che con la primavera sarebbe cambiato tutto
e il sole avrebbe brillato sempre nel cielo,
ma oggi sono solo e fuori piove,
tanto da sembrare novembre,
non me la prendo con il sole se alla notte va dormire,
ma con le mie lacrime che mi vogliono far morire.
Volevo fermarmi ad aspettare,
lo sto facendo, ora è l’unica cosa che so fare,
non è il momento di partire,
novembre dal mio cuore non se ne vuole andare.
Mi son fermato dal fioraio a comprarti dei fiori,
te li volevo regalare quando saresti arrivata
con la primavera, essa è arrivata,
ma tu non ci sei, li porterò in chiesa,
non so se servirà, ma ti dedico una preghiera.
Vorrei venire a cercarti al calar della sera,
sono pallido come una statua di cera,
ho bisogno del tuo sole che mi scaldi,
aspetterò quello dell’estate
lasciando passare la primavera,
tanto non sto sognando,
perché vivere è una cosa vera.

Tra veglia e sonno,
nel torpore del mattino
il tuo soffio dolcissimo
accarezza la mente e il cuore.
E' un dolce cullare
l'emozione che sento
ma anche il ristagno dei momenti
vissuti in una favola rosa
che mi fa apprezzare
questo convivio colmo di pace
immerso nella luce
che va oltre gli spiragli del tempo
donanti spire di sole
carezze di vento
qualche nuvola chiara
ad intrecciare le nostre essenze
in un pulviscolo d'universo
assorbito nella magia del sentimento
sospeso nella beatitudine gioiosa
vissuta attimo per attimo
della nostra vita
che scorre luminosa.
al centro di un vivaio che germoglia
c’è la vetusta via dei cento pozzi
policromia di luci sulla soglia.
Ma a destra e a manca della strada corta
quasi a ridosso d’angolo più basso
tondeggia ognuna buca incontro al passo
dal diametro ridotto d’una torta.
Son pozzi bui e dentro ogni passante
senza mai esporsi addosso con lo sguardo
vi lancia un desiderio secco in versi
e la parola levita all’istante
di miele dolce effluvio in gola a un bardo
che il vento spinge giù negli universi.
Da vivo non ricordo d'aver mai
guardato così i grappoli del tiglio -
dalla fronte alla luna
ove s'allarga la morsa del vento
Dentro le cime del giglio -a sera-
quando la foglia di Adamo oscilla
nell'abbandono del fiore, del figlio
Leggi la trama del mio risveglio
sul turbinio d'onda che cade al guanciale
La morte è al sicuro come i tuoi palmi
-custodia l'arsura del mio quinto mese-
se è stato infausto, il destino.
Non me la prenderò con i miei piedi,
se mi doleranno in certi momenti nel cammino.
Non mi fermerò ad ascoltare il mio passato,
continuerò andare avanti guardando il sole
che nasce ogni mattino,
lasciando le ombre che mi seguono,
al loro destino.
Sangue scorri ancora nelle vene
come fiume in piena
porta linfa nuova
ti sorregge anche lo sguardo
simmetria di un corpo
che vaga
nelle stanze chiuse e vuote
dove polvere s'annida
muri muti non ascoltano
risate infantili
ne aspirano profumo di biscotti
o odono colpi di lame sguainate.
vaga scorgi tra i vetri
quello che rimane di una vita condivisa
fai uscire lo stantio odore
che prevale su ogni cosa
quel che vale di un ricordo
e un abbraccio di bambino.
faro nelle intemperie,
contemplo il volto tuo scarno
ed una carezza scompiglia
la bianca tua chioma.
Ricordi lontani riaffiorano..
Solerte,di buon mattino,
una scia zuccherina
saliva nella stanza imbandita;
e l'odore del latte
nella gelida stanza
si diffondeva.
Profumo di sposa novella!
Le giovani mani
a rinnovare di bianco candore
frammenti di quotidiana vita;
il canto tuo melodioso
la fanciullesca inquietudine placava
e ogni dubbio svaniva nell'abbraccio materno.
