È la dispotica faccia che ghigna sulla tua inutile fatica
è la stupidità umana che si duplica
pur essendo misera nell’anima e nella moneta
è il sacrilego vuoto che ti lascia il lavoro
è la repressione dell’ingegno
è la disperazione di mezzo secolo
speso per accalappiare sogni che non avevi il tempo di inseguire
è il corpo che si macera e cade come un involucro senza peso
è l’anima che si corrode e vola via
verso l’unica eterna liberazione.
Mi riprendo la speranza
con quei caldi sospiri al cielo
sono la voglia di cambiare il tempo
che non appaga e passa inesorabile e veloce.
Si perde quando è sera come rugiada sulle foglie
la mia parola attesa e appesa ad una preghiera .
Eppure oltre il vetro
ogni mattina e ogni sera li s'annida il cuore
quando il mare è una tempesta
quando l'assenza è silenzio
quando la nebbia m'avvolge
quando l'anima vaga tra i ricordi che fanno rumore e
i sogni chiedono la luce .
Nell'infinito sguardo delle stelle
ci sei tu SIGNORE
e non manchi alle mie labbra
quando spezzo il pane e mi bevo la vita
seduta alla finestra di ogni giorno
ingoio il dolce e l'amaro
che si scioglie lentamente
tra le mia dita.
Sotto veli si nasconde
Anche ai cuori.
Muti i canti degli uccelli
Dentro i campi d'erbe e stoppie.
Stringono i lacci
Tra sospiri e nostalgie.
Timorosi gli animi
Si prostrano al cielo
Volta opale senza fumo
Di castagne arrosto.
Un novembre prossimo
a venire con mestizia
E odore di candele.
Mentre sulle mani scorron fiumi
Senza meta
Nel brumoso freddo mattino.
critici
amici di miei amici
voi che scartate uomini come caramelle
che avete calli ai pollici a conteggiar denaro
ed unghie pronte a tessere corde a soffocare
non oda Dio lustrarvi queste mie parole
Lui che vi ama comunque voi decidiate d'essere
Sarei carogna d'uomo e i miei giudizi pure
ma non toccate l'anima di chi d'anima vive
di chi non schiaccerebbe formiche al suo passare
Ma io
a voi
putridi schifosi
che fan di merda oro
dirò soltanto verbo
parole cucite d'ago
e che Dio -il mio- mi perdoni
se per amore uccido in alfabeto figli suoi
Dall’alito sorgivo,
nasceva Adamo, su terra consacrata;
dalla sua costola predetta, s’innalzò Eva, appariscente, immacolata bellezza.
Tra i lillà, soggiacevan alla vita; prorompenti e innocenti, le lor caste nudità. Compagni d’avventura... o di sventura, per l’arbitrio di chi non avea pari alcuno.
Silenzio in scaglie,
negli anfratti del seno prescelto,
fra costante rumor di fauna sibillina
e flora abbarbicata, ch’odorava persino nei colori.
Acqua adamantina, di purezza straripante.
Quasi giardin del cielo,
quell’Eden acquisito e primordiale;
singolare riflesso d’eccelso Paradiso.
Tra fronde verdeggianti e frutti sconosciuti,
avean casa viscide serpi velenose.
Fra cosce candide di donna, divenute esasperate,
strisciava, il vile ingannatore,
scatenando qualcosa d’inconsueto,
oltre alla percezione del pudore.
Di sangue, s'infradiciaron le di lei gambe.
D’istinti d’altra specie, esagitò Eva, ch’ignuda si sentì,
fin a coprirsi con la foglia d’un tenero virgulto.
Negata, quella mela che porse al prediletto Adamo,
che la seguì, privo d’obiezione.
Tremolii, su primitive labbra consenzienti,
dischiuse,
nello sfiorar d'un cristallino bacio,
seppur prologo d'ulteriori eccessi fattisi irruenti.
Tra oleandri e rampicanti,
betulle e piante sempreverdi,
gli olezzi dei roseti
inebriavano l'olfatto.
Parossismi equipollenti, nei lor sensi ossessionati;
sguardi impertinenti
supplicavan il coraggio,
per quegl'istinti di cui non erano coscienti.
Coperti dal primigeneo cielo,
vermiglio, nei riflessi conturbanti ceduti al mare,
nel suo ospitar il sole e i suoi colori rosseggianti,
nell'imbrunire, sì posto a ventaglio,
il femminile corpo seducente e nudo.
E nell'atavico amplesso sconsacrante,
dacché non eran sposi consacrati,
godeva, il serpente, nella sua spira avviluppato,
nel mentre ch'il sole perdeva i suoi appigli,
calandosi nell'acque divenute turbolente.
Ma s’oscuraron cirri, su di loro,
forgiando nubi di carbone;
si coprì il cielo, delle tinte della rabbia e d’impotenza,
scatenatesi all’indegno tradimento.
Poi giunse il tuono, nell'ira del Creatore palesato,
lor Dio Padre, che li additò a spergiuri e stolti peccatori,
sancendo pene gravi e pianti disperati,
per l'avventata Eva e il suo compagno Adamo.
Nel sospiro, che dal petto s’immolava,
s’arrancava il pentimento,
valicando il confine di tal Eden
sì perduto e benedetto.
D’uno sguardo dissonante,
si vestiron i lor occhi già cacciati e maledetti;
artefatte, la bellezza e la purezza,
ai compagni di condanna e di dolore...
Stranieri a quel giardino,
nel lor errar nel mondo ignoto,
alfin conobbero le vesti.

