e ne vogliamo risalir le chine
cercando di evitare la demenza,
qual Essere fu all’ultimo confine
che progettò quel fuoco ch’è la vita?
Pensar che non-materia dia materia
mi pare sia l’ipotesi più ardita,
tal da apparir persino poco seria
come il pensare che un pensiero crei
un oggetto col solo desiderio
o lo possan crear eterei Dei
secondo imperscrutabile criterio.
S’io devo immaginare spirituale
un Esser che materia un dì creò
scorciatoia mi par più naturale
dir che materia tal sempre restò.
E se ammettiam l’eternità dell’Essere
senza fine e in ispecie senza inizio,
ecco allor che collimano le tessere
e la logica schiva il precipizio:
probabilità prossime allo zero
d’un evento casual, nell’infinito
diventeranno altissime davvero
sia pure in tempo e luogo indefinito,
purché vi sian adatte condizioni
di fisica di chimica e lor leggi
ove eterne infinite dimensioni
di plausibiltà sciolgon gli ormeggi.
Di quelle condizioni il raro frutto
ch’è vita in qualche quando in qualche dove
in qualche infinitesimo del Tutto
capiterà e la Terra è tra le prove.
Parmenide diè vero gran messaggio,
in un tempo che appar oggi lontano:
l’Essere è. In sé di sé retaggio,
cos’Esso sia è il solo vero arcano.
Nascita e morte creano un pregiudizio,
ma se d’eterno illuderci possiamo
difficile è pensare un senza-inizio.
Così a cercar l’inizio brancoliamo,
più facile pensar crëator Dio
di nostra immagin fatto a somiglianza
d’eterno a soddisfar nostro disio.
Difficile è pensar che la sostanza
che materia chiamiam, sempre sia stata.
Sed stat ipsa in stagioni siderali,
implosa esplosa espansa collassata
ove eventi improbabili e casuali,
ma con di libertà gradi infiniti,
diventan prima o poi necessità:
elementi a formar metaboliti,
procarioti a formar l’umanità.
Di dar vita fu intrinseco il progetto
dell’Esser dopo l’ultima esplosione.
Di vita l’Esser stesso è l’architetto,
solo questo a me dice la ragione.
ricopre i desideri
e le foglie tremano
sotto il peso della brina
Il respiro dell'inverno
si fonde nel cielo
nuvole color latte
si accavallano e mutano
per poi sperdersi
libere - senza freni
negli spazi infiniti
Gennaio
è un palcoscenico
per i sogni
e la speranza
germoglia tra i ghiacci
dove ogni attimo
è una promessa - che cade
nel profondo del silenzio
Scampoli di colori la sera
evaporano tenui nella notte,
scampa nell’aria una nota
campane a festa nei campi
scampoli di tempo variopinti,
scampagnate in compagnia,
scompare la neve a fiocchi,
al sole non c’è via di scampo
un soffio di vento al tramonto
scompiglia i ricci sul castagno
a Scampia rondini in volo,
ultimi scampoli di libertà.
Sollevo lo sguardo al cielo,
ti supplico " SIGNORE ",
dedico quest'attimo sublime
che svanisce sulle alture
di un pensiero.
Racconto una storia,
assopita nell'immaginazione,
sfumo le scene, estasi ad invader il cuore,
vibra , nebulizza al sole e mistiche risonanze,
invadono l'anima ed infondono lo spirito.
Una luce espande il suo potere,
in nome del Signore illumina d'amore
e lievemente, impercettibilmente
depone sulla corolla di un fiore
per lasciarsi evaporare.
2007
la mia anima malata è guarita:
Con i piedi cercava di inseguirla
il ritmo continuava inesorabile,
sfiorandoci,
seguiva il pentagramma.
Sapevamo come sarebbe finita:
che questa mattina provare a separarsi
sarebbe stato così difficile.
Ma tu hai deciso di esagerare comunque:
L’hai detto tu che era il nostro Sabato
L’hai detto tu che avremmo potuto qualsiasi cosa
perciò hai provato
al punto di infrangerti.
Persino l’uomo che dorme con te da 9 anni
si è sentito impotente
sperduto:
ha potuto solo continuare a ballare
sperando che quegli occhi avrebbero guardato lui quella notte.
E corteggiarti:
Il gioco di soffiare piano
tanto quanto basta per tenere smuovere la fiamma,
lasciare che piano la cera scenda a valle
avvicinarsi piano,
fino a bruciare insieme.
Mi sono riscoperto
confessare con timidezza
quanto io possa amarti.
