“Bellissima fanciulla,
dolce a veder, non quale
la si dipinge la codarda gente,
gode il fanciullo Amore
accompagnar sovente
e sorvolano insiem la via mortale,
primi conforti di ogni saggio core” (1)
M’eri di fronte allor mentre annaspavo,
finite le mie fisiche risorse
risucchiato in corrente di risacca
e nel panico già, al tuo cospetto,
tu che in ver non parevi tanto bella.
Forse quel dì fu Amor che ti scacciò
tuo complice talor, talor rivale
che sbattere mi fe’ contro una fune
da terra tesa ad una boa lontana,
dir se ormeggio o confine non saprei,
che afferrai come l’ultima risorsa
mentre saliva il mar, quindi scendeva
e tra le dita mie stringendo il cavo
sommerso apnoico or stavo oppur sospeso
a respirar durante la risacca
tra turbolenti schiaffi d’onde attorno,
finché a braccia mi trassi e mi trovai
a sbattere coi piedi sul fondale,
“uscito fuor del pelago alla riva”. (2)
Fu Amore, che sembianze aveva assunto
d’evanescente giovane valchiria
quasi guida simbolica irrituale
a ritroso da eluso mio Walhalla,
che in ansia mi attendeva sulla spiaggia,
tra gli amici impotenti attorno a lei,
forse conscia che con la mia bravata
m’ero da lei voluto far notare.
Brunilde si chiamava, mio stupore,
ragazzina di nordiche fattezze
già attratta dalle mie significanze,
novello menestrello con chitarra,
serate in compagnia al chiar di luna,
galeotta canzon di Marinella
dal vento in ciel portata su una stella,
che in mio povero inglese le narrai.
Solo giunto il momento dell’addio
tre giorni da che fu disavventura,
la bocca con le labbra le sfiorai,
amore di incompiute tenerezze
tra ingenui adolescenti d’altri tempi,
perché Amor che m’aveva risparmiato
precluso acerbo avea altre mie gesta.
(1) G. Leopardi: Amore e morte
(2) Dante: Inferno, Canto I
(Luci basse. Silenzio. Poi la voce, ferma, incredula.)
Siamo ancora umani?
Non riesco a trovare le parole.
Non esistono termini abbastanza forti, abbastanza veri,
per dire quanto sia sconcertante... terrificante...
ciò che sta accadendo.
Bambini abbandonati in casa,
per strada,
nei bidoni dell'immondizia,
fra le macerie.
Morti di stenti.
Morte d’inedia.
Morti fra l'indifferenza generale.
Uomini con la pelle diversa dalla nostra,
già condannati a essere poveri:
uccisi davanti da uomini bianchi,
privi di credo, di umanità.
Uomini di nazionalità diverse,
che si odiano per diletto.
Sarà la perdita totale di valori.
Sarà un governo assente,
che ha strappato via ogni punto di riferimento.
Sarà la mancanza di lavoro.
O la carenza di danaro.
Sarà che non si fanno più figli —
perché non ci sono i mezzi per crescerli,
né aiuti, né reti, né mani tese.
Sarà quel che sarà...
Ma una sola cosa è certa:
siamo diventati asociali,
anaffettivi,
privi di umanità
e di empatia.
Si uccide.
Si uccide per potere.
Si uccide per il colore della pelle.
Si uccide per prendere ciò che è dell’altro.
Si uccide... per divertimento.
Si uccide per noia.
Si uccide per vendetta.
Si uccidono i bambini,
impedendomi loro
di diventare uomini.
Si uccidono le donne,
perché non vogliono essere sottomesse.
Si uccide per il gusto di uccidere.
Come in una giungla.
I predatori non si nascondono più.
Uccidono.
Sbranano.
Soggiogano.
Nel mare nero che ci circonda,
troppi pesci piccoli,
divorati da squali,
soccombono.
(Pausa. Voce che si spezza ma non cede.)
Cosa siamo diventati?
Dove stiamo andando?
Cosa stiamo combinando?
Stiamo distruggendo il mondo che ci ospita.
Un mondo stanco, che ci guarda
e forse ci aspetta —
al varco.
E se provassimo a essere meno egoisti?
Meno egocentrici?
Un po' più... umani?
E se provassimo a ripararla,
questa barca rotta,
che a furia di scossoni
si sta schiantando alla deriva?
Perché in fondo
siamo esseri umani.
O forse... l’abbiamo dimenticato?
Ci stiamo avviando verso l'autodistruzione.
La fine dell’umanità.
La fine della solidarietà.
La fine dell'amore.
La fine del mondo.
