Il Natale disegna
appunti d’invenduta malinconia,
mercanti d’Avvento
i passi dei giorni
sdraiati fra le finestre del silenzio
nel soffio magico del creato,
poesia di Dio,
fra le braccia di dicembre.
Sillabe di neve sospese
bruciano come luce d’inverno,
come ricordi trasandati,
curve di luna, sulle spalle degli anni.
Arpa senza musicista
è quel gruzzolo di felicità
perduto nel crepitio di un camino
come un giorno senza cornice,
come un abete ancora spoglio,
eppure bussa al cuore di ognuno
un apostrofo di dolce speranza
ed il bacio di una stella
mi vive dentro per sempre:
è il canto di un angelo
seduto sul greto della mia anima.
La vita mi chiama
e ha la tua voce.
La sento tra i battiti lenti del cuore,
nelle sere in cui il silenzio
parla di te.
Mi chiama con il tuo sorriso,
che mi salva anche da me stesso,
e con le tue mani
che sanno curare ogni ferita,
senza fare domande.
La vita mi chiama
e ha il tuo profumo.
Arriva piano,
come fai tu
quando entri nei miei pensieri
senza far rumore.
Mi chiama con la tua dolcezza,
quella che non chiede,
che non forza,
che semplicemente c’è.
Come il sole del mattino,
che scalda anche se non lo guardi.
La vita mi chiama
ogni volta che ti penso.
E io rispondo sempre
con il cuore che ti cerca
come il mare cerca la luna.
La vita mi chiama,
e io ti seguo.
A occhi chiusi, a cuore aperto.
veloce nascondiglio
fino in fondo
l'instabile come bugia
il suo scorrere non può far nulla
rovina il giorno
Forse un giorno
sfiorerò i tuoi pensieri
e, guardando il cielo,
sussurrerai il mio nome…
Forse un giorno,
nel medesimo istante,
guarderò lo stesso cielo
e saprò
che mi terrai di nuovo nel tuo cuore…
E mentre all’orizzonte
la luna si addormenta
nella sua malinconia,
sussurrerò anch’io
il tuo nome al vento,
con la speranza
che tu possa udirlo…
Doppia quartina a rima incrociata abba abba e doppia terzina a rima alternata cdc dcd, in pratica un sonetto minore, i settenari "a" e "c" sono immaginàti da lèggere come anapèstici, i settenari "b" e "d" invece giàmbici.
Do la colpa alla Luna,
stanotte troppo piena,
ma io non sono in vena
d'ignorar la sfortuna
che giammai qui digiuna:
merenda, pranzo e cena
divora me con lena
e il mio sonno importuna.
Guardo fisso il soffitto
e il buio cerco ancora
ma rimango sconfitto:
pallore smorto affiora
ed ormai sono fritto
contando un'altra óra!
06/12/2025
Sera: la voce di un’armonica.
Ruvida e soave empiva le vie,
mentre l’ombra malinconica
s’intrecciava a trepide armonie.
Le camere colorate di canti,
il timo e la menta sul davanzale,
erano infiniti gli istanti,
il cielo bello, profondo, irreale.
Amore, la gioia così intensa
che negli occhi brillava una lacrima.
E in quell’estasi alata, immensa,
pareva palpitasse un’anima.
Eravamo felici allora… forse:
la cena, i tuoi racconti sul balcone.
Ahimè, presto il futuro morse,
in me nutrii la disperazione.
E il raggio di luna che fluiva
sulle altane mi sembrò una ferita.
Ogni attimo il tempo sfioriva
e sapevo che sarebbe finita.
Ora mi torturano i ricordi,
i rimpianti per ciò che non ti diedi,
gli echi strazianti negli accordi,
il nero silenzio dei congedi.
Il bacio, la carezza sulla fronte
e la notte scorreva tranquilla.
All’alba si animava l’orizzonte:
oltre la finestra l’ultima favilla
di un astro, i riflessi sui vetri,
una brezza fragrante, l’inchino
gentile del tiglio… Eppure già tetri
nel cuore i sogni di un bambino.
24-11-2025 ore 15-22
0-3 EE
a sovrastar nel corso del tuo giorno,
quand’hai solo un biglietto di ritorno
del viaggio che percorse i tuoi precordi.
Quando immaginar provi del vissuto,
rovistando del viaggio nel bagaglio
e cambiandone pure un sol dettaglio,
quale destino avresti conosciuto.
Quando perdi gli amici ad uno ad uno
come quando, a quell’ultimo commiato,
fantasmi in carne ed ossa hai ritrovato
con un fardello d’anni in più ciascuno.
Vecchiaia è quando d’esser un fantasma
agli occhi altrui pur tu ti percepisci
e irreversibilmente ormai capisci
che più nessun biglietto ti entusiasma.
e trent'anni portati come uno zaino
pieno di sassi lisci, tutte promesse smussate.
Io sto qui, in questo sciame di voci nuove,
con la mia disillusa corazza di quotidiano.
Mi hanno insegnato la competizione
come fosse un secondo scheletro:
chinare il capo, contare i giorni
sul calendario grigio del dovere.
Ma qualcosa si è rotto.
Forse il cazzo nella cerniera di Ben Stiller,
forse quella vecchia borsa militare
che mio nonno teneva in soffitta,
piena di silenzio e di polvere di mai.
Ora la mia voce è un filo sfilacciato,
ma lo tendo attraverso la piazza.
Non è un urlo, è un suono opaco,
la ruggine che si stacca da una canna.
La mia leva è stata un'altra:
il precariato come trincea,
il futuro a rate, la naja del mutuo.
Eppure, oggi, in questo corpo-stendardo
che non sventola più per nulla,
mi ritrovo a mormorare No.
Non per eroismo, ma per stanchezza .
Perché la sola arma che mi è rimasta
è questo fragile, testardo osso
dell'Io, che rifiuta di essere
un numero reale, un soldo bucato
nella tasca della bancarella
per pagare un debito non mio.
Il corteo è un fiume. Sono un sasso
levigato, che non smette di cantare
sottovoce la sua nota fessa,
la sua unica, usurata verità.
attraversa l'aria
nel quieto abbraccio
delle acque serene
Vagabonda tra le fronde
non hai spine nei pensieri
dove il destino - come giostra
tesse inganni
Scivoli senza peso
nel segreto delle tue danze
testimoni silenti
di attimi fugaci
Limite infinito tra terra e cielo
infuocato ai bordi del mare,
seduzione sublime dell’oltre,
alla vista il visibile invisibile
soglia affacciata sull’ignoto,
l’infinito alle porte del finito,
senza fine la luce nello spazio
sulla porta il buio in controluce
conflitti perenni occultano orizzonti,
confini contesi, contesti inconsulti,
nel buio la luna riflette la luce
all’orizzonte il sole rinasce.
Quello che fa ogni bambin contento,
Sale lo scatolone dalla cantina,
Si monta l'albero e su ogni pallina.
I bambini attorno con mille parole,
Come la Terra fa ellissoidando il sole,
Uno dopo l'altro mettono i rami,
Nei quali il loro occhio ricadrà l'indomani.
La casa si riempie di moderni colori,
Sgargianti tentano di allietare i cuori,
Ma manca il profumo della mia giovinezza,
Quando l'albero era vero e non una schifezza.
Sul portapacchi della 500 legato,
Fresco di pineta appena tagliato,
Tanto che dovevi stare attento,
Che la resina non cadesse sul pavimento.
Oggi materiale non ben identificato,
Rende il tutto falso e spersonalizzato,
E invece del profumo narrato prima,
Ha l'odore di muffa della cantina.









