Dal
primo
momento
che abbiamo
danzato abbracciati
fra i ruffiani e i seduttori
(nella mala bolgia umida
dei miei sogni notturni)
tu stavi nel cerchio
io nel quadrato.
L’arte era
quella
di
saper
vedere
i cripto
cristalli
e gli isotropi
agitarsi al ritmo
del valsesito criollo.
Un desiderio rimasto
inappagato durante
la vita diurna.
Ma che
la notte
gli occhi
facevano
apparire
vero
.
sobri pensieri,
scacciati da frivoli soffi.
Tutto è concesso
rimuove il rispetto,
continui ricordi cercati.
Afferrò l'idea
che scivola lenta,
alla continua ricerca
di una favola spenta.
Un incubo ricorrente
urla la notte,
scompigliando linee
già storte.
Trovare gli amici
che guardano insieme,
paesi nel tempo perduti.
Capire ogni sorte,
felice o traviata
infondo per ognuno creata,
Sempre a caccia
di storie stregate.
sognate o reali,
che insegnano a godere
di gioie senza eguali.
Era un poeta mio padre.
Chino, con la zappa,
sulla dura zolla
scriveva le sue poesie
che sapevano
di pane cotto a legna e di vino aspro.
Era un gigante mio padre:
così io lo vedevo
quando scrutava il cielo
con il suo sguardo fiero
e della pioggia aveva sentore
per quella gamba che gli doleva.
Era un poeta mio padre,
quando la sua fronte
scriveva parole di sudore
sui fazzoletti sfilacciati
di candide lenzuola
stese ad asciugare
sul filo dei miei abbracci.
Era un poeta mio padre,
quando, nel camino,
attizzava il fuoco
e le scintille,
disegnando il suo silenzio,
raccontavano di un uomo
bruciato dall'amore.
Era un poeta mio padre.
Alcune note a corollario di questa poesia. Premetto che mio padre non era un poeta nel senso letterale della parola. I suoi studi si sono fermati alle prime classi delle elementari, e una volta era così per molti. Lo spunto per questi versi è nato dall’etmologia della parola poesia dal greco poiesis che significa fare, produrre. Ci sono tanti modi di fare le cose ma credo che la condizione ideale sia quella di farle con amore e passione. Con questi due sentimenti il fare e il produrre può diventare, in senso retorico, pura poesia. Lo è stato per mio padre come penso per il padre di molti. Mio padre ci metteva amore passione in tutto quello che faceva anche nelle cose più semplici e tutto questo ha sempre scandito il corso della mia vita essendo stato il collante che mi ha permesso di mantenere saldi gli affetti. Mio padre era un operaio ed il tempo libero lo occupava nella piccola campagna che aveva, sopratutto nella cura dell’orto facendomi sempre partecipe nei suoi lavori. Si mio padre era un poeta e questo l’ho capito quando ormai non c’era più perché mi sono visto ricalcare i suoi gesti nei passi di chi ha sempre fatto il suo dovere ispirato ma sopratutto trascinato dalla passione per il lavoro. Mio padre non sapeva scrivere ma mi ha insegnato a farlo non con l’eredità delle parole ma con quella più importante della sua vita.
“Sappiamo bene che ciò che facciamo non è che una goccia nell’oceano. Ma se questa goccia non ci fosse, all’oceano mancherebbe.”
(Madre Teresa di Calcutta)
In
quella
prima lunga
calda notte di viaggio
(ma anche in questa, e in altre)
eravamo noi i più poveri fra i poveri.
Senza rupie rosa e neppure verdi,
ogni minuto più lontani
dal conforto
del
vecchio slum
ed ogni secondo più vicini
alle larghe bocche del fiume.
È di un bianco opaco, infetto,
tutto ciò che con noi scende
dal nord al sud geografici
verso uno spirito
che aleggia
sulle
acque
come
un
uomo
con le mani
giunte in preghiera.
Siamo cani selvatici, diseguali,
senza biciclette di proprietà
senza più lingua e dialetti.
Siamo la contro cultura
all’alba della storia.
Siamo pluralismo.
Calcolo mentale.
Convergenza
armonica.
Conciliazione.
Una concezione.
L’esplorazione.
La spiritualità.
Il fenomeno
dell’atto creativo.
Chiudiamo la bocca
e diciamocelo col pensiero
che questa è un’apertura
sull’incredibile.
Che questo
è il mare
del salto
quantico
dell’apocalisse.
Il golfo del bengala.
La vita dopo la discesa.
Teniamoci per mano adesso
e abbandoniamoci all’inevitabile.
Tu, io, e il nostro flaconcino
di acqua del Gange
(dovessimo mai
morire).
“L'India brucia come l'Inferno, ma le sue anime sono belle e preziose perché il sangue di Cristo le ha irrorate.”
(Madre Teresa di Calcutta)
Cadono le stelle sui nostri pensieri
e passo dopo passo
la città si addormenta sulla nostra memoria.
Cadono le stelle sulle strade distratte,
alti svettano nell’aria straniera
i verdi boschi verticali.
Lo sguardo insiste lontano
e il silenzio notturno
allontana per sempre
disegni
nascosti
di cieli proibiti.
C’è un uomo seduto
che guarda nel tempo,
con occhi lucidi ai suoi ricordi.
