Rosa di pietra
all’alba appari
quando il sole si affaccia
dai monti d’oriente.
Rosa è l’algido manto,
rosa la dura roccia
delle guglie svettanti,
rosa è l’aria d’intorno.
Gole, anfratti, dirupi,
celano il nero della notte.
Dall’Anzasca, l’eco di campane
annuncianti il giorno.
Ombre di antichi Walser
salgono il sentiero del bosco,
il dardo impietoso
fermerà il maestoso cervo.
Tenue si leva il tuo viso
come un armonico ricordo
illudendo il sommesso pensiero
sfuggente come una preghiera
che lascia tracce spoglie
in fondo all'anima
Persa nel tacer del sole
è la tua immagine
una nota ignota
ninnata dal vento leggero
che attraversa le pagine del tempo
e senza ristoro, mai si riposa
E gli anni
come foglie d'autunno
continuano a cadere sulle parole
ancora vive di profumo
di quel profumo di calde sere
che sostano sulla soglia
sempre in cerca del tuo amore
Lascia ch’io beva fonte,
nel cavo delle mani
ho fretta e già domani
sarò di là del monte
Fonte: “ Perché non vieni coll’anfora antica
Come le donne giù dalla collina?
Perché non resti nella valle amica
almeno un poco ?‘ Forse domattina
per la tua sete, non troverai niente.
Di là dal monte è brulla la contrada
nei campi non germoglia la semente
e sarai solo tu, il sole e la strada.
Ti sovverrai di me e sarò lontana.
Se tu mi avrai raccolta nell’orciòlo
allora proverai la virtù arcana
della mia linfa,allora, allora solo”
Amica ho già bevuto a cento fonti
in riva al mare azzurro, sorridente
di spume bianche… vuoi che ti racconti?
C’eran nuvole rosse giù a ponente
e vele esili,aguzze,verso il cielo
e son partita.Bevvi in mezzo al bosco
ed era un’acqua fresca come il gelo.
Eran ville e paesi.Non conosco
Il loro nome.So che c’era un alto
cipresso cupo, un casolare antico
un cielo terso del color di smalto,
un viale ombroso, un poggio aulente aprico.
Lascia ch’io beva fonte
nel cavo delle mani
ho fretta, e già domani
sarò di là dal monte.
Si m’hai lassato che ce posso fare,
me magnerò un poco de sapone
pe fa le bolle e pe nun parlare
de la stranezza della situazione.
Che poi, a ben vedere, c’hai ragione,
riuscivo solo a fatte annoiare,
parlavo tanto dell’ammirazione
c’avea de te, pe fatte tanto amare !
Nun ho preteso gnente de speciale,
amavo tanto con te dialogare,
du o tre battute in tono amicale
sol per cercare di impressionare.
Eri granne, eri magistrale,
nun me pensavo che forse pe natura,
nun afferrassi er senso assai banale
d’una battuta, antica addirittura.
E là sbajai de novo a giudicatte
Credetti solo che mi riprendessi,
invece le soluzioni tue più adatte
furono che de te me dimenticassi.
Sei tanto intelligente, o donna mia.
Pe questa soluzione sono grato,
dimenticatte nun è una follia.
Er tuo nome…già lo ho obliato.
Questo vor di che in tutta vita mia
d’intelligenza mai mi fiderò,
a meno ch’essa nun sia
la mia…co e donne proprio nun ce stò.
Sono tornato a casa sai
per chiudermi in quella stanza
in tutta fretta e vedere se potevo ripetere
quanto fatto per caso davanti a te
Su avanti di chi è l'armonica impolverata
che lascia intendere di voler raccontare la sua storia?
E chi ha inventato quella marcia là fuori
con quella sua geometria cristallina impopolare?
Chi canta là fuori non è invecchiato per caso:
è stata colpa di chi si è sentito un vuoto insolito
tutto d'un tratto, coi sentori di una fine
per un solo orecchio per un attimo discostato
Non importa chi sei stato per me
in quei pomeriggi rigonfi di simbiosi varie
in cui ti abbiamo costruito
per poi smontare noi stessi e trascinarci di città in città
E poi sai com'è
basta spesso un solo sbaglio
(di interpretazione, traduzione o seduzione)
per fare qualcosa di unico da contaminare dopo
E' bastato un soffio per sparpagliare i provos
così maledettamente esagerati
coi loro spiriti anarcoidi e i muscoli tesi
E' bastato un soffio, sì
Tempo che cambia in un'eiaculazione precoce
lì usa e getta come il suo preservativo
come la fame rimasta per un inganno del cervello
quando si mangia troppo in fretta
Ricordo ancora quando il cronista del giornale locale
ci intervistò e noi, frustrati non sapendo bene per cosa,
rispondemmo che era colpa di questo e di quello
(cose talmente generali che nemmeno visualizzo più)
e ricordo come diventammo tutti "alternativi"
con quelle tute grigie (ad un certo punto sformati d'asfalto)
per cercare un'opera che fosse veramente nostra
ma in verità partorita dal solito utero affittato
E quello là che fa il suo blues (andrebbe bene qualsiasi altro termine),
i nostri personaggi portati nell'anima
per via di un difetto di pronuncia
ci sono appartenuti in un modo un po' contorto
Quella che poi scappò là in Belgio,
il presente da formalizzare con un'iscrizione ufficiale
e gli strumenti scocciati per quanto nuovi
ci facevano piangere dal ridere raggomitolati sotto ai tavoli
E guarda che in fondo erano solo indagini di mercato
tutte quelle cose simpatiche che ci offrivano
per festeggiare le svolte storiche
ed in qualche modo redimerci
Screziati e tarocchi come siamo
direi che quello là ci sta strizzando l'occhio
perché ha capito tutti i ricordi che abbiamo
che descriveremmo (alla rinfusa)
come patetici rimedi dell'ultimo minuto
per divertirci davvero anche se per poco
Brucia il tuo sguardo come un’arma
Le parole si dissolvono e la voce
Al ronzio di libellule arrivi e
di misteriosi guizzi e tuffi attrici,
lunghi i capelli e confusi a volte,
tra anemoni e coralli,
in turchine e verdi acque del creato,
a volteggiar leggiadre.