All'imbrunire,
una preghiera
all'Infinito Amore;
e noi,fanciulli,
attendevamo trepidanti,
la tua benedizione,
oh madre mia!
ombra sul collo divori la mia speranza
ricordandomi la tua presenza in ogni dove
nonostante i nascondigli in cui ti infili
belva silente in attesa della preda
Il tuo regno ha un trono d'ossa
e fiumi di sangue in cui ti specchi
la tua vanità tramortisce ogni umiltà
ferisce la mia umana fragilità
annichilisce la mia esistenza di cui tu
crudele serva della fine ti prendi gioco...
“ Prendermi gioco? Pensi che ami scherzare?
Non sono la fine e nemmeno il tempo,
non prendo io le decisioni. E non sono mie
tutte le colpe, cosa posso farci se un pazzo
si fa saltare in aria massacrando innocenti?
O se un presidente in stato d’ubriachezza
scatena l’inferno dal cielo su una città
di gente inerme? E’ uno sporco lavoro
a volte mi piace, come quando raccolgo
le ultime confessioni di un’artista
altre un po’ meno, quando mi tocca
guardare nell’abisso del cuore dell’uomo.
Vedi di me l’astratto e mi maledici, sono l’eterno
che sogni, ma pensaci un attimo, è ciò che vuoi
davvero? Nel mio trono di ossa c’è il dubbio
e il nucleo di ogni percorso di tolleranza.

Quale confine
Passano le curve dei propri anni e non rammentano giorni caldi
che guardavano notti dileguarsi a lunghi addii
Non piangono a mattina quando si attutiscono rumori e luci della sera
dove un gatto -solo- chiede tempo all'amore
Siamo gatte, feline,
chiediamo amore al tempo ma è lui che comanda e non è la strada
non ci fa paura quella
ma sono i fossi a farci cadere -noi, su membra fragili
che si accartocciano al tempo d'una sigaretta-
Vedi, le luci creano ombre e viceversa
ma è quando il raggio si fa buio che nasce la distanza
e le notti piangono
come le donne.
spingevo le gambe fino a morire
pulsava passione
dentro il cuore gagliardo
nessuno obiettava tanto fervore,
striature perfette nel tessuto muscolare
con scatti severi
raggiungevo il traguardo.
Mi nutrivo del clamore
di padri e figli,
chiassosi come campane
quando ciò che lasciavo ai rivali
era la scia del mio passaggio,
tanto osannato dalle tribune.
Correvo come un baleno,
la mia ombra era il suo tuono
duecento metri di pura energia
di quella folla ne ammiravo il suono.
Anche nelle migliori favole, però
esiste il lupo cattivo!
l’etichetta unanime recitava “superbo”,
più un onere, che un aggettivo.
Beffavo i deboli in egual modo
tornassi indietro sarei diverso
adesso lo sono, ma fisicamente
ancora oggi penso
a quel ragazzo che guidava una sedia
e ovunque andassi era presente.
Mi annoiava quella sagoma triste,
venivo ammirato come suo idolo
storpio assillante: così lo chiamavo
tirando avanti passandogli affianco
per firmare autografi
alle donne che amavo.
Quanto splendore
nelle facciate di tutti i giornali,
il mio sorriso raggiava!
invece credevo che il suo fosse brutto
la mia espressione era truce
appena egli me lo mostrava.
Ho provato a cambiare,
ma il successo lo impediva
scattavo ancora, scattavo per primo
mentre dagli spalti, egli applaudiva.
“ammirate la grandezza dell’uomo
che ha fatto leggenda”
ovunque rimbombava costante
allora, l’adrenalina sfiorava le stelle
mentre egli soffriva,
rimanendo presente.
Ci furono cali d’ascolto,
dove nel profondo dimorava l’inferno
ma quel ragazzo buono e gentile
aveva fiducia nel mio grande ritorno.
