Noi,
e lo sfondo spento
di un cosmo ormai invecchiato
nella lenta agonia dell’antica verità.
Noi…
…mossi, da sterili buffoni del disprezzo
che aumentano la forza del declino.
Tranquilli, stanno appollaiati sull’indifferenza,
preoccupati d’inculcarci e confermarci
l’inutilità del Dio,
spegnendone gioia e ilarità.
Sotto insalubri esalazioni
di bollente smalto,
van rubando alla terra
le chiare ed originarie sue sorgenti.
Su enormi macerie nere
i corvi, aspettano bambini,
avvelenati e deformati
da diossine onnipotenti,
che impetuose scatenano oceani di pianto.
Han reso marcio il dolce miele
e la verità è così lontana…
…Siam la fine di noi stessi!
Ma non posso ,
no posso più declamare l’insensato!
Non possiamo più
accompagnar tanta menzogna!
Dobbiam diventare ghiaccio
che resiste al falso fuoco
e ridisegnare il gran progetto!
Oh, miei cari poeti , dolci angeli terreni,
dobbiamo uscire fuori…
…per non perire…per non perire!


9 commenti
senza timone,
senza appigli né ormeggi,
al largo di un mare sconosciuto.
cerco un faro,
senza appigli né ormeggi,
al largo di un mare sconosciuto.
cerco un faro,
cerco un fascio di luce per ritrovare la via,
il porto,
il rientro,
l'attracco...
il porto,
il rientro,
l'attracco...
poi ho capito.
il faro devo essere io,
io e nessun altro.
ho capito che devo fermarmi,
smettere di remare disperatamente,
smettere di affannarmi,
di sprecare fiato.
e piantarla di girare intorno ad onde nulle
e lasciare i remi
e restare immobile...
smettere di affannarmi,
di sprecare fiato.
e piantarla di girare intorno ad onde nulle
e lasciare i remi
e restare immobile...
è necessario fermarmi per capire dove sono
e darmi il tempo di abituare gli occhi a questo buio
fosse anche solo per regalarmi un'altra possibilità...
Pergamene d’aurora
biancheggiano come gabbiani
fioriti in grembo alla marea.
Fragili coriandoli di luce
sporcano d’arena il molo,
sembran onde di riccioli canuti
spuma di gemme del solitario ricordo.
L’animo s’impiglia silenzioso
in pergamene d’aurora,
zagare di vento orchestrale
intrecciano cristalli d’aghi d’abete,
un condominio di conchiglie variopinte
orla le mie vesti tremule d’organza blu
e nell’acquerello d’un fagotto di cuor
abita il canto infinito del dolce universo.
biancheggiano come gabbiani
fioriti in grembo alla marea.
Fragili coriandoli di luce
sporcano d’arena il molo,
sembran onde di riccioli canuti
spuma di gemme del solitario ricordo.
L’animo s’impiglia silenzioso
in pergamene d’aurora,
zagare di vento orchestrale
intrecciano cristalli d’aghi d’abete,
un condominio di conchiglie variopinte
orla le mie vesti tremule d’organza blu
e nell’acquerello d’un fagotto di cuor
abita il canto infinito del dolce universo.
Arriva il grugnito di un terrestre
tuono. Ha perso le rose bianche del suo grembo,
non può essere altrimenti, è così rude alpestre
nell'abbracciato suono.
E no. No. Troppi gli aggettivi, siamo fronzoli,
ne ho abbastanza del capino reclinato sui cuordalisi.
Cercavi, ginepro mio, del grigio ferro
e sei perciò rimasto nell'aria così poco - tu, sei deluso.
E no. No. Troppi gli aggettivi, siamo fronzoli,
ne ho abbastanza del capino reclinato sui cuordalisi.
Cercavi, ginepro mio, del grigio ferro
e sei perciò rimasto nell'aria così poco - tu, sei deluso.
“Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti / arrivederci fratello mare / mi porto un po' della tua ghiaia / un po' del tuo sale azzurro / un po' della tua infinità / e un pochino della tua luce / e della tua infelicità.”
Nazim Hikmet, 1951
Quando
le onde
del mare
s’infrangono
contro il vento,
e le lacrime ignare
s’innalzano altissime
quasi fino alle nuvole,
la mia paura è di già
densa e grumosa.
Non posso più
vivere
senza
esser
capace
di leggere
le percezioni
degli elementi,
e non voglio più
essere il soggetto
di frasi spezzate.
Lo stato d’animo
di quell’attimo
che sempre
sfuggiva,
ora lo so,
non era
altro
che
il respiro
ansimante
del mare.
Perché
è solo
nell’acqua
che si riesce
a distinguere
il riflesso
del sole.
“Anche se percorri la terra tutta intera, non imparerai mai tante cose quante ne imparerai dal mare. Non troverai mai pace se non sul mare, che da parte sua non ha mai pace.”
