E’ metafora in ver, vien dalla mente
ché il cuore, benché evochi l’amore,
è sol pompa che va ritmicamente.
La mente è psiche, fonte d’emozione,
e pur se dà dimora ai sentimenti,
non esclude un appello alla ragione
senza cui poësia vive di stenti.
Un dì fu scritto il “De rerum natura” (*)
poema didascalico latino,
quindi dico “non è l’uva matura” (**)
alle volpi che alzando un lor ditino
ritengano spocchioso il poëtare
su legittime ipotesi scientifiche
che crëazione voglian confutare
mediante descrizioni immaginifiche
tradotte in versi, ch’abbiano sfiorato
una questione antica quanto l’uomo,
punto crucial: Essente oppur Creato?
Un tema che richiederebbe un tomo
senza giunger poter a soluzione.
E della vita analogo mistero:
abiogenesi e quindi evoluzione
o tutto per divino magistero?
Di appassionare tutti non mi aspetto
né ch'esser possa “poetico” inteso
quel profondo sentir dell’intelletto
di fronte al grande enigma a noi sotteso.
(*) Tito Lucrezio Caro, primo secolo a.C., poeta e filosofo epicureo.
(**) La volpe e l’uva, celebre favola di Fedro “…vulpes… uvam appetebat...quam tangere non potuit, descendens ait: ”Nondum matura est, nolo acerbam sumere".
In navigazione tra docili bufale,
inondato da ingannevoli fake,
al largo di un personal web
allargo la rete con un social net
la realtà sempre più distorta,
piattaforme dolci fette di torta,
post virali e simulazioni virtuali,
ali per volare ali per cadere
la guida sicura senza mani,
nel frigo la lista per la spesa,
spera l'uomo nell'intelligenza artificiale,
spira l'umano nell'artificiale intelligenza.
Con le lacrime avrei riempito il Nilo,
Ricordando quando ti accompagnavo,
Lasciandoti della solitudine ero schiavo.
La porta è sempre la stessa,
Par di veder sul vetro te riflessa,
Cerco la bidella per condivider emozione,
Ma mi dicon che dall' anno scorso è in pensione.
Non è cambiato quasi niente,
C'è qualche bambino che corre innocente,
Mentre tu ora sarai sul tuo sellino,
A scorazzar in città sul tuo motorino.
Esco allora dal cancello sconsolato,
Varco la sua soglia quasi senza fiato,
Ricordando quel tempo che fu,
E che ahimè ormai non c'e' più.
Dove abita il vento?
Forse in una conchiglia
o in un ciel di meraviglia!
Fra i panni ad asciugare
o su è giù per queste scale?
E se abitasse per le strade,
in un bosco o per i prati,
e se vivesse fra i capelli
o nascosto nei cappelli?
Forse abita nel mare
con i pesci e le lampare,
fra ali di farfalla
o fra i rami che ora agita?
Io lo so dove abita il vento,
abita in ogni silenzio
fra nuvole d’argento.
Flaccide consistenze
tra massicce masse
di muscoli slegati
da ragione e cuore
e liftinghizzate apparenze
ci accompagnano nel viaggio
tramutato in speranza
di non cadere
tra dirupi e tentazioni
in quel divenire
agnelli o lupi
di un inutile sacrificio.
Vorremmo
essere come angeli
anche se poi
per poter volare serve
iniziare a rullare dritti
e, il decollo
potrebbe anche stupirci.
Ma incapaci ci limitiamo
e circoscritti al limbo
nemmeno i diavoli ci vogliono
per le nostre anime
pregne del nulla
ché nemmeno valgono
un due di picche.
Tre colpi forti
il terzo più del primo
e fu un fatto transitorio
dove il mai è assente
e niente è infinito.
.
Da quale costellazione arrivo
o da quale pozzanghera fangosa
assumo la mia unica forma
ammesso che siano forme
queste elettriche fattezze
.
Mi piace
che non sia stato veloce
l’andare da allora a qui
fingendo una crescita
e un sollevarsi.
.
Il tornare non mi interessa
e non saprei come fare
a sistemare tutte le ombre
che coprono il sole
continuando a giudicarmi
al passato.
