perpetuo su petali dolcissimi di sussurri al sole
vene a balze di candele d’assenzio
danze lievi di verdi chiome e leggiadre piume alari.
Il violino pizzica corde consegnate al sogno
allevando il cuore nel mare della malinconia
stordito sino all’isola desertificata dei pensieri
ordito delicato di poesia su anse di celati cori.
Mura alte al colmo di celesti cocchieri
s’ergono ad attracco solitario su cari fondali
sino al delirante sibilo del gabbiano in volo
Sugello di versi il frullio scarno del vivere il bello
arcuato spillo ad astro teso di vena folle
Amore amore non smetti di far male
continui a voler provare ancora e ancora
e provando adorni l’insistente incavo
di buio ad antro d’anima riflesso di dio
nell’essere amore dentro il dolore
e dolore sulle ciglia dell'amore.
Azzuffa il mio gatto
la luce d'ombra tremula
di un cielo chiaro
e sull'erba
flessuoso e lagnoso
spazzola il bel pelo
grigio e nero
fissando famelico
un ranocchio.
Ghiotto e convinto
miagola ad un pettirosso
impettito... sbatte le ali e vola via.
Satan Aleppe
L'appuntamento era per le 23, di quel venerdì 17, sotto la quercia dell'affogato, nei pressi del lago di Nemi.
All'annuale raduno dei satanassi e delle megere potevano partecipare maghi, cartomanti, indovini, guaritori e preti spretati. Tutti dovevano presentarsi con la testa rigorosamente rasata a zero, dovevano portare occhiali neri e una collana di peperoncini intorno al collo.
Ciascun partecipante poi, dopo i convenevoli di rito e le reciproche maledizioni, indossata una lunga tunica nera e col viso coperto da una calza scura, appartenuta ad una vedova bianca, prendeva posto su alcuni sgabelli, soprannominati scrofegni, proprio perché a forma di porchetta e con le quattro zampe di capra.
Dopo la mezzanotte, a nessuno era più consentito l'ingresso, neanche ai santi... pardon al diavolo, perché si dava il via alla lunga cerimonia.
Come da programma, tutto iniziò col "rito del culinario", un banchetto, a base di alimenti piccanti, così composto:
antipasto misto con salamella alla brucio-allano (volgarmente detta "me saprai dire domani"), apprezzata anche dal Manzoni il quale, interpellato un giorno sulla bontà di tale alimento, proferì la famosa frase: "ai posteriori l'ardua sentenza";
ovoline di bufala affumicate sull'impiastro infernale;
olive nere abbrustolite nelle fiamme del purgatorio;
bruschette alla papè-satan-aleppe con aglio, oglio e zella di pipistrello;
ascelle di rospo in brodetto;
caprone castrato con mattoni roventi o, in alternativa, porchetta all'arrosolino pilo.
Il tutto scrupolosamente annaffiato con dolcetto della 'ndrangheta, rosso di Fontana di Papa e Vin Santo.
Quindi insalata di peperoncini all'oremus e, per finire, cruschelle dei tre satanassi. Inutile dire che non erano ammessi astefumi.
La cena fu allietata dal celebre quartetto messicano "Vamos a Los Diablos" che eseguì opere pie, polche e danze della ventresca.
Infine, quando tutti furono alticci, rossicci e attrippaticci, entrò "'Papè O Sultan" il gran satanasso d'Oriente di origine napoletana, con la mano destra cornifera e, con nella mano sinistra, il vangelo secondo la smorfia.
Fu quello il momento chiodo della cerimonia.
Dopo un lungo silenzio di tomba etrusca, l'officiante, indossato un lungo manto color rosso scorpora, creato ad occhio dal mago Satan-Arman, proferendo parole ermetiche come alezzup, zuffette, sniffete, loffete ed emettendo sonori peti incandescenti, cosiddetti zolfanelli, avanzò dando i numeri e, raggiunse l'ara pacis di pietra lavica, posta in fondo ad uno stanzone, seguito da tutti.
Nel frattempo, due assistenti trascinavano una cicciona incappucciata e incatenata, il cui corpo nudo sarebbe dovuto servire da coperta per l'altare.
Giunti in un punto indicato da una ics, stesero la donna per terra con un cazzotto. Il celebrante le tolse il cappuccio e cominciò a spogliarla lentamente, lumacando bava dalla libidine.
Quando la tizia fu nuda, ciascuno dei presenti venne invitato a toccarla, proferendo nel contempo ingiurie al suo indirizzo, al fine di creare un clima di eccitazione e di erotismo.
Quella donna, bella per antonomasia e sconcertante, aveva il viso paffuto contornato di brufoli e punti neri, i seni turgidi e grinzosi sprizzanti silicone, le gambe magre con bozzi e ficozzi di cellulite.