Pär Lagerkvist, 1962
‘Nc’avemo manco i sordi pe campà,
semo ‘n Calabria che potemo fa !
Ma nun ce lagnamo, semo contenti
pe le bellezze che sono presenti.
C’avemo er cielo, er sole e er mare,
n’avemo artro da argomentare.
L’alba e er tramonto son da incorniciare,
solo un Maestro le riesce a pitturare.
Celeste e giallo come er cielo e er grano,
so li colori de la prima mano
quanno er sole s’arza ogni matina
e s’adagia tra essi pe dà na sbirciatina.
C’è pure er rosso in tutto questo oro
che è der sangue de tutti coloro
che morirono a causa del lavoro
in terre assai lontane, come tanti,
sto a parlà dei nostri emigranti.
Er mare è er fiore all’occhiello,
che dire solamente che è bello,
vor di esse cecati come Omero
e scrive in modo poco sincero.
La luna poi dipinge le atmosfere
trovando fra le sue mille scogliere,
l’anfratti che l’innamorati,
cercheno come gli assetati.
Io vivo qui, nun me ne vojo annare,
ner regno de Nausicaa rimanere,
me basta poco ! E poi posso giocare
cor cavalluccio, de casa in questo mare.
semo ‘n Calabria che potemo fa !
Ma nun ce lagnamo, semo contenti
pe le bellezze che sono presenti.
C’avemo er cielo, er sole e er mare,
n’avemo artro da argomentare.
L’alba e er tramonto son da incorniciare,
solo un Maestro le riesce a pitturare.
Celeste e giallo come er cielo e er grano,
so li colori de la prima mano
quanno er sole s’arza ogni matina
e s’adagia tra essi pe dà na sbirciatina.
C’è pure er rosso in tutto questo oro
che è der sangue de tutti coloro
che morirono a causa del lavoro
in terre assai lontane, come tanti,
sto a parlà dei nostri emigranti.
Er mare è er fiore all’occhiello,
che dire solamente che è bello,
vor di esse cecati come Omero
e scrive in modo poco sincero.
La luna poi dipinge le atmosfere
trovando fra le sue mille scogliere,
l’anfratti che l’innamorati,
cercheno come gli assetati.
Io vivo qui, nun me ne vojo annare,
ner regno de Nausicaa rimanere,
me basta poco ! E poi posso giocare
cor cavalluccio, de casa in questo mare.
Scava impietosa la lacrima
sua la sorgiva muta sviscerata
malinconia tesa a camelia aperta
su cui posar lieve percezione
tocco mosaico di caduco alare .
Spezza nel dolore l’assenza
pianto riservato al solenne
dolore imperioso e stinto
con gioiosa grida di parto
dalla vita aggrappato al fato
verità che al celato si finge.
Cieca coglie il familiare suono
la riva del divenire ascolto
tintinnio d’universo stravolto
in coro a richiamo d’incolto
mistero gesto inespresso.
Sorride nell’impeto, il verso
lui che non conosce porto,
faro a cimelio risorto
sull’inutilità del morire deposto.
E’ suo il sentire acuito
il tempo gioioso di sé,
l’amore dal dolore richiamo
miracolo a riflesso pieno
nel più intimo appello
flebile fiamma senza coraggio.
Annega nell’anima la scelta,
arduo percorso di svolta
frammento impazzito d’eco
come a dedicar venia al gesto
nel rimanere muto
disperato gelo.
L’impeto di ribellarmi!
Potessi mutarmi in te,
prendermi la tua sorte,
gioire del sole…del pane,
Non soffrire più!
Il ricordo di quella promessa
fatta sull’acqua della vita,
come lama tagliente
mi attraversa il cuore!
La mia vita è ormai danza
di giorni malinconici,
di versi freddi, senza passione.
Eppur…avevamo imprigionato
il sole in seno al nostro cuore.
Eppur... nessuna foglia allor cadeva,
benché, tutte morissero...
...non più, non più ora!
.
Potessi mutarmi in te,
prendermi la tua sorte,
gioire del sole…del pane,
Non soffrire più!
Il ricordo di quella promessa
fatta sull’acqua della vita,
come lama tagliente
mi attraversa il cuore!
La mia vita è ormai danza
di giorni malinconici,
di versi freddi, senza passione.
Eppur…avevamo imprigionato
il sole in seno al nostro cuore.
Eppur... nessuna foglia allor cadeva,
benché, tutte morissero...
...non più, non più ora!
.
Acquerello di passioni
son quegli occhi tuoi innamorati,
amache di stelle all’imbrunire,
castagne d’autunno sferzate,
crini d’orizzonti nel vento accoccolati.
