Sono solo come un piattino dell’elemosina,
che giace sul freddo marciapiede,
dove dentro vi sono posati spiccioli,
di amore donato.
Vedo solo buio che fin la notte,
ne ha paura e lo fugge, perché almeno
lei ha le stelle a fargli compagnia
e non vuole essere trascinata nella mia,
triste malinconia.
Anche la morte mi fugge,
perché non mi ha trovato vivo
e con se non mi vuole portare,
perché con la vita lei vuole lottare .
Solitudine mesta compagna,
di freddi giorni, ad elemosinare
un po’ di calore un po’ d’amore.
Dov’è l’amore che mi avevi promesso?
Forse non è mai esistito o non è ancora nato?
Solo un cuore freddo e disperato,
in questa vita mi hai donato,
dal momento in cui sono nato.
Un poeta maledetto,
che narra dell’amore,
quell’amore tanto sognato e desiderato,
ma mai concretizzato.
Disse un vecchio saggio:<<Uomini,
Di una magra stella nell'alba
Questo è il luogo delle mie parole,
dettate al fango delle caviglie,
come briglie mi guidano,
nel vento di scirocco, che ancora
schiocca e fa agitare il mare
e schiumare le onde.
Di sponde ne vedo solo una,
la seconda è in un altro continente,
sono l'isola che più non vedo,
il corredo degli occhi socchiusi,
prima della notte incombente.
Prendimi al volo mentre cado,
il modo lo conosci,
poi raccoglimi in una pozzanghera,
col viso rivolto alle stelle
e il sorriso che torna pieno,
ora che ti ho conosciuta c'è il sereno,
a farmi respirare aria nuova.
Le uova nella pirofila nuova di zecca
la zucca che sono stato compreso di parrucca
la cricca che ho incontrato
sapeva di muffa, truffa al cubo e zuffa decuplicata
la solita solfa si direbbe, ma ora c'è il nuovo mattino
e ha colori perfetti,
ho rifatto i conti e mi stanno stretti,
dei trecento confetti ne sono rimasti due,
ed è con te che voglio dividerli.
Il mio al pistacchio e il tuo zucchero verde pastello.
Anelo di mani sul viso
come farfalle intorno al nettare
leggiadre pagine
di lavoro di carezze
movenze tranquille
scrivono storie nel tramonto
feriscono anime
con schiaffi d'odio
strappano graffi di pelle d'amore
lacerano cuori
ma dentro ad esse
racchiusa e' perpetua valenza
di lavoro continuo
come fremito d'amore.
Il battacchio faceva eco di lamenti
mentre corse in volo di piccioni
adulteravano cielo e sue corsie
-patteggiava il sole l'ultimo raggio
con le prime rime di un temperato scuro-
Non so se le mani sanno stringerti ancora
come giorni a rimpiangere infanzia in sentimento
e nell'imbastire ventiquattro tocchi di silenzio, imbrunisco.
come sui prati primavera
che porta il vento d’orizzonte
come il suo sguardo
dove si posa,
sorso di primula
sorriso d’una rosa.
Ma se m’attardo
sui volti in questa strada
il sole tiepido non scalda
persiste l’ombra gelida
e la contorta scia
del graffio d’una spina.
Non bastano sue labbra
ferite a sangue
lo strazio dolce sullo stelo
lo sforzo
di mordere la luce
ché pervada.
Però un pallore diafano rimane
ebbro d’ostinazione
per me dono di brezza
il suo profumo.
nella fuliggine di un fuoco ormai spento,
muore quest’amore.
Nato incompreso,
cresciuto all’ombra di mille sconosciuti.
Muore ingannato da rapprese parole,
muore quest’amore,

soffocato da tirannici suoni,
non resta nient’altro che cenere
e un nugolo di stridenti parole,
tristi aggrappate in gola.

Fu dolce quell’ora
di magico incanto
d’abbacinanti luci
ed esaltanti tocchi di rosso fuoco:
-soffi suadenti adagiati al cuore-.
S’accesero coni d’azzurro
in un pullulare d’afflati
ed emozioni di caldi fremiti
inviarono a quella danza divina
ed avvolgente di treccia d’amore
irretente i sensi
in quel bagliore magnifico
che non arretra ma risplende.
Recitano, scrivono, imbrattano muri come colombi felici e incendiano le notti nelle periferie.
Non c’è pace tra loro ed il patrimonio.
Faranno le loro cose sempre nell’erba, porgeranno la mano tra le auto e allatteranno i bimbi al seno
Incuranti dei gas ai semafori, si faranno attraversare dalla follia dell’estraneità verso qualunque società.
Non c’è più grande storpiatura di una cravatta al collo di un colombo di città.
Gendarmi vengono per mettere ordine. Sono numeri. Non c’è pace tra numeri e poeti.
Non è il timore delle persone, ma la paura che l’errore venga preso per modello.
Il calore è soltanto scarto, irrecuperabile scarto di una forza che spinge in un seme di margherita.
I numeri hanno il manganello, il fascismo scritto nelle menti,
il potere di scrivere punto nella natura delle cose.
L’esattezza ed il rigore del calcolo costituiscono il “fatto”, non il verso.
La guerra ha visto perdite incolmabili, signori!
Nei fumi delle ciminiere sono passati Rimbaud, Baudelaire, Campana, Majakovskij e gli altri scheletri
Perché fanno conferenze su questi signori?
Perché hanno rifiutato il potere, si sono messi di traverso?
Che soffi un sottile caldo spirito nella serpe del mondo?
Niente è eccezionale, niente sfugge alla potenza delle cifre.
Fa così piacere spargere lacrime dunque, che vien voglia di conservarle, pesarle e venderle.
L’organizzazione è perfetta. Il logo dice: sterminateli tutti e vendetene gli occhiali, le protesi d’oro..
C’ è più mein kampf in un’equazione di primo grado che nel Novecento.
Ma la matematica è molto di più di una proporzione a portata di bambino
Ed i poeti?
Sono in questo tentativo di dare addosso alla forza che scrive morte, dissolvimento.
Rispondendo: bellezza e recuperandola dall’immondizia del non essere.
Ecco, tutto qui dunque: potere contro potere, lotta tra chi ha più diritto sulle leve del comando
E la bellezza è il potere supremo, la moneta con cui il poeta diventa padrone del disordine universale
Sottrarla alla spontaneità del dissolvimento è la posta in gioco.
fino alle viscere,
che dalla costola ti farò rinascere.
che non mostravano svago.
ti butta nell’istante,
arrivare come un sparo,

Per portarti, dolce megera











