Un giorno forse sarà
questione di sopravvivenza,
lasciare impronte sul fango
per trascinarsi nei labirinti
della propria malattia,
oppure distrarsi
dalla propria
missione
e almeno
per una volta,
non stare male.
Oggi però
si va
scalzi,
vulnerabili,
sopra un tappeto
di aghi di pino
dal vago
odore d’infanzia.
È tutto provvisorio,
tutto troppo volatile.
Vorrei saperla dipingere
questa pace che sfugge:
sarebbe un fermo immagine
dove il calore è quello del sole,
e dove il silenzio non è disturbato
dall’incalzare del tempo che passa.
“I had at one point this rather depressing image of some alien culture seeing the death of this planet - coming down in their spaceships and sniffing around; finding all our skeletons sitting around our TV sets and trying to work out why our end came before its time and they come to the conclusion that we amused ourselves to death..”
(Roger Waters)
Gli riempio la testa con i miei versi.
È così che si diventa scocciatore. Eccomi dunque tra gli operai di tutti i tempi
Ad assaggiare la disoccupazione. Ed in effetti si sta molto male da questa parte
Per arrivare all’altra bisogna superare un punto critico come Dio comanda
scoglio di legittimazione:
Parlare a Mecenate, fargli arrivare l’ originalità,
dimostrargli che c’è bisogno della mia Poesia, che senza di me, insomma…
Mecenate invece fa tutto da sé, come un Dio egli è, entra ed esce nelle vite altrui
Solo chi reputa all’altezza di quest’arte ammette in sua presenza
Che scoglio è dunque?
Non mi resta che inseguire Orazio, ma lui si divincola
rivelandomi che anche a riempirlo di capolavori
la sua opinione non piegherà l’orecchio di chi non vuol sentire
La questione è dunque tutta qui. La questione della poesia dico
oggi come ieri, un affare ristretto a pochi, un circolo riservato agli intimi
c’è chi va per la sua strada e chi devia dalla sua
Allora è meglio godersi lo spettacolo come l’uccellino sul semaforo
che ride, sistemandosi i vestiti,
di ciò che scorre indaffarato per la via
tanto nessun Orazio ascolta
nessuno alza lo sguardo oltre il rosso il verde il giallo
compreso chi vorrebbe riportarmi in tribunale
E tutto ciò davvero, non ha importanza alcuna
s'intrappolano in ragnatele,
piccoli insetti né rimangono invischiati,
sono pensieri di un giorno d'estate,
dove tu sorridevi felice.
Come vorrei ancora bearmi
in quei occhi, e seguire lo sguardo
che vagava lontano e si perdeva
nel vuoto del tuo nulla, così sincero.
Sorridevi e il tuo mondo cambiava,
diventava oceano d'emozione,
e io onda senza freno ti potevo placare.
Potevo...
Ed era il sole dell'estate a
fasciarmi il cuore.
scorrono come strade
da e verso luoghi remoti
eppure non si sono mai mosse
dal "qui" incerto del mio cuore.
Condensa di umori emozionali
i miei giorni, ancora antichi
eppure sempre nuovi.
Quanta vita ho nelle vene
e quanta morte nelle viscere.
E come esse convivono bene
ti stupirebbe, amico caro.
Perché forse per vivere
serve morire una cellula ogni giorno
e ricordarsi di essere pelle di passaggio.
E per morire serve
salvare una cellula ogni giorno
per prepararsi alla rinascita.
Poeta da strapazzo, da quattro soldi,
poeta di qualche frase di dozzina,
poeta senza rima e senza pecca,
poeta che non vale una fica secca!
Poeta squattrinato ma forse amato,
è questo che mi sento, non l’ho negato,
ma scrivo con affetto e grande amore,
soltanto quello che mi detta il cuore!
Non dico bugie, non so mentire,
non conosco l’odio, so solo amare,
il cuore sente, non si può negare,
ogni suo battito è il suo parlare!
Mi dice tante cose che non conosco,
e poco se ne importa se non son gradite,
lui conosce solo i sentimenti, sa che dire,
e pulsa tanto forte, quanto forte è il sentire!
Io scrivo sempre senza mai fermarmi,
io scrivo sempre senza mai stancarmi,
io scrivo soltanto cose sante e vere,
e seminare il bene è un mio dovere!
Che sia un poeta o una testa di rapa,
a me poco importa, io vado avanti,
io non mi giudico, non posso farlo,
poeta o no, saranno gli altri a farlo!
Vossignoria Francesco Fabrizio Claudio
Come tutte le fole anche questa
nasce davanti al camino,
al crepitio delle caldarroste
sul fuoco e un bicchiere di vino.
In un salotto improbabile signore
garbate dinanzi a quel carrozzone,
con voi gentiluomini, commentano
la rassegna sanremese della canzone.
Alla disamina di un testo aleggia
sui presenti, tra il comun brusio,
l’osservazione di un baccelliere che
sovrasta del focolare lo scoppiettio.
