ti parlo ogni giorno
con la mente e col cuore
ma pare che tu non m’ascolti:
“sei così lontano …“
Io non sento più
la tua voce,
stanchi giorni passano
senza lasciare traccia.
Nasce nuova stella
ma solo ogni tanto
la si può vedere,
è forse invisibile
come l’essenza tua?
Sorge sulle labbra
allora una domanda:
ma dov’è ora
la tua anima?
Due quartine di personale riflessione nostalgicamente pessimista scaturite a margine di proclami televisivi di condottieri pronti alla guerra che accusano di essere perseguitati e che promettono di togliere ancor di più ai poveri per dare ai ladri.
Non politici: ladri ed assassini
son nostre scelte quando andiamo al voto.
Su quelle schede leggo dei Salvini,
La Russa e qualche altro tristo noto…
Dilaga atrocità senza quartier
tra l’ignoranza e rozza delinquenza…
non c’è più spazio per i Berlinguer
tra gente incolta nella preferenza.
19/10/2025
in crisi poetica,
d'astinenza perenne,
di solitudine cronica,
mentre una coppia,
divorziata di zanzare,
pasteggia con me,
col mio sangue,
la divisione dei
beni, comuni,
apparecchiati,
su tutto il mio corpo,
territorio di caccia,
trasformato, in un,
insalata d’aceto nel
divenire, condimento,
per lenire, fermare,
il fastidio, prurito,
infinito, in un momento,
frammento, tempo, di
un estate, bollente,
bollita, ribollita,
coi pesci, il mare,
i legumi, in una pentola,
a fuoco, oltre la cottura,
un estate, in prossimità,
dell'uscita, di scena,
tra scampoli,
di partite a carte,
e condimenti,
da crociera,
a fare le vacanze,
dove il lavoro,
è in una sala d'attesa,
ad aspettare il ritorno
della quotidianità,
comune,
non comune,
cava,
piena.
Mia mamma è morta,
coi capelli puliti,
la memoria trafugata,
l'ultimo sguardo degli
occhi su un mondo,
non capibile,
totalmente,
incomprensibile,
e poi incorporea,
è evasa dal suo
fardello di carne,
e concime, per
la malattia,
strisciante,
divoratrice,
di tutto ciò,
che è organico,
pensante,
sognante.
La luce pallida,
che filtrava,
dai cumuli nembi,
esposti, come
arte scultorea,
nel museo
che sfiora,
il vuoto,
siderale,
la vestiva,
come una
giacca leggera,
addolcendo,
le asperità,
le angolosità,
che l'aria,
fredda,
coi suoi
ricami,
di gelida
perfezione,
mista alle
vampate,
roventi, di,
tizzoni,
di lava,
evanescente,
accumula,
appesantendo,
il distacco,
dello spirito,
dalla materia.
Fino a divenire
lei stessa:
Luce, senza capelli,
puliti, senza, capigliatura.
Fino a divenire
lei stessa:
Memoria, riacquistata,
senza la metrica del
pagamento, senza,
nessuno riscatto.
Fino a divenire
lei stessa:
Lo sguardo senza,
occhi, su un mondo,
riscoperto, di carne,
viva, debole, fragile,
forte, tenace,
camminatrice,
umana……
…… Occhio,
di sole,
occhio
di nuvola……
……Un pupazzo,
di neve……
……Il bene
e la
memoria.
Sonetto standard: endecasillabi canonici, rime incrociate e poi alternate.
Vedevo stelle dentro il tuo sorriso,
due stelle verdi, fulgide, sognanti
pronte a guardare fiere sempre avanti…
poi le ho riviste stanche su quel viso
d'un peso ancora affatto condiviso,
di riflessioni serie ed importanti:
progetti lunghi franano in istanti
ed ogni sogno subito è reciso.
Mentre t'osservo dico che ci sono,
ma non m'ascolti, guardi sempre altrove…
del resto non ti porto nessun dono.
Intanto il vento s'alza e forte piove
mentre vorrei richiederti il perdono
per il mio non offrirti buone nuove.