Lanciamo bombe sugli altri.
Ma sono bombe che ci colpiscono dentro.
Prima o poi esploderemo.
Verremo ingoiati dalla terra.
E tutto finirà
con un solo, enorme, fragoroso
BOOM.
FINE
Quartine di endecasillabi a maiore con rime incrociate nato leggendo in un sito che ancora frequento un ennesimo testo anonimo di accuse rivolte da non so chi a non capisco chi, sempre sull’onda di violazioni del regolamento reali o presunte, a toglier la voglia a chi vorrebbe scrivere tranquillo.
Pensare che pensavo che quest'oggi
di nuovo qualche cosa pubblicavo
perché l'aria migliore respiravo
sbirciando circospetto negli alloggi…
mea culpa ché si ruppero gli occhiali
e per rifarli mancano i danari
quindi evasione dai domiciliari
la tento dietro stimoli nasali
ma l'assuëfazione a forti odori
confonde delle mie narici il lume
per cui se c'è presente altro marciume
ignoro chi ne siano i portatori.
Come conviene a chi poco ha intelletto
richiudo la finestra e dietro il vetro
mi godo odore forte di piretro¹
e di scoprir se muoio intanto aspetto.
¹: è un fiore insetticida discretamente efficace.
29/07/2025
si sfilaccia nella memoria del vento
che provò a mettere in fuga l’uggia
sulle cuspidi, le notti delle distese verdi.
Ho infilato il sogno nei boschi
per tutti i sentieri, sparite le case e i rumori.
La finestra si è piegata a mia somiglianza,
la luna sembrava una dea felice
ma mi è caduta in cocci come una tazza qualsiasi.
Ho creduto di riparare: il respirare troppo in alto,
abbassando gli occhi alla terra più scura.
Tornare
per il tuo canto perduto.
Ho sentito gli sguardi
penetrare il tormento di aprirsi
tra la parola muta e il filo che pende
tagliando il cielo ‒ con l’ultimo desiderio:
che sia tutto, in vita.
nell'eschimo giovane.
Un facile bottino di zirconi.
Nel flusso dei sogni commestibili
si cela un disincanto popolare
taciuto
povero di calcolo,
un'usanza solitaria come i cattivi pensieri
come far dormire i piedi nelle calze dell'inverno,
come a ridosso di un qualsiasi domani.
un fardello di momenti e ricordi da preservare,
bagagli molto pesanti, non sempre facili da trasportare.
La vita in poco tempo, toglie tutto:
svuota, rimuove, svilisce,
lasciandoci rimuginare su tutto ciò che ha dato.
La vita, in tutto questo tempo, è paradosso.
fra na magnolia e nu campo 'e margherite. Cacciaje 'a capuzzella 'a fore, germogliaje: '
a terra feconda e ffertile lle dette 'a vita.
Ntanto 'ca o viento doce 'a cunnuliava,
'sta bbella criaturella frutto 'e ll'ammore... nascette comm'a na schiuppata 'e rose,
'inta nu gruosso campo 'e cavulosciore.
Era bellella, bellella, pezzerella pezzerella;
sulo nu poco cchiù aveta 'e na furmichella.
Teneva mane e bbraccelle pezzerelle
e tutte 'a chiammavano "mullechella."
Nun cresceva, era rummasa na nennella: campava aria, durmeva sott'ê stelle.
Ll'amice d' 'o bosco e d' 'e campe vicine,
'a vedevano correre d' 'a sera â matina.
Curreva e lle piaceva 'o viento 'int'ê capille: curreva appriesso a ogni ccosa c'abbrilla.
Nu cuorpo pezzerillo ma nu granne core: campav 'e sole, 'e vita: campava d'ammore.
Nu bbellu juorno se nne jette mullechella: ncopp'â terra se stutaje na sciammetella. '
A salutajeno ll'aucielle, 'e ccuccinelle,
'e ffarfalle, 'e llucciole, 'e fringuelle:
"Curre curre, vola, vola aveta mullechella...
saglie ncielo, va abbrillà mmiez'ê stelle."
Sarrà pe cchesto, ma se dice ca d'allora,
tutte 'e ninne nasceno sott'ô cavulosciore. Sarranno credenze antiche, fatte, fattarielle
so' storie tennere comm'ê mmullechelle."
Traduzione
Mullechella
Nacque in mezzo al grano, nel mese di giugno,
tra una magnolia e un campo di margherite.
Spuntò la testolina fuori, germogliò:
la terra feconda e fertile le diede la vita.