Lo spazio di fronte
è giallo di fieno e terra arata
nel sudore versato,
col sole splendente a cuocere il cuore.
Una fatica diversa,
lontana,
accompagna quel viso abbronzato
nei miraggi segreti della natura,
in un posto remoto
nei pressi dell’anima.
Una spiga fra i denti,
usanza lieta di quiete
in finale di giornata,
ad osservare il cielo alto,
rosa, profondo di pacifico spirito
in tramonto vermiglio.
La schiena poggia stanca al muro,
e il corpo si gode tutto
il rimirar andante del vento
che passando, solleva polvere e foglie,
agitando i cani di fianco,
legati a una corda.
Ululato loquace
in aia spaziosa,
deserta
nel solo vocio danzante,
di donne affaccendate
alla cena.
Luna grande, bianca,
arrivata con l’alone a vibrare
di luce la terra,
e ancor l’uomo che osserva calmo
la sera calante che arriva.
a quegli amori innati e poi implosi,
feti ingabbiati in anime impazienti
e quindi vite, zucchero filato?
Viaggiano in emisferi sconosciuti,
sorvolano l’inedia dei sorrisi,
planano poi su piste apparecchiate
del ben di Dio della felicità.
Fanatiche stelle pronte al fragore
si nutrono dei forzati silenzi
e - stizzose - accompagnano quei cuori
al santuario dell’eternità.
in balia di soffi e brezze...
seguo gli umori del tempo.
Mi inclino: talvolta cedevole,
a tratti sottomessa.
Poi mi rialzo: superba e altera,
poi torno a ripiegarmi
e poi torno a flettermi.
Tocco il suolo, ma non cedo.
Come canna al vento:
mi curvo, mi inarco, mi piego...
ma non mi spezzo.
Come corda di violino,
suonata dal vento,
mi fletto e poi torno a vibrare.
gli occhi sprofondano
nello stesso ruscello
su cui galleggiano i petali
che cadono dolcemente
dal ciliegio sovrastante.
È una musica ondulante, bassa,
nel vagabondare di un sampan
che trasporta due pudici innamorati.
Ma quelle infiorescenze, cristo,
sono coltellate del pittore sulla tela.
Violente coltellate.
Sul pennello c'è ancora il sangue dei ciliegi.
Non sarebbero andati in fiore
senza essere trafitti.
Porta con sé
Un qualsiasi momento
Uno due tre
Come vedo il tempo
Faccio da me
Sento il forte vento
E dire chi è
Il disegno che va a stento
E non mi chiedo perché
La mia storia è un umile vanto
Da portare sempre con me.
Passo a passo.
Ti disegno e ti cancello
con incertezza
ma sembra bello.
Di sicuro non omologato
forse, sconclusionato.
Passo a passo.
Mi invento e mi distruggo
ma non mi pento
se con ansia
oscuro
la felicità che provo a stento.
E rido e piango e urlo
E rido e rido e rido
E soffoco gli spasmi di un’anima
in fiamme.
E ancora, piango e urlo
Ma non rido più.
Io chi sono non lo so più.
Passo a passo.
Le mie labbra si nutrono delle lacrime per tornare a muoversi.
E allora: rido, rido e rido!
Le fiamme mi accendono
strappano ogni lembo di oscurità
che mai più
nella mia anima
dimora troverà.
Riprendo..
Non passo a passo.
Corro, corro forte!
Non mi perdo più,
la mia anima solo potrà
Fiorire.
Vidi nuvole rosse su mari d’argento
vidi sogni svanire su lastre di marmo.
Donne piangenti per bambini morti.
Era la guerra, un giorno infame.
Io soldato non potevo sognare.
L’Amore che ebbi non dimenticai.
Sperai in un mondo dipinto
da voli di deltaplano e
aquiloni legati alle mani.
Cercai libertà.
Mi persi nel gioco, non per vizio.
Una sera andai a puttane,
tra le bombe feci all’amore,
lei era bella, non era giovane,
sì confidò, lo faceva per fame.
Tu vita bella,
dammi la forza
per non rivederla.
Era bella, troppo bella,
era donna, io soldato ebbi paura.
Questa è la guerra
quella vera.
Tra le grate cadenti
e il fumo, mancava il respiro.
Ero soldato dovevo reagire.
Piansi una sera,
ero solo nella bufera,
piovve tanto, pioggia di sangue,
tra le case sepolte
vidi nuvole bianche.
Pieno di polvere
vidi Dio,
vidi la morte,
sognai case bianche
e rividi la morte.
Su un ciglio di strada
raccolsi dei sassi,
anche loro bagnati
di morte. Scappai
in un braccio di mare mi salvai.
Lei, nello specchio
di notte, era bella,
lo faceva per fame,
vendeva l'amore,
c’era la guerra.
Soffiava il vento,
tra le finestre.
Tra le macerie
facemmo l’amore,
nei ricordi e sogni futuri.
Tra le case bianche
la ritrovai,
era una madre lei.
Vendeva l'amore
c'era la guerra.
Lasciatemi abbandonare
alle mie abitudini spente,
nelle onde sparse in rivoli di sole.
Lasciate al tempo buio
di ricordarsi della luce
sciogliendosi nelle canzoni,
nelle perdizioni di ieri
che abbandono in un'oasi d'erbe fresche
perdendomi in occhi azzurri.