Son lí da sempre,
ad incantar gl'ignari,
sempre cantando,
del mar le meraviglie,
e di ancor nascosti tesori,
a risvegliar la cupidigia,
di tanti e piú.
Con suoni e voci,
di melodiosa forma,
suadente quanto basta,
a perder l'intelletto,
e gettarsi nel blu profondo,
senza piú scampo.
Esse temevan solo,
reti ad imbrigliarle,
e arpioni a dilaniar le carni.
Nemico era l'umano,
da un tempo indefinito,
che nella notte dei tempi,
si disperde.
Ma da allora,
è cambiato il mondo.
Non piú vascelli
di legno scricchiolante,
con grandi vele
a catturare il vento.
Non piú temerari
ed animosi equipaggi,
di valenti e coraggiosi capitani.
Oggi,
quest'oggi amaro,
porta natanti,
si ma,
carichi e malconci,
di troppe anime e bisogni.
Volti emaciati,
assetati,
pance vuote
e sguardi assenti.
Venuti da lontane terre,
da miseria e campi sterili.
Madri coi bimbi al petto,
a sognar di vita,
a sperar di possibile futuro.
Sotto un sole,
che secca anche i pensieri,
e notti fredde che segnano la pelle.
Cosí ammassati,
gli uni agli altri,
con unisoni respiri,
con sensibili speranze.
Cadono a volte o son gettati,
nel blu profondo,
da chi non tien conto della preziosità,
dell'umano esistere.
Bestie senza nome
e senza Dio.
E i flutti chiudono,
sulle innocenti vite,
le schiume di tempesta.
Grida e suppliche si lèvano,
ma invano.
Scendono i corpi esanimi,
con le braccia inerti,
giù negli abissi,
da smorfie di terrore
accompagnati.
Attonite stanno,
finànco le sirene,
di fronte a tanto scempio,
nulla potendo.
Solo spettatrici,
di tanto umano dolore.
Non cantan più di meraviglie...
Non farnetican più di tesori...
Solo, piangono,
tutte le lacrime di sale,
che gli occhi loro possono,
in tutte le notti senza luna...
in silenzio voglio entrare
e respirare ancora voglia
voglia di sfiorare
voglia di toccare
voglia di volare
nulla è come noi
senza perdere alcuna goccia
di quella magia
voglio ridipingere
voglio rincontrare
voglio rivedere
peregrinando tra le scelte
intrecciando passato e futuro
legando anima e corpo
voglio stringere
voglio assopire
voglio immergere
questo lento silenzio
in esplosione infinita
di schegge di noi
PRIMA DI DORMIRE
LE CONTO, LE SPINGO
NEL RECINTO ALLA VISTA
CHE SEMBRAN CAPIRE
SENTO IL TRANQUILLO
CHE ARRIVA A LENIRE
QUESTA NOTTE DI FINESTRE APERTE
DI AFA A NON FINIRE
NON BASTA LA LUNA TUTTA INTERA
A FARMI GIOIRE IN QUESTA AVVENTURA
PERCHE' DI AVVENTURA SI TRATTA
SE IL CORPO NON DORME E RIPOSA QUANTO DEVE
DIVENTA COME IL FIORE
CHE APPASSISCE, SE NON BEVE
GLI OCCHI DIVENTAN PESANTI
IL NERO ASSOLUTO
GRAZIE DI TUTTO
MI SON ADDORMENTATO
Me so sbajato.
C’avevo er foco agli occhi e ho creduto
fossi l’amore che avea sognato
quel che nun avevo mai posseduto.
Me so sbajato.
Io me specchiavo in quegli occhi veri
In essi me sono beato
‘nsapevo gnente nun fossero sinceri.
Me so sbajato.
Nun me dicevi d’amamme,
e te ne sono grato,
nun volevi de fatto ingannamme.
Me so sbajato.
Tu me mettesti subito er guinzaglio,
visto che ormai ero bello che annato,
ero rimasto ormai senza orgojo.
Me so sbajato.
Poi te mostrasti comm’ eri fatta,
e ne rimasi quasi inebetito,
su ogni frase eri circospetta.
Me so sbajato.
Se puro pe disgrazia te scherzavo,
co le frasi di amor alato,
in un affronto mi barcamenavo.
Me so sbajato.
Io te lo dissi che avevo gigionato,
che per amor ti avevo dileggiato,
tu me mannasti a morì ammazzato !
Me so sbajato…
Ma non sbajerò mai più
si nun sarò giammai considerato,
nun ricadrò in tale servitù.










