E qui
che mi ritrovo
in un sospiro di vento
e un tappeto
di foglie ingiallite
in attesa
di fessure fiorite
aspetto
nugoli di margherite
e papaveri a iosa.
Sordo
è il ruscello
giù nella valle,
non più s'immergono
cuculi e usignoli
qualche stella riflessa
nel cielo
e pennellate sbiadite
hanno
i pendii erbosi
in attesa.
la mia casa era molto distante
e ogni calice pieno
mi esiliava sempre di più.
Capovolta la realtà
ci vidi più chiaro
e un essere nuovo nacque
votato al cielo
amico di ogni essere.
Versavo pianto
sui passi degli smarriti
attaccato dai sordi d'animo
e da velenosi rigidi cuori
che non apprendevano la luce.
Sono Francesco e parlo d'amore
banchetto con gli animali
e abbraccio i meno abbienti
in modo ch'io possa vedere
il fulgore di Dio
anche adesso che cieco e stanco
mi assopisco tra le preghiere
erette con nuove parole.
Non è facile abbandonarsi
alle folate del Marin,
che prima
è un varco giallo
su un cielo bianco celeste,
e dopo
una nebbia umida
che riveste cuori e animi.
Ci si sente imprigionati in quel limbo:
nel muro di Föhn, la zona di transizione,
nelle nubi dense e lenticolari
che insinuano il dubbio,
nel sollevamento
che ogni tanto è discesa
ma sempre tristezza.
C’è chi fluttua e non ha piedi,
chi cerca, chi indaga,
chi non piange,
chi accetta
e chi non indugia.
La nostra vita è qui,
e non è mai stato un segreto
il rincorrersi delle quattro stagioni:
siamo poeti noi, marinai,
anime caduche,
pensatori;
siamo vite frastagliate
che talvolta sanno anche gioire,
quando questo cielo corvino
finalmente rischiara
e l’amore sboccia.
Un acquarello tenue e dolce,
una lacrima su un sorriso,
un panorama
che è come rinascere:
posso dirlo no,
che ne vale la pena?
Stampa, tribunali e televisione
sono una dolorosa realtà.
Crimini nefandi e processi clamorosi,
fatti turpi dentro e fuor nazione,
letti o visti per curiosità,
producono gli effetti più morbosi.
I tribunali, dal severo aspetto,
son teatrini o luoghi di trambusto,
hanno perduto stima e dignità,
sono il cibo peggior dell'intelletto.
L'addebito può sembrare ingiusto,
ma penso che sia la verità.
La serenità sacra della legge
la lede l'eloquenza tribunizia,
nonchè l'intemperanza da comizi,
che poi, talvolta, la stampa ricorregge,
dando al lettor altra immondizia,
che desta sospetti e falsi indizi.
Come se ciò detto non bastasse,
la televisione, assai più verista,
è la peggiore d'ogni narrazione,
perchè lì si vedono in azione
le scene ben curate dal regista
che, destando più passioni basse
e stimolando gli istinti feroci,
che turbano dei deboli la mente,
annientando ogni nobil sentimento,
predispongono a delitti atroci
per imitazione, per vanto e sovente
per interessi o per divertimento.
Gli eroi della pistola e del coltello
per alcuni cervelli son l'attrattiva.
La fantasia è colpita dal mistero,
il fatto truce affascina e il duello
per gli uomini è la prerogativa
per detener lo scettro dell'impero.
Sangue, furti, rapine e violenza,
scandali politici ed orridi delitti
sono per i mass media pane
e per tanti licei di delinquenza,
dove s'impara a ledere i diritti
per poi diventare pescecane.
Molti mezzi di comunicazione
son le tribune della confusione.
Se il prossimo ne riceve danno,
l'informazione è licenza delittuosa,
è falsa verità e solo inganno,
è il flagello della società corrosa.
In nome dell'onestà e del buon senso
conviene che la pubblica opinione,
invocando leggi sempre più severe,
per evitare questo gran scompenso
vieti ai mezzi di trasgressione
di dar notizie, se non sono vere.
I mezzi, infatti, di cui io parlo,
se usati per migliorar la gente,
sarebbero i canali della pace
e non le erose gallerie del tarlo,
che rende vuoto ovver demente
l'essere ottuso che subisce e tace.
Un plauso, però,vada ai giornalisti,
che non hanno di passero il cervello,
nonchè ai togati seri specialisti,
che aborrono il sofisma ed il tranello.
Degni son pur di stima e lode
color che usano la televisione
per dare una benefica istruzione,
piacevole e senza alcuna frode.
Vorrei soffermarmi un momentino
sul perché noi scriviamo con passione,
la notte , la sera ed il mattino,
di giorno quando c’è la confusione;
scriviamo perché l’animo ci detta
le cose che sentiamo dentro il cuore
la vita che ci transita in diretta
avanti con la gioia e col dolore.
Sentiamo quest’angoscia del finire,
il magico universo intorno a noi,
il sole con le stelle lo stormire
di angeli che amiamo prima o poi,
scriviamo perché siamo insoddisfatti
del mondo che circonda i nostri affetti
i nostri desideri contraffati
i nostri inconfessabili difetti;
il nostro è un mondo tutto da scoprire
persino nel Parnàso abbiamo sede
le cime dell’Olimpo da salire
in cerca della nostra buona fede.