Tornavo borioso, all’orizzonte
i pochi amici che avevo
supplicavano un miglioramento
“tratta bene il tuo prossimo”, dicevano
persino coloro dimenticati
nella mappa del firmamento.
Il fato ha poche parole
non implora come gli amici!
colpì duro e senza rimorso,
promise i peggiori giorni infelici.
Quella sera fu l’auto
ad accelerare oltre al suo limite
danzò come una ballerina,
sopra l’asfalto bagnato
dopo spettacolari capriole
scese giù nel dirupo
e quando mi tirarono fuori,
il mio arto destro rimase amputato.
Solo allora compresi
l’illuminazione si conquista col dolore
La cercai, attraverso grida lancinanti
e notti insonni, affogato dal sudore.
Non scatto più, non scatto per primo!
Toccai il piede rimasto,
pianse perché perse il fratello
dove siete vecchi amici?
statemi affianco
aiutatemi, con questo fardello.
Quel che vidi fu il niente
nessun soccorso al sorgere del sole
si aggiunse disprezzo alla mia condizione
la rabbia premeva il mio orgoglio,
con la protesi allora mi alzai
piansi un minuto ed entrai in azione.
“Non sto fermo, non ce la faccio!”
quei padri e quei figli
aspettano il Fulmine
guardo in alto e sgrano gli occhi
le nuvole nere fanno ombra,
sui posti vuoti delle tribune.
Nessuno ormai mi adora
assieme alla gamba perdo l’amore
gli ingegneri crearono la protesi
ma insabbiarono il vero dolore.
Dove sei? Io ti devo delle scuse
perdona l’arrogante che fui
il tuo sorriso mi darà la spinta,
ciò che serve per non cadere
seguimi ancora, seguimi ovunque
dopo lo sparo d’inizio,
la molla sotto il ginocchio
sostenta il corpo e fa il suo dovere.
Superato il primo, punto al secondo
e tu forse mi guardi da casa
raggiungo il terzo, affianco il quarto
rubando la sua posizione
davanti al quinto mi assesto
dammi una mano compagno
tieni acceso il fuoco,
della tua passata benedizione.
Non nasconderti al buio
fammi vedere il tuo viso
sono io che imploro,
colui che ho sempre deriso.
Quale folle destino,
ho dovuto subire
la gamba finta si spezza
così a terra mi fa cadere.
Non sono lacrime, né il male
a farmi contorcere
ma il sapore della vittoria
diventata un ricordo
la vista si annebbia dal pianto
si oscura la luce grazie a una sagoma
scaturisce un brivido appena mi dici...
“alzati e raggiungiamo il traguardo”.
Finalmente mio eroe, sei arrivato!
l'impossibile diventa realtà
hai sentito il richiamo
di questo povero indegno
il tuo abbraccio è poesia
allevia l’immane tragedia
i pochi rimasti sono estasiati,
dal coraggio abbagliante
che hai dimostrato
con forza a te sconosciuta
e smorfie che solcano le guance
mi sollevi, sulla tua sedia.
Un dono d’amore gratuito
con le mani assecondi le ruote
mi accompagni alla fine
e negli ultimi istanti,
i miei occhi inizi a fissare
la voce strozzata,
esce a strattoni
ora, l’idolo poco sensibile
ringrazia il giovane
che ha salvato il suo onore.
Siamo vicini alla linea
i giudici divengono bimbi
l’arbitro cambia espressione
i loro sguardi strabiliano
non osano interferire,
col nuovo campione.
Caro e unico amico
la giuria popolare sostiene
il tuo momento di gloria,
più di qualsiasi misero stolto
che si aggirava in strada
pronunciando vittoria.
Ansimi per condurmi all'arrivo
sono sereno, quanto estasiato
con fare umile e maestro
pronunci l’epilogo:
“ ricorderai a lungo il giorno
in cui un giovane uomo
ti indicò come valicare
le insidie dell’ego”.