18/10/2025
Dalle pieghe della notte
Si distende il giorno.
Eccolo, dunque, ovunque!
Smessa la veste di nuvole,
Lentamente torna a far capolino
Il tiepido sole ottobrino
Che, del suo verde, spoglia la foglia
e di velluto dorato, intera, l'adorna.
I fiori si ammantano di velluto.
Castagne, bacche e melograni,
Uve, mieli e vini - gli ori degli Dei -
Su tavole imbandite,
In consegna come dolci vivande
e nettari mattutini.
Mentre il cielo,
ora azzurro colore del mare,
Di lontano,
già si tinge del colore del declino,
Quando il giorno sta per tramontare,
E il sole bacia l'orizzonte,
Nell'ora incerta del suo declivio.
Ne uscirò affranto ne son sicuro,
Facce che ti guardano negli occhi,
Per cui le campane fecero tristi rintocchi.
Foto a colori e in bianco e nero,
Sul loro passato aleggia il mistero,
Ora son li' tutti insieme sepolti,
Ai loro cari la morte li ha tolti.
Con il tempo si sono aggiunte nuove foto,
Brillano quelli dei ragazzi morti in moto,
Poi c' è quella di un bambino,
Morto quando era ancora piccolino.
Il suo epitaffio scalda i cuori,
Voluto li' dai suoi genitori:
' Il tuo dolce sorriso è musica per nostro animo'.
Vado via e scrivo questa poesia.
Sonetto, endecasillabi canonici da leggersi a minore, rime con solito schema incrociate e alternate ABBA ABBA CDC DCD.
Torna lo slogan “Dio Patria Famiglia”,
tornano i tempi cupi e la miseria
sta per tornare ad esser molto seria,
l’intelligenza disciolta in fanghiglia
e il popolino che in culo lo piglia
ma tra di loro con gran cattiveria
si scaglian sassi divelti a maceria,
martiri fanno tra lor parapiglia.
Quando apriremo questi occhi distratti
e proveremo a capire il mistero
che ci ha portati alle grinfie di matti
vedremo intorno soltanto del nero
selezionante i lecchini più adatti
a prorogare in eterno un impero.
16/10/2025
il latte delle mie parole
scorre lento su queste pergamene
così antiche e nuove assieme
com'è antico il vostro cuore puro e dolce
tanto le carni vostre sono un invito
per le mie mani...
Allora lasciate che lente scorrano anch'esse
fino ad incontrare il centro esatto di tutto ciò che siete,
Mio dolce Cavaliere
io vi desidero
così come voi desiderate possedere
queste carte che io scrivo...
Ho sentito la vita,
ha parlato,
l'ho ascoltata in silenzio:
era tra le foglie di un albero
e i suoi rami,
dispersa nella notte
e sopra le mie mani
o le tue con un caffè.
Parlava
come se non l'avessi mai vista
eppure l'ho incontrata
in riva al mare
che si sposa col ruscello,
era nei silenzi
in mezzo alle ali di un uccello.
L'ho vista,
mi guardava
ed io sorridevo ancora e ancora.
di alcuni alberi,
questa mattina,
mi sembra,
un cervello,
umano,
tanti,
cervelli
umani,
tenuti in
altezza,
in sospensione,
dai rami protesi,
e non arresi,
ai rigidi calcoli,
del plausibile,
del possibile,
protesi,
verso sconosciuti,
squarci azzurri,
da dove sbirciano,
gli ancestrali……
……Muta
la, forma,
il tempo,
il volume,
la sintassi……
Cervelli, sempre,
al lavoro, a pensare,
e mai riposare,
a cercare di
comprendere,
l'incomprensibile,
che Rovella,
per la sete, di
conoscenza,
per tracciare,
una qualche,
rotta
che dia un senso,
all'esistente,
che spieghi,
il perché,
il percome,
si può sentire,
il sole,
bruciare,
la pelle,
nuda,
umana.