A questo punto, direi virgola, qualcuno tirò fuori un gatto nero spelacchiato e rognoso, da un sacco, e gli attaccò una miccetta accesa, sulla coda. L'animale, dopo aver saltato a destra e a manca, come una furia, graffiando e morsicando le caviglie di tutti i presenti e provocando loro una sorta di orgasmo felino, si diresse verso il camino acceso e avvampò di collera, fulminando con gli occhi di bragia coloro che lo guardavano.
Ad un tratto una voce dal fondo della stanza annunciò l'arrivo, come sempre in ritardo, di un ospite di riguardo, tal Dalemonio da Lecce che incedendo verso l'altare sbavava rabbioso e malediceva i presenti con la mano manca, accompagnato da una delegazioni di sinistri (consiglieri infernali).
Gli veniva appresso il Ventrone, segretario del sindacato dei produttori di soppressata, noto per la sua passione per il cinema a manovella e per i film a luci rosse, seguito, a sua volta, da una certa sig. ra Pelandra, accompagnatrice del Dalemonio che, per ragioni dietetiche, si nutriva con ghiande della quercia di Benevento e si arricchiva con gli oboli dei fessi indefessi. Essa, chiamata pure Ella, come tutti quelli che non capiscono un cavolo, ma solo quello, era la responsabile del ministero dei beni ambientali dell'averno.
Non poteva mancare il terribile eunuco Rutealeppe, soprannominato fregnaccia, per i miracoli che nessuno aveva mai visto, ma che lui si vantava di aver fatto quando era amministratore del Comune dei trallallero trallalà, una famosa popolazione di quaquaraquà discendente direttamente dalle scimmie romolette.
Rutealeppe era stato il padre spirituale dei Verdi, l'ideatore dei parcometri infernali, il dirottatore dei pellegrini dell'anno santo all'anno sabbatico, il creatore dell'arriccometro (uno strumento per arricchirsi con tiri mancini e trovate sinistre). Ma ecco che il sacerdote officiante, nel mediaset della celebrazione, gettò via la maschera e disse: "Miei sinistri figli, mi rammarico con voi perché siete ancora troppo bravi ragazzi per poter competere con gli adepti della casa delle libere diavolerie.
Perciò, per adesso, non avrete ricompensa alcuna e non godrete della vista del gran maestro d'Arcoriente Lucisilvius, né potrete frequentare Casini, se saranno riaperti, né berrete Buttiglioni di acqua infuocata, ma a stento, vi sarà concesso di assaggiare salamini piccanti tagliati Fini. Inoltre, per penitenza, sarete condannati a subire Sgarbi quotidiani, e a seguire giornalmente il Panzalucco delle otto e mezzo.
Quindi si aprì il mantello e mostrò loro un grosso pipistrello dicendo: "E adesso avvicinatevi e osservate l'uccello". Tutti quanti corsero curiosi a guardarlo; alcuni lo toccarono, altri lo baciarono pure.
Quand'ecco, sul più bello, volò via l'uccello.
Dopo di che l'officiante diede inizio all'orgia infernale. Si spensero le luci, s'accesero i fanali e ciascuno dei presenti scelse il proprio partner per il sabba, che s'iniziò quand'era già domenica.
Al buio, ogni cosa semplice diventò complicata e alcuni, nel tentativo di non cadere si aggrapparono alla prima cosa che capitò a tiro.
Intanto uccelli inquietanti volavano bassi e s'infilavano dappertutto. Un odore di otto marzo si sparse nell'aria satura di canne, alcune persino mozze, altre tonanti.
Alla fine tutti caddero addormentati, sbrindellati, contenti e posseduti da una comune frenesia sinistra, quella di non essere di destra.

Un passo dietro l’altro,
lento,
disegnando l’orma
mentre l’onda schiva arriva, poi si ritrae
e la sua voce lascia spargersi nell’aria.
Dolce il bacio, tiepida la mano
mi sfiora,
s’intreccia alla mia,
mi porti nel caldo dell’amore,
mi stringi, m’abbracci.
Mi sottrai alla fresca brezza
che scompiglia i capelli,
nella calma del silenzio
che dipinge emozioni.
… E gode l’anima!…
che più non suoni.
dietro il velo,
che accenda
L'insopportabile dolore di vivere,
assenza della pioggia solo vento,
cerchi un raggio di sole,
gli occhi sono stanchi della notte.
A volte vorresti accostare
e vomitare tutta l’amarezza che hai dentro,
a volte vorresti accostare
chiudere gli occhi e arrestare la corsa.
Poi entro in te,
rosa tra le orchidee
che dolce accarezzi l’anima
posando la tua mano in petto.
Sta arrivando il temporale
chiudo la finestra fa freddo,
ancora non ho trovato cosa sto cercando
mai lo troverò
ma la ricerca non è mai vana
mi coglie sempre vivo.
Poi ci sei tu
geranio del terrazzo della mia vita,
mi prendo cura di te,
ricomincio a disegnare arcobaleni
hanno il tuo sorriso,
ricomincio a vivere
l’io diventa noi,
tutto il resto non conta.