Intanto il vento la accarezzava, la cullava
questa bella creaturina, frutto dell’amore...
nacque come uno scoppio di rose,
in un grande campo di cavolicelli.
Era bellina, bellina, piccolina piccolina;
ma più veloce ancora di una formichina.
Aveva manine e braccine piccoline,
e le diedero il nome di “mullechella.”
Non cresceva, restava una bambinetta:
viveva d’acqua, d’aria, dormiva sotto le stelle.
Gli amici del bosco e dei campi vicini
la vedevano correre dalla sera al mattino.
Correva e le piaceva il vento fra i capelli:
correva dietro a ogni cosa che brillava.
Un corpicino piccolo ma un grande cuore:
viveva di sole, di vita: viveva d’amore.
Un bel giorno se ne andò la mullechella:
sulla terra si spense una fiammella.
La salutarono gli uccellini, le coccinelle,
le farfalle, le lucciole, i fringuelli:
“Corri corri, vola, vola leggera mullechella...
sali in cielo, vai a brillare tra le stelle.”
Sarà forse per questo… si dice che da allora,
bimbi e bimbe nascono sotto il cavolicello.
Saranno antiche credenze, fiabe, storielle,
sono racconti teneri, come le mullechelle.
Sonetto classico ispirato dalla lettura dei versi di Vita-mina del 04/08/2021 da lei rimaneggiati il 27/07/2025 e da me letti poco fa, ripensando ai miei occhi e a quelli che hanno / non hanno condiviso i miei passi.
… Occhi che cascan sotto le ginocchia
quando già stanchi d’essere ingannati
calano in giù lo sguardo sconsolati
per non vedere più l’algida spocchia
con cui la gente intorno si sgranocchia
vecchie speranze e sogni naufragati,
progetti che non ho mai realizzati
nell’esistenza mia tutta a capocchia.
Occhi che dopo falsi complimenti
dietro le palpebre ora stan nascosti
per non mostrare questi sguardi spenti
che pur bagnati restano composti
senza guizzare più, fermi e silenti
dopo il ventaccio cui furono esposti.
27/07/2025
Cenai col crepuscolo dei tuoi sguardi
e nevicarono divisioni d’inverno,
desinenze senza casa
di un apostrofo di noi.
E spendemmo matematica d’anima
a leggere solstizi del nostro incerto,
mareggiate d’intimità cardiache
planarono sull’uscio socchiuso
dei meridiani del nostro ricordo.
Il silenzio ferirà ancora
i pochi petali dei nostri battiti,
lacererà appuntamenti lunari
come ossimoro pronominale
del nostro vuoto infinito
ma tu, amami senza tempo
e sarò nuda pioggia d’eterno.
Sonetto classico con turpiloquio.
Non ho imparato a dire «Vaffanžulo»
o a dire che «Non me ne frega un žazzo,
perciò son condannato a questo andazzo
di rogne caricato più d’un mulo.
Non son capace a fare il paraculo,
la falsità mi mette in imbarazzo,
non amo alimentare lo schiamazzo
e sto a disagio con i leccaculo.
Ma questa umanità che, somma burla,
d’umano non conserva che qualche orma
e premia l’arrogante che più urla
o chi la narrazione più deforma,
io sono quello che al manico ciurla
restando tutto fuori dalla norma.
27/07/2025
Strofa di sei versi (non “sestina”, che richiederebbe schema ABABCC) senari alternativamente piani e sdruccioli in rima alternata ababab (le rime “a” piane e quelle “b” sdrucciole). Mi ha bruciato il cuore un testo letto qualche minuto fa, ma è a destinatari generici, troppi aspiranti poeti rimatori insistono in questi errori!
La mia anima severa
d'altre lagrime s'abbevera
da chi fa rima non vera
che a ignorar ancor persevera
posizione più sincera
degli accenti spinti in pévera¹.
¹: imbuto per riempire botti o fiaschi.
26/07/2025
solcar l'acque schiumose,
d'Afrodite fecondo grembo?
promessa gioia s'è inganno
e nel cuor sazio geme cupido,
inutile il pianto: cupo, torbido,
ombra d'Anteros n'è scherno
l'anima, smarrita, s'aggira tra
labirinti d'ombre e luci fugaci,
ove il tempo si perde, e l'eterno
si fa dell'incanto di sogni mai sazi.
Qual chimera, or l'orizzonte infinito
si frange sulle rive di quei desideri!
e il cuore, trafitto da tanta angoscia,
anelando si perde in spazi inviolati.
e l'animo, dal cuor indomato,
s'ha pace nell'eco dell amor egoista:
sussurra promesse d'eterno amare.