La musica si è spenta,
ti ho raggiunto in quella camera
per sposarti ancora.
A volte è solo un pensiero,
un umore, un freddo da dentro
un silenzio insistito che chiama
e mi vuole, mi sveglia di notte.
.
Come non piovesse da anni
sembra sempre una lacrima nuova
una goccia di troppo che insegue,
mi bagna dove non so ripararmi.
.
Non è mai soltanto pioggia
è vento intriso di sale e di ombre
la ripetizione di abitudini mai sconfitte
lungo una strada imboccata troppo presto.
.
Ho poca simpatia per la verità
ma forse tutta la mia fottuta intelligenza
può concludere che quando piove
il tempo aumenta il suo peso.
Chi sono? Ci si chiede
scrutando dentro un volto,
con gli occhi non si vede
il mondo capovolto.
Chi sono? Oggi lo dico:
bruciando sono fuoco,
la noia è il mio nemico.
Pedina del mio gioco.
Son acqua che percorre
determinata e cheta,
accoglie e non rincorre,
per giungere alla meta.
Col vento sulla faccia
son aria che volteggia
e stringo tra le braccia
il cielo mentre albeggia.
Con ali per volare
afferro nubi e stelle.
Ho gambe per scalare,
di terra è la mia pelle.
Ho visto nel dolore
il sole sanguinare.
Il buio senza odore
nel mare respirare.
Chi sono? Oggi lo credo:
son ombra e sono luce.
Profonda in ciò che vedo
nel cuor, che mi conduce
a semplici dettagli,
son fari nella notte.
Mi copro con gli sbagli.
Ipocrite e corrotte,
le bocche giudicanti,
di lividi e di sputi
ricoprono diamanti.
Ma gli occhi gridan muti.
La vita non aspetta,
il tempo ci consuma,
Chi sono? Non perfetta.
Mutante come schiuma
che sulla riva attende
quell'onda che l'assaggia.
L'amor non si pretende.
Son sabbia sulla spiaggia.
lastricata di silenzi,
dove i muri stringevano segreti nell’edera
e i bidoni colmi di avanzi puzzavano di abbandono.
Dalla finestra sbrecciata di un ospizio,
una donna gridava nel vuoto,
con il viso scavato dal tempo.
"Non è qui che voglio restare!"
Le sue parole si arrampicavano nella nebbia,
fragili e disperate come mani insicure,
e cadevano indietro,
inascoltate, come foglie d'inverno.
La nebbia non rispondeva,
avvolgeva la scena come una coperta di indifferenza.
I muri, vecchi testimoni, tacevano.
L'edera si muoveva appena,
mentre il vento accarezzava il suo corpo freddo.
Era stata una sarta, o forse una madre –
nessuno lo ricordava più, nemmeno lei.
Ma si teneva ai lembi del passato
come un uomo al bordo di un precipizio.
"Lasciatemi andare," ripeteva,
con le mani strette al davanzale
come a un’idea impossibile.
Io camminavo,
non come un uomo, ma come un'ombra,
un riflesso su questa strada di nebbia,
portando sulle spalle il peso delle sue parole.
Ogni passo mi sembrava il suono di una campana lontana,
ogni respiro la stonatura
di un'altra vita finita troppo tardi.
Mentre il giorno moriva,
rimaneva solo la sua voce,
come un fantasma che accusa,
che prega,
che ricorda:
"Lasciatemi andare,
prima che il tempo mi sputi come una gomma
e mi appiccichi sotto al banco degli imputati".
Sisifaccio Gioioso,
cotesta età appassita
è come un giorno di tristezza pieno,
giorno cupo ed alieno,
che conclude la festa di tua vita.
Soffri, vegliardo mio; non più soave
stagion, mesta è cotesta.
Altro dirti non vo’, ma la tua testa
ch’anco tardi a partir, non ti sia grave.
Da “Il sabato del villaggio" (G. Leopardi)
Garzoncello scherzoso,
Cotesta età fiorita
E’ come un giorno d’allegrezza pieno,
Giorno chiaro, sereno,
Che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
Stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo’; ma la tua festa
Ch’anco tardi a venir non ti sia grave.
l'aria sussurra segreti,
la notte canta il suo ritmo
sulle pareti.
Un abissale e leggero
respiro. Scandisce l'ora
il folle vero pensiero:
sogna l'aurora.
E, nel cassetto, ribelli
emozioni restan chiuse,
celate nel buio come
pallide scuse.
Lo sguardo dentro alla luna:
siam sassi appesi alle stelle.
Senza fortuna dal cielo,
siam solo pelle.