E' un impulso che scorre
Sbalza disfà e sobbalza, lontano
Ghermisce i legami, rilanciano
Indulge e trae attenzione
Volge, rivolge alzando quel poco
Dischiude le gemme
Inspira il respiro, lento
Lento, lento lentamente
Toccando e sfiorando
In dolce lieve, così indulgente
Quella linea di memorie
Annose, brevi, antiche.
Il cuore danza, brilla
La pelle celebra ed elogia
In urla s'agita e rimesta
Nel recupero, ascolta
Ascolta quel silenzio
Nel silenzio dovuto
E' dovuto, il silenzio.
E quando scende la sera
che sento il cielo
e tutto ciò che è
il tuo pensiero.
Mi porto dentro
tutto il luccichio
che accende e spegne
la mia nostalgia.
E' quando scende la sera
che un rumore lieve
agita le foglie,
una preghiera tace.
Sposto le stelle
ma tu non verrai.
Persone maestre nel dare buca
le trovi al tavolino di un'altra ragazza in gabbia
Gli ordigni sotto le sedie di plastica
che non sanno contare per esplodere
fa prima a saltare in aria chi ci sta sopra
abbandonando strani vuoti e stimoli
di carta che pensavo fosse piombo
o carne o pesce per il re
Gli ori delle caste vanno a zonzo con le mani degli sbadigli
La mattina chiamo l'architetto del tempo
e mentre aspetto sulla riva del mare,
ogni sorta di male sparisce all’istante.
Ora tutto è diverso il tempo è volato,
riprendo i fogli di ieri e leggo ogni sorta
di cose parole volate e s'allunga la sera
ora il vecchio vestito rimane sgualcito.
M’appresto a pensare e mentre aspetto
resto a guardare il fluire dell’acqua,
il lento divenire mi fiacca la mente.
Ora ricerco solo silenzi e contemplo
il creato, ascolto il ruscello che scende
veloce, l'usignolo che canta e provo
emozioni,non ci sono parole solo silenzi.
ormai te sei appiattito
nun arzi manco un dito
sei n’ crisi caratteriale.
Che te sarà successo ?
me chiedo e me stupisco
s’è rotto anche il disco
che mi cantavi spesso.
Dicevi, amore usciamo
annamo co li amichi
ne li locali pubblichi,
vedrai ci divertiamo.
Venni con te entusiasta,
de questa decisione
nun feci opposizione
l’amore è amore e basta !
Poi te prennesti tutto,
er pegno del mio amore,
te sei pijato er core,
er corpo soprattutto !
Mo nun te va d’uscì
nun voi manco ballare
nun posso immaginare
che amore ti avvilì.
E che te posso dì,
risposi deglutendo,
te sto solo dicenno
che nun me va d’uscì !
Allora sai che faccio ?
Si nun te va de moverte,
me vesto e me ne vado,
nun capita de rado
cor “digiuno” de riprendette !
solo tu
sai farmi galleggiare
come barca in mezzo al mare
Tu,
solo tu
sai farmi appassionare
come un gelato da leccare
Tu,
solo tu
sai farmi emozionare
come un esame da superare
Tu,
solo tu
sai farmi incavolare
come un broccolo da lessare
Tu,
proprio tu
sei il mio contorno
e niente più
Mi han detto che frugavi nel vuoto dei giorni,
nell’incupirsi delle tue notti,
desideroso di arrivare a me.
Eccomi, sono qui...
sempre lo sono stato, ti seguivo.
Viaggiavo silenzioso
nell’eco di parole dimenticate
o per te tutte uguali.
Nei ricordi ed emozioni da te ormai lontane,
cercavo di prendere forma, consistenza.
L’amore viaggia con te
anche quando non te ne accorgi.
… Sentimi…
Entro, mi accuccio al caldo del tuo cuore,
dipingerò in te i colori delle albe più belle
e sarò di nuovo fuoco al tramonto.
… Lì rimarrò, non cacciarmi!
Guarda…
sono il riflesso di questa luna nuova,
la luce che t’abbraccia al mattino.
Ti farò sognare negli abbracci teneri,
metterai ali al tuo cuore.
Guardami...
sono il volto dell’amore,
vivo da sempre in te, intorno a te.
Ed ora dimmi,
è vero che mi senti, che mi ami?
… Dimmelo!...
fra papaveri e camomilla
divertimento di giovani fringuelli
incuranti dell'oro che cola
abbracciate da piccoli rivoli
ingabbiati dai contadini
per dissetare il loro crescere
ombreggiati da acacie e robinie
verdi e stanche
al passare di podisti in cerca di sollievo
nelle ore colanti
d'umidità distinte
Si ascolta volentieri l'ondeggiare
il brontolio di un temporale futuro
senza poter vedere il limite dell'estate
indovinare
quanto potrà ancora dare
a quelle spighe
a quei fringuelli
a chi passa per caso
a quei podisti
a chi si nutre di loro
donando alimento e vita
per portarsi in quei campi
rivivendo ogni volta la gioia
di nuove vedute
nuovi racconti dai loro figli











