bella, janca e ttonna...
allumma, schiarisce
e abbagliame 'e suonne.
.
Fa ca ogni ccriaturo
nun appena se sceta,
trova pace e ammore
'int'a ttutto 'o pianeta.
.
Fa ca ogni mamma,
ca p' 'o figlio sujo
lotta e ccumbatte,
tene sempe astipato,
nu pietto chin'e latte.
Fa ca vicino a ogni culla
nce sta na nunnarella,
ca canta na ninna nanna
a na bbella nennella.
.Fa ca 'int'a ogni ccasa
cresce nu criaturo,
ca tene annanze a isso
nu luongo futuro.
.Fa ca tutte ll'uocchie
abbrillano pe na cosa c'abbaglia
e nno pe nu fuoco 'e paglia
ca c' 'o calore se squaglia.
.Fa ca ogni vvocca
sarrà 'e zucchero chiena
e nun pruvarrà maje
ll'ammari d' 'o vveleno.
Fa ca ogni nnaso d' 'e mmagnolie
sentarrà sempe ll'addore,
maje fieto 'e cuorpe accise
e ccu 'e stentine 'a fore.
.Fa ca ogni mmana,
astregnarrà n'ata mana,
pecché tutte aunite
se va cchiù lluntano.
.Fa ca tutt'e 'e piede,
se nfunnarranno sulo
d'erba nfosa 'e rugiada
e nun calpestarranno
cchiù 'o sanghe
d''e cuorpe marturiate.
Fa mmodo ca ogni nnave
quanno trase 'int'ô puorto,
trova nu faro ca 'a guida
e lle dà cunfuorto.
Fa ca femmene e uommene
nun se faranno cchiù 'a guerra
e cca nce starrà tant'armunia
fra tutte 'e popole d' 'a terra.
Fa ca 'stu quarto 'e vita
ca mm'è rrummasa,
pozza essere avvellutata
comm'a na stola 'e raso.
Luna, lunella prumiettene
ca quanno arriva 'o mumento,
me purtarraje ngiro
ncopp'a nu carro argiento.
'O ssaccio, 'o ccapisco...
ca ognuno fa chello ca po' ffa',
però luna luna, lunella bbella,
vide si mme può accuntentà.
graffiano il viso,
e l'umido umore si
infrange sulle ciglia.
Ed è questa potenza
che ti avvolge sotto
sibili e gemiti,
ti travolge e dilata.
Ed è pace nel frastuono,
è unione nel distacco,
è sequenza nelle onde.
Nella sera ci saranno
forse, ancora,
i lamenti
delle nubi.
Su questa terra di cemento,
dove i muri crescono come alberi morti
e l’aria sa di polvere,
sono nato con gli occhi rivolti al cielo.
Nel sonno vedo un mare di sabbia,
dune che respirano,
creature lente che cambiano forma,
grani d’oro che sfuggono alle dita
per farsi vento.
Ho inseguito quell’orizzonte,
ma sono caduto in un miraggio d’amore,
un’oasi di acqua finta,
catene di seta che stringono dolcemente,
un giardino recintato
dove i fiori non hanno radici.
Qui non esistono sbarre,
non c’è guardia né chiave,
eppure i pensieri camminano in cerchio,
senza mai trovare il varco.
Il tempo scorre come sabbia bagnata,
pesante, senza canto,
e il sole della libertà
non filtra oltre queste mura invisibili.
Ma nella cella dei miei sogni
il vento del deserto entra ancora,
e so che un giorno
sarò uno di quei granelli
che il cielo porta via.
risucchiano il midollo dei loro amati
spolpano la carne alle ossa privi di zelo
delle loro prigioni sono ammaliati
come un bambino dal fiocco azzurro che pende dal suo lettino
Hanno la testa di carta velina e
pensieri fragili come burro
Sono risucchiati nella loro interiorità
dalle voci che fanno sgretolare la loro dignità
Non c'è poesia che possa addolcire
il delirio che ovunque si mostri
Porta l' uomo a regredire.
In quest’ora tarda,
dentro un velo rumoroso di tristezza,
si intravede un domani senza alba.
Io sono qui.
I frammenti riemergono
senza risposte
alle verità del mio cuore.
Gli errori brillano nitidi,
ma restano muti
ai quesiti mai chiesti.
Il vuoto sovrasta i sogni,
apro la mano
e vedo soltanto i solchi del tempo.
Quale essere contorto
ha forgiato la mia vita?
Ancora piove nei miei occhi
per incertezze inghiottite,
per errori —
errori mai confessati.
