetto incondizionato: non
riesco a dirti amore… ma solo mezze verità.
svegliarmi e doverti lasciare andare,
non era il mondo che chiedevo.
Ti volevo il giorno,
camminare con i tuoi baci
e le guance sporche di rossetto,
ridere con te per ogni cosa,
un abbraccio al profumo di rosa.
E finalmente ci sono anche io
Il tempo di una sigaretta
Ci sono giorni di ribaltoni
altri di continui copioni
si aprono cieli stellati
e si chiudono cerchi velati
cammini deserti diffusi
e voli d'angelo appena conclusi
distrazioni di gioia plagiata
e petali di tristezza appagata,
girano sul pendolo le lancette
il pane si assaggia a sottili fette
baci si intersecano con abbracci
rituali scaramantici sciolgono i cocci
la giornata giunge al termine
dal ciel sereno cade un fulmine
le stelle luminose di spengono
e le nuvole rapidamente emergono.
Ci sono cose che con il tempo
si dimenticano,
per fortuna,
perché tra queste cose
ci sono cose
che non diresti mai
che non faresti mai.
Ma per noi, poveracci,
che coltiviamo quel vizio
non c’è modo di cancellare
tutte quelle cose
che non si dovevano dire
che non si dovevano fare.
Dai corridoi oscuri e bagnati
del tuo cuore,
dalle tue prigioni
impregnate di schiavitù,
dai tuoi occhi in ombra
la luce sempre fuggiva
perché il tuo buio non era fisico
e lei lo sapeva.
Era quel buio che nessun sole
osa penetrare
così maligno da diventare
macchia e cancro
nelle viscere dell'essere.
Così ostinato da chiudere
ogni minimo sentore di spiraglio.
Dal tuo pozzo di angoscia
la luce sempre fuggiva
richiamata verso l'alto.
Non fu il giorno a invocare pietà per te.
Fu assurdamente la notte.
Perfino lei sapeva
di dover concedere una tregua,
di dover aprire un pallido varco all'alba.
Alla tua alba.
Ho come l’impressione che forse
mi guardi; non mi guardi… guardi
le scarpe sabbia, immacolate di un’amica
che esibisce gambe da spot delle calze.
Ho l’impressione che a volte
mi guardi; ma non mi guardi… guardi
il tailleur prugna, sgualcito di una donna
che brontola dentro la sua gonna a balze.
Ho solo l’impressione che adesso
mi guardi: se mi guardi, guarda
quanto bisogna avere coraggio per
fare i poeti; e avere speranze…
E’ solo un’impressione, ma… stai
sempre accanto ai genitori perché
quando non ci sono più, questa vita
ha davvero incomprensibili distanze.
Il cielo continua a crescere
in progressive lunghezze d’onda
in smisurate stelle di parole urlanti
si spezza
per lasciare spazio
al fratello oceano
che sia in quiete che in tempesta
fa vibrare i sensi
oscillanti sicuri tra le braccia del tempo.

Amami e con infinita dolcezza
entra nel mio cuore,
dammi tutto il calore
che mi culla e mi lega a te.
Tienimi così
in questa dolce melodia,
i cuori battono
nel preludio dell'amore che mi darai.
Vivrò tutta la passione
che mi toccherà anima e cuore,
uniti e desiderosi
di vivere solo il nostro incanto
e il nostro amore.
che anche quel dì freddo la mattina
il caffè preparò per la sua Lina.
Il rito durava dal dì che la sposava.
seguitato con costante affetto.
Ormai non si destava che alle nove.
“Resta a letto che stamani piove”
e non aprì finestre, ma accese il fuoco.
Ne era innamorato come un fidanzato.
La chiamò di nuovo, ma non gli rispose;
pensò dormisse ancora ma non era l’ora.
Dolce l’accarezzò, la mosse, le sussurrò,
ma lei non lo sentì.
Non pianse, si vestì.
Riesumò il vestito delle nozze
triste e senza forze le si stese affianco
le cercò la mano e la trattenne stanco.
Nessuno volle intorno, ma restare solo.
Vide in volo la morte fino a sera,
quando muta giunse quella vera.
Alle ventuno in punto così come alle nove
s’apprestò per sempre a strade nuove.
Alle parole pesanti, alle ansie
cadute sui fogli, nei giorni
non darò seguito: lascerò ad altri
ricordare le paure, i ritorni
dei superstiti consci del miracolo.
Anche se in stati spesso precari.
Molti di loro privati dal maremoto
dei propri cari, gli aiuti umanitari
confusi o bloccati, lunghe liste di
dispersi... troppa gente disciolta
in lacrime; gli sforzi della Protezione
Civile, gli sfollati, i centri di raccolta.
Lascerò ad altri scrivere della
solidarietà, davanti al telegiornale.
A quei volti già troppo segnati, spenti
da sciacalli, violenza sessuale,
commercio di vite umane e tratta
di bambini… se smetto di bere
quel buco che c’è in mezzo al salotto
e che troppi fingono di non vedere
temo possa scomparire in valigie
frettolose; temo se ne andrà.
Rifiuto la tintarella tra i cadaveri, il rischio
epidemie; quel buco prima o poi mi inghiottirà.
Perché la notte
arriva come un ebano
la prima spia che t'allontani
ombra lunga
la mano che non piego a me
sfoglio pagine e strade
dov'è una porta
che soffia vento e un poco l'oltre,
al guscio
respiro per respiro
due cotiledoni
dell'acqua e aria
e la radice, carne
di rediviva rosa
Dietro vesti d'una primavera quadra -stolta-
la mia guardia digiuna in nome di purpureo nastro
ad esser dono -Dio sa- di che cangiare
Volle allora il destino far da riva al corso
di parole restaurar poeta
allo spogliarsi di rosa in Maggio.
Cellula sana
torbidi i sensi
ma puliti giacquero in sull'addome
su ventre, Eva
sul petto, Adamo
Non fu più notte al sorgere di mala sorte
e mai fu pallido quel pensare austero
che Lui concesse agli umidi
-ulivi
zagare
fior di ciliegio
tele senza pezze-