Sensi di colpa del prima e del poi
lame affilate anche quando non vuoi.
Son tredici i giri intorno ad un sole
vuoto silenzio: mancate parole.
Quello che resta alla fine del tempo
è un rotto orologio fermo in un lampo.
Lacrime nere su un bianco giaciglio,
sta nella testa un grigio groviglio.
Lenta la vita abbraccia la morte.
Osservi incredula perfida sorte:
occhi negli occhi, domande gridate
cadon nel vuoto, son vele bucate.
Ma tu sei qui, sempre forte mancanza,
piccola stella, elegante presenza.
Lasci l'amore e il tuo dolce ricordo,
come a dir: "siamo arte scritta sul bordo
d'un foglio bianco bagnato dal mare... "
Sei il mio sorriso tra lacrime amare.
Puro disegno, di un cuore materno,
rimani una bozza, dolore eterno.
rapido il buio ha interrotto la vita,
resti nel cuor sempre aperta ferita.
Scenderà:
la pioggia e bagnerà
il giardino dei miei ricordi
e le cose più belle
che il vento si è portato via
sarà poi la neve
a cancellare ogni traccia
lasciandomi con questa
maledetta malinconia.
E aspetterò:
che la primavera
sciolga il ghiaccio
nelle mie vene
poi col sole le foglie del mio giardino
riappariranno forti e più belle.
E salirà :
la voglia di andarmene via
prima che ritorni
un altro inverno
prima che ritornino i ricordi
senza dire una parola
piangere o pensare.
Breve fu il giorno ed è subito sera.
Non più trafitto da un raggio di sole
sono solo sul cuore della terra (*)
ove lungo i sentieri a primavera
rubai sterpaglie e fiori dalle aiole
di cui rimorso ancor oggi m’afferra,
fardello d’una vita avventuriera.
Ma fardello più ancor in cuor mi duole
dei fior non colti ma riposti in serra.
Ora che vivo quest’autunno tardo,
con freddo e scarsa luce nella stanza,
questo fardello appoggio sugli alari,
accendo il fuoco e nel silenzio guardo
fiamme e fiammelle far tremula danza
di ricordi e rimpianti dolceamari.
E mentre si dissolve questo giorno
e i rumori s’attenuano d’attorno
sembran più vive le luci e le voci
delle ore fuggite via veloci
e ogni volto m’appar, ogni fattezza,
di un’incompresa allor nuova bellezza
e i conversari assumono sembianze
d’or per allor rammarichi e doglianze
per le parole pensate e negate
per i baci e le carezze non date
per le amorose intenzioni dissolte
per le allusioni intese e non accolte
talora per accidia o per pudore
talor per fedeltà ad un altro amore
talora paventando sofferenza
e talora fingendo indifferenza.
Ed ora ciò che manca a questo appello
e che prolungherebbe ancora un poco
il residuo baglior di questo fuoco
è quel che dei rimpianti nel fardello
deposi, senza averlo mai vissuto,
un destino struggente e sconosciuto.
(*): Spunto dai versi finali di “Solitudini”, di Salvatore Quasimodo, poi diventati celebre testo autonomo (“Ed è subito sera”)
Ferirei il cielo coi tuoi sguardi
e fiorirebbero parole dimenticate,
lune stipate nell’animo infinito.
Abbracci di te
mi assaggiano dentro
come giochi d’alba
spesi a meravigliarmi
in un giorno d’inverno.
Ed allora abbracciami ancora
come fossi capitolo d’universo,
poesia socchiusa sulle labbra,
mare scalzo che ti scrive dentro,
perché un abbraccio
è giardino di cuore
che profuma di te soltanto.
Piove una notte di gennaio
sui caffè illuminati,
sulle strade ubriache d’inverno,
sugli sguardi degli innamorati,
sui silenzi appesi alle finestre,
sui comignoli addolorati
che sembran boccioli appassiti.
I tetti intirizziti
son fragili comete di neve,
merletti immacolati
e bianchi ritagli di cielo
a scrivermi di nuovo dentro.
Pianto d’orizzonte e pensieri
raccolgo fra le mani,
strade ubriache d’inverno
assaggiano il cuor mio
nel battito quieto dell’attesa.







