la prossimità
fece di me
il suo capriccio .
Languiva
d' acqua magenta
il segno ombreggiato
che mai fu deriva
poiché non ebbe forma .
Sovrano di morta luce
quest' infinito sciatto
che d'ormeggi
si allieta a rendermi veleno
cio che per altri è fato .
Ottava toscana di endecasillabi canonici sdruccioli.
Mi imbatto in un errore ch'è pretèrito
e con l'atteggiamento più serafico:
io scrissi "meri" e leggo adesso "merito"…
è stato il correttore ortografico¹,
vil correttore in ignoranza emerito!
Pur senz'alcun intento agiografico²
di carta e penna al volo son nostalgico
fidi custodi a effetto antinevralgico³.
¹: da leggersi senza sinalefe tra “correttore” ed “ortografico;
²: da leggersi senza sinalefe tra “intento” ed “agiografico”;
³: nel senso che non ci sfasciavamo la testa per capire come mai ci fosse scritto qualcosa, visto che la carta riportava sempre fedelmente quello che noi coscientemente ci scrivevamo sopra, senza sentire la necessità di correggerci astrusamente a nostra insaputa!
11/10/2025
Ottava toscana (stanza, ABABABCC, endecasillabi canonici, qui li ho fatti a maiore).
Metà fora, metà dopo ripara;
forse con discutibile efficacia
perché la cicatrice resta chiara
sul margine che dritto ben combacia
a ricordare che la vita amara
andrebbe corsa con maggior sagacia.
Ma più la nebbia avanti si dirada
più mi ritrovo perso fuori strada.
11/10/2025
Quale figlio hai partorito senza occhi?
Quale figlio senza cuore
ha partorito sua madre?
Ma l’amore di una madre è come un ventaglio,
si apre e si chiude
dopo le grandi offese.
Le madri non sanno odiare i figli,
il cuore di una madre non si sporca di fango.
Le madri non hanno memoria,
le madri si perdono
nei labirinti ritrovati dai figli
Loro, ingrati, ciechi come estranei,
non vedono gli amori non detti.
Ed io, col mio sudore infruttuoso,
dove la luce insegnata viene seppellita,
dove l’alba è come il buio,
vedo solo spigoli taglienti
che lacerano la mia angoscia.
Sonetto pensato in endecasillabi canonici a maiore, rimato in schema ABBA ABBA ABA BAB.
Il vuoto… cerco il vuoto nella mente,
un vuoto più chiassoso dell’orrore
che mi rimbomba in testa a tutte l’ore
per conclamare il mio presente assente.
Nella mia tana chiuso e discorrente
solo con Fallimento e con Dolore
che avvinghiano e accarezzano il mio cuore
restando sveglio pure a luci spente.
Pien di paura per non so qual ente
che possa entrare pieno di furore
comincia a diventare ricorrente
chiudermi a chiave in cerca di torpore
col monitor che osserva e sta silente
e la tastiera inerme confessore.
10/10/2025
Sonetto classico, endecasillabi canonici a maiore rimati in schema ABBA ABBA CDC DCD.
Adesso vuole il nobel per la pace,
sentendosi sceriffo ormai del mondo
col suo buffoneggiare anche iracondo
mentre del servilismo si compiace.
Ma sui coloni furbo intanto tace:
gli servono per farsi al mappamondo
quei resort, piano invero inverecondo
che ai miliardari forse troppo piace.
La guerra è solamente una calaza
per rendere più stabile il progetto…
immagino la premier: Hotel Plaza,
vacanza offerta al suo abbaiare inetto
laddove brulicava un giorno Gaza
ignara di morire in un progetto.
10/10/2025
Lentamente lungo il fiume
nell’attesa con la lenza
l’incertezza nel futuro
molti dubbi sul domani
vattelappesca
tutto cambia e tutto muta
muta la folla nella follia,
nel cielo vola una foglia
il caos in un batter di ciglia
vattelappesca
echi di bombe da terre lontane
fiumi di sangue nelle fontane
urla strazianti lungo le vie
certa la morte di chi sopravvive
vattelappesca
Parole d’oppio, dal suono secco di dita che tracciano solchi sulla pelle, soffio di dolore e dolcezza nel brivido di quegli occhi incrociati che cercano una mano che brancoli verso una penna, senza motivo ma con tutte le ragioni del caso, e la nausea di chi al mattino si sveglia pieno di rimorsi.
Notte fonda, insondabile, avida nel toccarne il fondo con la punta del piede per darsi l’ennesima spinta verso l’alba, per non annegare, per tirare un disperato sospiro di sollievo, e tornare a sembrare il solito, patetico orsetto da mal di testa mattutino, con l’irraccontabile tempesta notturna ormai alle spalle, scomoda.
Astemio di tranquillità e solitudine, ubriaco, rigiro il cuscino zuppo di passato, quasi potessi ritornare bambino ed ignaro che al mondo non trovo uno spazio, coi gomiti consumati a furia di farmi largo tra ciò che mi ferisce e mi schifa, mi adagio sulla luce rossa di una lampada che sa bene di cosa ho bisogno, ma che mi ricorda, sadica, che non potrò mai averlo.