E allora prego
di non assopire la passione,
di lasciare spazio all’amore,
perché non diventi
un pallido pentimento.
bolle di sapone:
non hanno vita lunga e spesso
durano poco più di un respiro.
Quando si gonfiano e, baldanzose,
volano verso l'alto,
sembra che vogliano andare
chissà dove:
hanno l'ambizione del cristallo,
solo perché, sollevandosi,
mostrano riflessi in trasparenza.
Diventano più resistenti
quando, attaccandosi ad altre bolle,
creano colorate immagini
e catturano, come fotografie,
tutto ciò che le circonda:
un albero, l'azzurro del cielo,
i bianchi petali di una margherita.
Così è la vita: bella, ma fragile.
Come una bolla di sapone
può rompersi all’improvviso
e cadere rovinosamente al suolo.
e di essa non rimane altro
che una scolorita pozzetta d’acqua,
Riverberi di ultimi riflessi:
sprazzi colorati ed effimeri
di felicità.
È un giudizio severo nelle pieghe di muri
che non sono stati mai saggi.
Passato il quindici d’agosto,
finalmente,
mi sento uscire da una prigione di luce.
Da piccolo, invece, era tutto un altro mondo.
Era la stagione dei bauli antichi,
che sbadigliavano legno e segreti in corridoio.
Mia madre impacchettava sospiri con le lenzuola, io soffocavo insetti
da dare in pasto a una pagina di Poe.
La meta prefissata:
sempre sbagliata secondo gli adulti;
d'un misterioso avanzo, sempre troppo per me.
Fattomi esploratore, indigeno di quelle valli silenziose. La noia era un’idea per vecchi; io avevo da fare: domare il rio, studiare le formiche in marcia, i giochi mortali in colossei d'argilla
tra gli astici.
Volevo a tutti i costi meravigliarli. Tornare con una trota, con un cristallo, con qualsiasi cosa potesse fermare per un attimo i loro sguardi altrove.
Il giorno del ritorno curvava in una malinconia strana, dolcenera come il succo di mora: finiva quell’avventura
imprecisata
ma iniziava il non-ricordo.
Poi, un anno, non so quando, accadde. I boschi diventarono muti. I prati, piatti. I miei libri erano tutti già letti. Il frinire dei grilli non era più una canzone ma il ticchettio di un orologio infinito. Quella luce abbacinante non prometteva più niente per me, solo la mia immobilità.
Capii allora di essere stato escluso dalla festa.
Il mondo era lì, intimo e feroce, e io ero in vetrina, fuori a guardare chi fosse la puttana.
Ora, ai primi caldi, è sempre così.
La luce scava senza pietà ogni errore,
illumina ogni crepa, ogni solitudine.
Siamo inchiodati al nostro posto,
senza sindoni a coprire il banale
mentre ci cambiamo il costume
s'una riva di mentecatti.
Regna incontrastato la città,
Scandisce le ore in tutte le condizioni,
Accompagnando l'avvicendarsi delle stagioni.
I suoi rintocchi li sente tutto il paese,
Dall' inizio alla fine del mese,
La domenica rintocchi a profusione,
Il dì di festa segnala alla popolazione.
Una cosa però fa anche spesso,
Segnala a tutti che c'e' stato un decesso,
I suoi rintocchi segnano la fine di un destino.
Le campane salutano un suo cittadino.
Un giorno suonerà anche per la salma mia,
Che all'interno della chiesa non udira' omelia.
I suoi rintocchi accompagneranno la mia sparizione.
Tra ali di folla che immagino con poca convinzione.
le vertebre sottili come lacrime di sale
mi travolge la bocca un acido inodore
alle mie spalle un' illusoria presenza ancestrale
ha nell'incavo degli occhi un vuoto siderale
un sorriso materno con la sua mano nella mia divora il mio corpo in un vortice di male ed vinge su di lui un controllo eterno.
L'eco del mio dolore si disperde nell'immensità dell'universo
in ogni grammo di nutrimento rifiutato
in ogni chilo perso
mi lascia senza fiato quest' esistenza sorda
ma tornerò a vivere
risorgendo sinuosa come un' onda .
La battuta incrociata avvelenata,
una giravolta rapida alla ribattuta,
lo smash conclusivo di rimbalzo,
un ace vincente ammutolisce
un chop centrale e spesso corto
illude il tie break al terzo gioco,
tra finte improvvisate il fiato corto
la risposta in rete pesa molto
dal cielo rovesci incrociati a due mani,
in terra passanti, disperati, lungolinea
rotazioni avvelenate in topspin
sull’erba di Wimbledon evergreen.