Le parole, sono come sassi quando offendono o criticano.
Le parole , sono come sassi quando le usi per spargere cattiveria.
Le parole , invece quando sono dolci diventano fiori.
Le parole, impariamo ad usarle nel modo giusto, per dare amore e pace.
Le parole, impariamo ad usarle per consolare e rispettare, il nostro cuore sara' pieno di armonia e di tanta allegria.
la notte non riesci a dormire,
è la vita che ti fa soffrire ...
e nel silenzio soffochi il dolore.
Chi ti dorme accanto
è diventato un insopportabile rumore,
con il suo russare,
lo intravedi nel buio,
non sai più se amarlo oppure odiarlo.
La sua violenza non la sopporti più,
quei momenti d’ira che sfociano in insulti e schiaffi,
il suo ritorno tutto abbattuto a chiederti perdono,
giurandoti per l’ennesima volta che non l’avrebbe più fatto.
La voglia di cambiare ti rapisce il cuore,
esci di casa per non sentirti soffocare,
guardi il cielo che ogni notte ti sembra più nero,
eppur brillano le stelle come tanti diamanti,
lacrime mute con tanti rimpianti.
Sono arrivata tardi
per vedere il colore
che mi abbaglia,
per vedere il sorriso
che ho sognato molte volte.
Quelle lacrime
non ripagano del dolore subito,
non ripagano
delle cattive parole.
Quell'amore
che ho provato
l'ho perso.
Quel valore
inestimabile l'ho rotto.
Ho provato...
Ci riproverò...
Anche se
mai rivedrò
quei colori che
mi illuminavano.
Quando desidero parlare con Te
Tu sei ovunque e ti sento

-se in autunno noi siamo primavera
-fiori non più disabitati
- nella pelle sciupata
l’incontro delle nostre tenebre
MImmo Depinto: La carezza buona.

lo schifo che resta
dall'amaro di certi giorni indecisi.
Svanirà ogni cosa col tempo
è quello che mi dico da sempre
per riprendere fiato
per ripartire come sempre ogni volta
dopo l'ennesima certezza perduta.
Non attenderti oltre,
sopravvivenza ostinata
come insegna la vita.
E la storia è la stessa
perchè mi rivedo per strada
tornare alla sera
che ho quindici anni
e odio il mondo davanti
il padre e la madre
e vivo nel vento
da sempre in balia
e ho preso tutta la pioggia
e le mie decisioni.
Ma non mi sono mai arreso.
Mi ha sempre pesato
l'imperativo obbligato
rendi conto a qualcuno,
il confrontarsi col mondo
che in ogni momento
mi è sembrato avere
così poca pazienza
verso chi a torto o ragione
non si è mai allineato.
Mi sono chiesto perchè troppe volte.
La risposta non c'è
figlio mio.
Almeno io non l'ho mai trovata.
avvelenato da chissà quale mano infame;
a stento sembrava continuar,
con la sua tinta giallognola e stelo debole,
quasi da far parere che aspettasse
solo la fredda stagione.
Ma quella corolla con il color morente,
mi rimembrava la mia dolce figlia malata
dal carnato simile,
ormai addormentata.
Così decisi di sanare
l' suo dolore invece di coglierlo,
così da farlo essere anche per gli altri freddi,
e sentir lei più vicina
e più lontano l'Padre Solitudo.










