Quel sogno di cui narrai
non si ripresentò.
E un po’ me ne dolgo.
Il tredicesimo giorno
di Gennaio tuttavia,
da una fotografia colgo
lei come marza, con la
delicatezza
che si deve a un nesto
con l’auspicio che attecchisca.
Di spalle a un contesto niveo.
Una borsa eburnea su di un giacchetto
scuro: Dio, non c’è essere nel creato
che da quello sguardo non s’arricchisca.
E sullo sfondo
del Cristo Redentore
di Maratea,
tra i bellissimi capelli scuri
occhiali acri.
Su di una lunga e fiera scalea.
Se alzo lo sguardo, appena fuori
dall’immagine fotosensibile
posso vedere un aquilone.
In quel suo sguardo sensibile
posso però anche vedere i cercini delle
cicatrici che hanno generato un pollone.
È passato tanto tempo,
esistenza,
tanti ricordi
scolpiti nel tempo;
infanzia,un soffio
veloce,
un anelito di vita,
felicità perduta,
i banchi di scuola
il grembiule,
la maestra che sapeva tutto;
giovinezza,
che sembra ieri,
e gli anni sono volati
in fretta,
quanto tempo,
che non tornerà mai;
poter ricominciare,
avere un'altra possibilità,
un'altra vita;
esistenza breve.
Oggi in un dove lontano;
in un tempo sconosciuto;
un nuovo cielo apparve.
Anni di ricerca, di vita, di scelte;
anni che come in un fucina hanno forgiato un monile;
anni in cui la felicità sembrava raggiunta.
Poi il cielo trovò la sua stella;
il monile il suo anulare;
il mio corpo il suo piacere;
la mia anima la sua felicità.
Oggi in un dove lontano nacque il mio amore,
grazie Dio per avermelo donato.
nella gola bruna della notte.
Credendo il buio avversario.
Che l'amore ti sia guida e lanterna.
-Erano splendide le piccole ali-
Un volo in cerchio nel cielo nero
e lo smarrirsi in un imbuto vuoto
poi l'apparire della fiamma vivida
E la sua bellezza calda.
- La sorgente l'attirava verso l'alto-
Iniziò la sua danza
e mai si sentì più leggera e libera,
beatitudine in un palpito,
rapita da un'estasi d'oro.
-Ora il fuoco era un dio-
Salì e fu presa da una spirale bruciante,
accecata cadde nel vortice,
in cenere il suo sogno illuminato,
di lei restò un'arsa poesia.
- Quando il drago uccise la falena-.
Ninfa mi apparve in sogno.
Fanciulla d’animo, ma virago
in cuor suo e nell'aspetto.
Di spalle a nivea statua.
Un tascapane eburneo
sulla pelle scura del tiglioso,
coriaceo suo corsaletto.
E sullo sfondo di una
mulattiera, tra i bellissimi
capelli scuri lungo il viso fiero
un atro cerchietto.
Disse di non scordare
agoraio e scarsella,
e mi chiamò Aquilone.
Il sogno mi lasciò dell’agretto.
Non comprendo, non sono altro
che un artiere degli aquiloni e un
rimatore, nella foggia e nel petto.
Le feste sono andate,
finite, disciolte
appartengono già al passato;
sembra ieri che si era alla vigilia,
e poi il natale
è passato in un soffio,
un istante,
un battito di ciglio;
gennaio anno nuovo,
voglia di cambiare,
di non ritornare sui
propri passi,
di vivere,
di credere;
strade di città,
c’è ancora qualche addobbo residuo,
qualche festone,
nostalgia di festa,
andata.
mi tiene desto
camuffa per me
le rive
i bordi
si volta al respiro altrui
incendia la strada
scaldando la pioggia
Al muro m'induce
allo sguardo attento
a quel che passa
a quel che cambia
Il mio cammino
aspetta il mio mezzo
rimasto lento
dal bastone bianco
quasi cieco
sa che la meta
rimarrà improbabile
di fumo imprevista
di passi instabile
Lui aspetta
paziente
sussurra direzioni
nei suo balzelli
rimasto in un tempo passato,
sai, a volte ti ricordo,
simile all'ombra che passa
e potresti assomigliare
a un fruscio di vento
o a una parola mormorata.
So che sarai cambiato,
e lo sono anche io,
o forse non così tanto...
E rivedo il tuo volto
solo appena sfiorito,
la stessa sorte del mio
nello specchio sincero.
Non so perché, ti sorrido
e mi sorrido, con dolce clemenza
ai nostri errori.
Le parole vibrate come archi
e ogni accusa una freccia.
La ferita è così vecchia
da aver acquisito una strana saggezza.
Ora posso perdonarti.
E così perdono anche me
per non avere saputo mai perdonare.
Prima che la prossima ora rintocchi
intendo farmi trovare pronto per partire:
recluterò quante più matite, ciascheduna
ben temperata, così da non avere intoppi.
Come ogni viandante della mia specie,
indossate le ciantelle e calzata
la veste da camera, saprò cercarti
fra i miei righi seguendo le bricie.
Giorni addietro mi fece visita Rovaio,
che dopo essersi preso premura
di scarmigliarmi la foggia di barba con
le vesti trite per aver i servigi dell’agoraio,
mi instillò l’idea peregrina ma spontanea
di andar ramingo, sospeso ad uno dei mie
aquiloni, tra quei pochi anelati fotogrammi.
Pellegrinaggio il mio nella tua istantanea.
dal veleno incolore
fin dove il cerchio
di un sigillo riaffiora
nello stagno
che avanza
e d'una sfinge
che affonda
E di "decime e inviti "
si declama l'embrione
nelle facce distinte
in ogni imbrunire
si appresta
un inchino
a mostrarsi fedele
tra gli applausi eleganti
per ciò che muore
e non vive.
Quanto preme bellezza
e quanto incombe
Come fugge veloce
sul fiume rapido dei giorni tuoi.
Quante gioie ti conduce
e quante pene
Poiché bellezza è dono
che paghi a caro prezzo.
Perché, bellezza è dea feroce,
fatta d’essenze fugaci,
d’immagini riflesse
da specchi crudeli
Poiché, bellezza è la tua dolce condanna,
dalla culla, agli ultimi lampi
dei tuoi occhi di cielo.
Eh sì,
con quelle
due note diverse
contemporaneamente,
il mio non è un richiamo,
è un canto.
E allora
anche
se
tu
sei
cifra
intera
ed io una
piccolissima
frazione di te,
e anche se tu
sei manifesta
ed io appena
un fondo
di caffè
da decifrare,
devi ascoltare
lo stesso.
Che
questo mio
pliò-ble-zipè-ziò
oggi riecheggerà
fra le fronde
più alte
solo
per
te.