Scriviamo perché siamo solo umani
in cerca di capire l’infinito
temendo le incertezze del domani
che solo accarezziamo con un dito
e il tempo che trascina sul momento
ogni essere che vive in questo mondo
va via come nuvole nel vento
lasciandoci nel vuoto più profondo.
Del foglio bianco
esploro ogni angolo,
e come il marmoreo blocco informe
cela l’opera d’arte,
so che nasconde i versi che cerco.
Come note sul pentagramma dei pensieri,
appare una frase
ecco la metafora sottile.
Le rime si rincorrono
sul niveo prato dell’allegoria.
La licenza freme in attesa
di metter pace fra discordi suoni.
Sto poetando !
Sto scrivendo in rima !
Forse è sogno
Il foglio bianco mi abbaglia
chiudo il quaderno
e torno nell’ombra .
Dopo un pò di anni è comparsa una scritta illuminata
Tutte le mattine si faceva a gara
Tutti i bambini del paese siamo cresciuti con loro
Tutto il paese ad attendere
Ma purtroppo era troppo tardi i nonni dell’antico forno
Da quel giorno il pane
largo come un ultimo orizzonte
prima che le sfere cullate dall'azzurro
implodano nel vuoto
languido del giorno.
Rimasugli dell'anima
sono gli arti bloccati
dall'oblio, gli attimi, le effusioni
e i silenzi immani,
arti che trascinano, come un fardello,
l'ultimo barlume della notte
sui gradini dell'alba,
verso un lontano chiarore o
un desiderio incessante di vita.
per ogni gesto, per ogni mio sospiro
Tu che hai posto una rosa
sulle mie labbra viola
Tu che vedi crescere fiori
sulla spuma del mare
Tu che fai poesia di ogni fruscio
ogni battito d’ali e cinguettio
per una goccia di rugiada
sull’incanto e sull’addio
Tu che hai sempre la metafora
per descrivere il mio silenzio
e inondi d’inchiostro
le mie risposte senz’appello
mentre io vacillo
ma non perdo il controllo
e sostengo l’equilibrio
di un’anima perpetua
Tu che cerchi di entrare
in questo corpo muto
sfidando il mio cordoglio
non t’accorgi del tuo lutto
celato in un sorriso
mentre io punto i piedi
sul cielo che mi vuole airone
Tu comprendimi adesso
che l’aria è cristallina
ti lascio il mio respiro
affannoso amore
di distanze parallele
Non abbiamo più i capelli
ma almeno corone d'alloro
e siam lo stesso tutti belli
con in bocca la Marlboro
Siam partiti dal divano
ed è lì che torneremo
nominando la Maremma invano
per la gente di Sanremo
Sai ci chiamano mammoni
Sai ci chiamano cicale
ma se ci sono i nuvoloni
mia è perché ci siam noi a cantare!
Il poliziotto è insospettito
per la mano nella tasca buata...
oh rincoglionito
la droga è in quella rattoppata!
incisi a vita
sulla pelle
ricordi e segni eterni
come specchi infrangibili
sul corpo
di un ego narrante
instillano all'apparenza
diffidenza
Eloquente guerriero
un moderno combattente
a immagine e somiglianza
di se stesso
armato di volontà e coltelli
ciba anime e menti fameliche
di languori avidi e fatti tangibili
Mescola minuzioso
sapienza ed esperienza
sui fuochi
tra i sapori vecchi e nuovi
si svela
oltre l'apparenza
mai sazio, no
di viaggi mentali e tradizioni lontane
contorni sapidi
di parole sensate e giusti meriti
È come mastica
un uomo tra la gente
umile
modesto
e la sua romanesca parlantina
trasporta amanti folle
che instancabile sprona
sussurrando all' equa lotta
il popolo risponde
cucendogli medaglie d'oro
all'anima
"Mastico ergo sum" (Gabriele Rubini alias Chef Rubio)
In mesu a sos regiros de su mundu
m’aciapo calchi olta isconsoladu
ca m’ido tropu solu e abandonadu
coment’in d’unu mudu girutundu
chi sena criaduras toccat fundu
e abissos de unu mare tempestadu;
abeso sa ventana unu mamentu
a b’ider si b’at abba o si b’at bentu:
ne abbas e ne bentu, ma serenu
in d’una die calma assaniada
chi s’anima chi guasi fit serrada
in tristos sentimentos chenza frenu
aberit a unu risu chi anzenu
creia in custa bella manzanada,
intantu est arrivende su eranu
e prego, meno male chi so sanu.
Tristezza e allegria
In mezzo alle preoccupazioni del mondo
Mi trovo qualche volta sconsolato
Perché mi vedo solo e abbandonato
Come in un muto girotondo
Che senza bambini tocca il fondo
E abissi di un mare in tempesta;
apro la finestra un momento
per vedere se piove o se c’è vento:
ne pioggia e ne vento, ma sereno
in una giornata calma e tranquilla
che l’anima che quasi era chiusa
in tristi sentimenti senza freno
apre ad un sorriso che estraneo
credevo fosse in questa bella mattinata,
intanto sta arrivando la primavera
e prego, ringraziando che sono sano.
Millimetro del mio millimetro,
punta di specchio
che picchietta confusione
sull'orlo dell'immondizia
un surplus di silenzio
tra Menaggio e il Passo del Furka,
oh sì, secondo me capisci perché scrivo.
Niente
affatto
indispensabile,
posso vivere ugualmente male
anche senza te.









