Come l’acqua invisibile sale
a formare le nubi del cielo
così i tuoi pensieri sottili
generavano canti alla luce,
ma nell’ombra hai lasciato il mio cuore ,
in un luogo nascosto al Suo sguardo
per la strana severa dottrina
che negò l’infinito per sempre
a chi mai non conobbe il tuo Dio.
Ovunque tu sia, forse in carne,
dentro nuove corporee dimore,
o su vette tranquille lambite
dalla luce di più chiaro amore
pensa a quanto sbagliasti figliolo,
discepolo mio tanto amato
a pensar che la Mente Infinita
solo un popolo abbia salvato!
Con il dito di un giudice amaro,
separavi gli eretici e i giusti
quell’Inferno tuo prefigurava
Torquemada e i suoi rabbiosi lupi,
ma la Venere Madre guidava
il mio Enea come antica Beatrice
e altre Madri l’Oriente lontano,
proteggevano, arcane nutrici,
come un bimbo, cullandolo piano,
battezzando il suo cuore nel Gange.
Tante fedi donate da un Padre
per lenire gli affanni dei cuori
che la tua volle un tempo schiacciare
nell’inferno dal tetro colore,
ma ecco Lei dalla spuma del mare
sorge ancora divina e segreta
a Lei piace sentirmi cantare
mentre svela il suo corpo di seta.
tra gli animali già gira una voce,
un'aria frizzante, quasi 'na festa,
par che s'apra un Ristorante alla Foce!
Così Lupi e Orsi scendono al fiume
ad aspettar che vengano serviti,
a bocca spalancata tra le spume,
i Salmoni che sono risaliti.
S'uniscono gli Uccelli al gran banchetto,
cauta Volpe alla riva s'avvicina,
col pesce ci voleva lo spaghetto:
nessuno pianta grane alla Cucina!
Quando, satolli, tornano tra i ghiacci
pensar mi piace, quale diversivo,
che tra loro dispensin baci e abbracci,
sorseggiando magari un digestivo!
sono il contrario d’un beceral-shock
cresciuto son nella cultura rock,
ma non tra quei che andavano in boutique.
Apprezzo i colti ma non quei pagliacci
che di lontan già puzzan di fascismo
ma devo dir che temo il comunismo
e in spregio ho i dittator e i lor mortacci.
Guardo impotente un mondo ch’è al tramonto:
lo dice il nome: guardo l’Occidente
rassegnato a un destino di perdente,
ché all’uom la storia ha presentato il conto.
Quell’uomo che in sé reca i propri mali,
ch’è una sorta di cancro del pianeta
ove a guarire non v’è più moneta
che regoli i suoi spiriti tribali.
Le tribù diventate son nazioni
e le clave ora son le bombe atomiche,
patetiche sanzion quelle economiche,
ridicole tra incendi ed alluvioni.
Se non all’età detta “della pietra”
torniam a un medioevo tecnologico,
ineluttabil fato antropologico
ove la civiltà ogni giorno arretra.
Purtroppo resto qua come un minchione,
poeta vecchio ad osservar follia,
e inerme attendo lucida agonia
e in “fine pena mai” vivo in prigione.
Stringo echi lontani,
lacrime d’arpa
strascico di un tramonto
disegnano nel silenzio.
Una rondine spezza il cielo
in morbidi cocci di luce,
assaggia dentro i miei perché,
veste il tempo dei miei se
e poi, stanca d’infinito,
raccoglie il bozzolo
degli ultimi ricordi
per regalarlo al dolore del vento,
stringendo echi lontani
nel grembo dell’inverno.
Latore di missive nelle vie
sulle spalle un borsone a tracolla,
col sorriso pacioso al portone
messaggero di affetti lontani
portalettere depositavi sospiri
palpiti di cuore in cassetta,
magiche e trepidanti attese
in bici portavi baci nella buca
eri toponomastica vivente,
campanello solista sulla porta,
ora lasci bollette e raccomandate
spariti gli abbracci in cartolina.
Fioccano sipari di luce
dal cielo livido di dicembre,
i melograni s’imperlano
del dolce odore dell’inverno,
ghirlande di fumo dai comignoli
graffiano diari di piccole malinconie.
La nevicata dei silenzi
lacrima sui rami spogli,
la danza degli ombrelli
veste i viali dimenticati
di piccole chiacchiere fugaci,
le finestre son piccole perle
immacolate di quiete ed attesa,
dicembre si posa sui miei occhi
come sul mio cuore il tuo ricordo.
la colpa si veste di sete regale,
e l’amore, pur ferito,
geme tra specchi infranti.
Il cuore, oracolo esitante,
custodisce cicatrici come reliquie,
mentre il tempo, giudice muto,
sospende la sentenza.
Perdonare è varcare un abisso
dove la luce si traveste d’ombra,
e l’abbraccio diventa enigma
che nessuna parola scioglie.
La città degli amanti
come un’immensa nave galleggiante,
nelle acque del cielo,
è ormeggiata in porto e già ti aspetta.
Senza di te il mio cuore,
non salirebbe a bordo,
senza di te non prenderebbe il largo,
non potrebbe salpare.
Salve, gabbiani in volo!
Che nuove mi portate?
Ditemi: “ E’ in arrivo la mia bella?”
Ahimè!- passano i giorni e l’acqua mormora
nei canali e non canta il gondoliere.
Ma dove sei, mia Luna?
Non sai che all’ombra delle tristi sere
chiedo al bicchier l’oblio…l’oblio di te!
****
Ore 17,55
Venerdì 9 novembre 2018