Cammino,
perché devo,
camminare,
su per la,
pendenza,
su questa,
pendenza,
picchiata,
dall'impetuosità,
che sferza,
che divarica,
le certezze,
degli alberi,
lì fermi,
a contemplare,
a pregare,
senza sapere,
cosa,
con l'aria,
che non riesce,
a stare ferma,
che graffia,
che pesta.
Pendenza,
salita,
che salgo,
che porta
fino a una,
campana,
fino a una,
croce,
di una chiesa,
che si rivolge,
inginocchiata,
fedele,
a un Dio,
invisibile,
alato.
Pendenza,
salita,
portando su
la mia di croce,
che grava,
sulla schiena,
nelle, interiora,
della materia,
ineluttabilità,
carnale.
Scarpe nuove,
per macinare,
l'aroma amaro,
arabico,
della strada,
ripida,
in lontananza,
il vento,
dietro di me,
in lontananza,
gonfia le vene,
salmastre,
con la sua
rabbia,
che viene,
dall'ignoto,
davanti a me,
ai lati,
turbini,
di tempesta,
a capofitto,
sull'immobilismo,
astratto,
a capofitto,
sul dinamismo,
impressionista.
In su per
la salita,
che porta,
a Belvedere,
scrivo di questo,
e la scrittura,
sale in mia,
non forzata,
compagnia,
la pendenza,
fino al campanile,
fino a dileguare,
oltre la chiesa,
i passi della
sua narrativa,
che non ha,
più, carburante,
per tenere
in vita,
le forme,
e gli indumenti,
espressivi,
di quella
camminata.
Raggiungo,
così, la
discesa,
verso casa,
la chioma,
degli alberi,
di alcuni,
alberi,
sempre cervelli,
per fantasticare,
per evadere,
dove i poeti,
osano……
……Se curate, le radici, delle idee……
……Portano……In altezza……
……Su, fino all'Eureka
della scoperta……
Usando ancora,
il calamaio,
e scrivono,
con una piuma,
versi,
di qualche,
mondo,
appeso,
come un
quadro,
in misteriosi,
squarci azzurri,
dove le nuvole,
non osano,
profilarsi.
dinto ce stanno 'e ccose cchiù bbelle.
Appena se trase, nce sta nu viale luongo,
addó accumpareno case e ccasarelle.
Annanze a ogni ccasa nce sta nu prato,
cu ddinto ciure viecchie e appena nate.
Nfunno a ogni viale pe cchi tene voglia,
ce stanno frutte ca ogneduno coglie.
Nfunno 'a na valle dinto a nu stagno,
mmiez'ê giunche nce sta nu ranocchietto
che gracchia nzieme a rrane e ruospe:
d'essere vasato d' 'a principessa aspetta.
Ncielo se senteno 'e vvoce 'e ll'aucielle:
ccà nun se spara, nun se fanno guerre.
Ognuno è ccuntento 'e chello ca tene
e nce stanno sempe ciure 'int'ê sserre.
M'aggio costruìto chesta bbell'arca...
pe nce mettere tant'animale e ppecurelle.
'A mucca me dà 'o llatte, 'a gallina fa ll'ove
e ce sta pure na puteca cu 'e ccaramelle,
'E notte, sott'a nu cielo blu e n'aria fina,
na ballerina abballa: fa nu cuncertino.
Nu carillon cu 'e taste janche e ccurvine,
sona na ninna nanna doce p' 'e bambine.
Ccà se campa alleramente, cu armonia:
nce stanno cure p'ogni ttipo 'e malatia.
Chest'arca nisciuno 'a vede ma sta llà,
tene chello ca mme serve pe mm'acuità.
È na fortezza addó vaco a cchiagnere...
quanno ê vvote mme vene 'a malincunia.
È n'arca bella grossa e ssempe aperta:
sta annascusa 'int'a n'angolo d' 'a capa mia.
L’indizio di un’inezia sorprende,
l’inizio di uno spazio dipende,
quisquilie si squagliano al sole,
la quaglia si nasconde tra l’erba
tra giocolieri e saltimbanchi,
pinzillacchere e nacchere,
tra variopinte bancarelle
leggere volano le bagatelle.