Chi di attizzatoio ferisce, di tizzone patisce
Da un angolo in ombra con il leppo
di pipa perviene una voce arrochita:
“Mi conceda un preambolo: ho sentito
la necessità indifferibile di aria pulita
schiudendo le imposte, dinanzi a tanta
boria che sanerò con salaci intercalari.
Proprio in questo loco leggiamo sempre
più spesso opere, e relativi gaudi pareri,
con le quali mi insegnate che la poesia
è come musica; dev’essere interpretabile
e stimolar sensazioni, emozioni, ricordi
attraverso le parole: esegesi opinabile.
Kit Carson
Postillate che la poesia è libera, esprime
un pensiero e non ha confini delimitati.
È nell’aria, dentro e intorno a ognuno.
E, perbacco, senza che siano obbligati
i righi in un certo ordine, senza irretire
tutto ciò in uno schema predefinito.
Perdiana, ho un Chianti da aprire e non
sento Diana da un po’: penserà sia obito!
Mi scuserete la digressione… ma, per la
barba di Giosafatte, perché tenere il dito
puntato a priori se non son insigni matusa
a estrinsecare asserzioni su un fatto ignito?

Le tue parole sono verità assoluta,
mani di velluto che
mi accarezzano la pelle!
Non sono sempre dolci, a volte amare ma,
sono la guida giusta al mio futuro!
Sono una linfa vitale che
mi scorre nelle vene,
qualcosa di cui non posso fare a meno,
sono sempre un’armonia di versi che
dolcemente suona alle mie orecchie!
Però, a volte non è così,
sento anche affondar
le unghia sul mio corpo!
Sarà passione, ardore,
forse desiderio, forse vendetta!
A me però, va bene anche così
e se mi manchi, io non vivo più!
L’amore è un po’ dolce, un po’ amaro
e più ti manca,
più lo vuoi vicino!
A volte, vorrei sprofondare in un abisso,
vorrei scomparire e mai più tornare,
ma le parole tue sono medicina
e più le ascolto,
più vorrei sentirle!
Dolce creatura dai mille colori,
soave persona di mille sfumature,
sono stato io ad averti sposata,
ma Dio a metterti
sulla mia strada!

pulviscolo d’onirico nutrito,
impronte a suscitare rabbia
di certi sogni non andati in porto.
Rassegnazione al momento vige
eppur la luna volto non cambia,
le stelle sono inchiodate al cielo,
il mare perpetua il suo respiro.
Se fosse solo uno scompenso
non resta altro che perseverare,
donare sguardi al prossimo tramonto,
entrar nel nucleo d’una nuova alba.
E poi bruciarsi al sole sulla sabbia,
di corsa spaginar l’arte del dubbio,
ricominciare ad afferrare il bello
ammesso che ancora esista, intorno.
Le parlo abbastanza spesso
sapete?
Intendo alla felicità.
Ovverosia è quasi sempre
lei a venire
da me, in verità.
Con la bacchetta di sambuco
saremmo potuti essere
invincibili,
ma noi tre insieme
lo siamo già
amici miei, e inscindibili.
Ciao Ginny, no
non smettere di stringermi
e forse non se ne andrà.
Su quel che ancora
resta di questo ponte,
ho la felicità.
... perché
non sono come gli altri
appartenenza di un mondo pecora
asservito dai servi dei servi dei servi dei servi...
E sublimando il grido
diverso dagli accordi
discorde, dalle assonanze
dissonante al-quanto basta
per non essere come...
Allora si rovescia su di me
la frustrazione di chi non sa fuggire
pensandosi superiore
- solo perché uguale -
Albe confuse s'accalcano
tutte vorrebbero presentare
un giorno migliore.
Avanzo spesso assurde pretese
salire e scendere ripe scoscese
orientarmi guardando le stelle
e calarmi nei panni d'attore impegnato.
Ma oggi vorrei ...
che il bene delle mamme
non affossasse i propri figli
caricandoli in eccesso
d'Edipo e dei suoi fratelli
- sesto senso di sole colpe -
per rivincite inventate
in egoistici ritagli
di precedenti fallimenti
ché da cerotti e garze
l'antibiotico giusto
rispettabile disinfettante
e necessaria meditazione,
remake risorge miracoloso
per un futuro d'altri tempi.
E i papà no
loro ... non sono da meno.
Luci soffuse nell’aere.
Cittadino,
asfalto e catrame,
la linea di mezzeria,
che si dipana
come un nastro,
l’auto va veloce,
tra le ombre giganti
e le sagome segrete
del buio;
locali e tavole calde
mandano riflessi
lucenti,
lampioni con
aloni di luce;
un semaforo
dardeggia
nella notte scura,
passano le auto
accese,
gente sulle strisce
cammina
coi paltò
attraversando la città;
finestre illuminate,
da persone,
chissà chi saranno,
luci urbane,
il paese
luccica
nelle tenebre,
la notte vola via.