Comete di gerani lacrimano alfabeti,
riccioli di luna sciolgon briciole di gelo,
le nuvole zucchero d’ardente grano assaporan,
un solstizio di conchiglie culla la marea silenziosa
ed io stringo felice la tua mano nell’argenteo tempo.
son quegli occhi tuoi innamorati,
amache di stelle all’imbrunire,
castagne d’autunno sferzate,
crini d’orizzonti nel vento accoccolati.
Comete di gerani lacrimano alfabeti,
riccioli di luna sciolgon briciole di gelo,
le nuvole zucchero d’ardente grano assaporan,
un solstizio di conchiglie culla la marea silenziosa
ed io stringo felice la tua mano nell’argenteo tempo.
Ricomincio da capo
ricomincio a guardare
i paesaggi ondulati
forse non ho mai smesso
ma ora mi appaiono
luminosi profumati
luminosi profumati
e danzanti di api.
Intensi frizzanti e pieni di luce.
Mi basta respirare
e mi riprendo
le robinie in fiore
a grappoli bianchi e profumate di miele .
le robinie in fiore
a grappoli bianchi e profumate di miele .
Ovunque spezzano i ricordi.
Un sottile richiamo mi desta
e s'innesta
un rosa striato confetto nel cielo
e mi fa festa.

un rosa striato confetto nel cielo
e mi fa festa.

« Nessun occhio infatti ha mai visto il sole senza diventare simile al sole, né un'anima può vedere la bellezza senza diventare bella. »
(Plotino)
Sottili come il filo di pioggia
che attraversa la nebbia
fino a toccare la terra,
così i tuoi capelli,
fragili e quasi
impercettibili,
si fanno traccia
del tuo passaggio.
E io seguo la tua scia,
e per il corso del tempo
e dentro ai tronchi di cono
di questo smisurato
campo visivo,
diventi tu
tutto lo spazio
di cui ho bisogno.
Sei l’universo come
lo immagino io,
che sono
ancora
pargolo
e innocente:
che sono il tuo
bambino bizzarro.
Lo so che stai a soffrì, sei ‘na lagna
quanno a pupetta grida e nun magna,
quanno je cambi puro er pannolino,
ed hai da sentì er profumino.
‘O so che sono solo finzioni,
nun sono vere ste lamentazioni,
ce fai solo a voler mostrà
tutto l’ amore che voi esternà.
E che nun ce lo so, so nonno anch’io,
de vecchia data e ringrazianno a Dio,
tutto l’amore che j’ho donato,
sembrava veramente esagerato.
E invece no ! E’ er frutto de ‘n amore
che s’esprime co tutto quel calore
de chi è padre e madre pe du’ vorte,
perché cosi decise la su’ sorte.
E nun me fa parlà, poetessa mia,
nun posso ‘nsegnatte quale amore sia,
a te che lo colori ogni giorno, oltre che Viola,
d’arcobalen parabola.
E amore così granne nun se trova,
de quello che te fa sentire nova,
cor fine de sentitte anche tu,
mejo da madre e da sua gioventù.
E qui cominceno però ‘e tue pene
perché devi distribuire il tuo bene,
pe tutta ‘n artra vita ancora
quella che la tua diletta onora.
Io penso che tu c’a poi fa,
a dare amore in tale quantità,
sai descriverlo spesso, ogni mattina,
pe te è quasi quasi ‘na dottrina.
E se te dicono che sei vecchiarella,
nun t’avvilì e pensa ‘a pupazzella
che te se aggrappa ar seno, come su madre
e che sto gesto te farà felice.
quanno a pupetta grida e nun magna,
quanno je cambi puro er pannolino,
ed hai da sentì er profumino.
‘O so che sono solo finzioni,
nun sono vere ste lamentazioni,
ce fai solo a voler mostrà
tutto l’ amore che voi esternà.
E che nun ce lo so, so nonno anch’io,
de vecchia data e ringrazianno a Dio,
tutto l’amore che j’ho donato,
sembrava veramente esagerato.
E invece no ! E’ er frutto de ‘n amore
che s’esprime co tutto quel calore
de chi è padre e madre pe du’ vorte,
perché cosi decise la su’ sorte.
E nun me fa parlà, poetessa mia,
nun posso ‘nsegnatte quale amore sia,
a te che lo colori ogni giorno, oltre che Viola,
d’arcobalen parabola.
E amore così granne nun se trova,
de quello che te fa sentire nova,
cor fine de sentitte anche tu,
mejo da madre e da sua gioventù.
E qui cominceno però ‘e tue pene
perché devi distribuire il tuo bene,
pe tutta ‘n artra vita ancora
quella che la tua diletta onora.
Io penso che tu c’a poi fa,
a dare amore in tale quantità,
sai descriverlo spesso, ogni mattina,
pe te è quasi quasi ‘na dottrina.
E se te dicono che sei vecchiarella,
nun t’avvilì e pensa ‘a pupazzella
che te se aggrappa ar seno, come su madre
e che sto gesto te farà felice.








