a delinquere solco d'anima repleto
represso
margine d'un ipotizzato rio -fine a desistere-
In crepe grulle di terreno
non è sparso dono in semenza
ma teco azzardo -già traggo mano-
Segni di fine
come ideogrammi a ripeterci l'ovvio
l’ultima stella controvoglia se ne va.
Un suono non odo,
non dico un’armonica orchestra,
ma un piccolo clamore, una nota,
un respiro a scandire il virare
tra resti di tenebre e i primi sbadigli del giorno.
L’immenso non m’illumina
e cerco voci che fendano silenzi.
e dalla bocca emani
il fuoco di mille stagioni.
Mi piaci
e del tuo godere godo
mentre dalla luna in fiamme
gocciola rugiada e mi disseto.
Mi piaci quando ti chini
Venere sul mio altare
e poi mi chiedi di afferrare
del fulmine la luce
del tempo la speranza
della notte una carezza
del silenzio la certezza.
Mi piaci quando godi
e il fiume mio straripa
nel tuo mare calmo
baraonda il nostro inganno
quando confusi ritorniamo
a calpestare il nostro sogno
spediti a camminare
verso un nuovo giorno.
In quella scrittoria di Capo Mulini
l’uomo sembra guardare trasognato
oltre la gora i mandorli in fiore.
E scrive di una bellissima ninfa del
mare e d’un pastorello perdutamente
innamorati, e della bile e dell’ardore
del ciclope invaghitosi di Galatea.
Vistosi respinto, e scoperto che lei
gli preferiva un mortale villico,
decise di togliere la vita al rivale.
La disperazione di lei impietosì gli dei
che tramutaron Aci in un fiume ciclico
che, riversandosi in mare sarebbe per
sempre restato accanto alla sua ninfa.
E quel flauto tornò a suonare armonico.
Treni che attraversano il cuore,
portano vento freddo o caldo d'estate,
portano fardelli di persone,
incontri d'anime, con una storia che parla di te,
e del tuo viaggio che scorre rimangono
attimi di pensieri perduti.
Sono come le immagini che scorrono negli
occhi veloci e senza radici...
Rimane negli occhi falde di cielo o nuvole sparse,
rimangono brividi e sogni.
E sul cammino verso la meta, il tempo fa da scudo,
come sentinella...non resta nulla
solo profumo d'asfalto e caffè.
Ci mise del tempo a tollerare
quel termine “lapillare”.
Poi accettò il compromesso
con la sua penna il vecchio
taciturno, e tornò a scrivere.
L’amore può voler
dire aspettare.
La giovanissima Fillide prese
a scendere in spiaggia ogni
giorno sperando di vedere
all’orizzonte le navi che le
avrebbero riportato l’amato,
richiamato alle armi dal dovere
della guerra, accorata al pensiero
di mai più rivederlo.
Ormai certa che il suo Acamante
non sarebbe mai più tornato,
si lasciò morire di struggimento.
Sul finir dell’inverno, nonostante
avessero contribuito a tenerlo
lontano numerose avarie, fece
ritorno l’impavido guerriero.
La divinità protettrice degli amori
fedeli aveva mutato la giovane
in un mandorlo spoglio dai rami
vizzi, ma riconoscendola strinse
il tronco l’uomo dal rosso cimiero.
Pianse disperato e l’albero, come
percependo il tocco dell’amato,
si ricoprì di impalpabili stami.
vi dico che cosa rimane,
oltre alla rabbia e all'amore,
del tempo perduto a combattere
le ombre e i fantasmi di allora,
con lei ogni giorno più stanca
e tu che sei come sempre.
Ora che andate lontano
vi chiedo piuttosto di liberarmi dal sogno
perché vi rivedo ogni giorno di spalle
quando sorpresi in un inutile bacio
non volli capire che era la fine.
Se regnasse l'amore
più di qualche lavoro
più non servisse
a cominciare
da chi corregge
per armonia che svolge
sorriso di risibile errore
vilipendio soppresso
nell'armadio rinchiuso.
Ordine che si mantiene
e nel suo gusto il giudice
carcere tace
e catena svuotata
- più non trattiene -
indice al bando
come le guardie
e banditi derisi.
Regnasse l'amore
ognuno sapesse
quel che compete.
brillava dall'alto.
Il tempo infausto rendeva nervosi, mentre
ossa e mandibole digrignavano se stesse,
cercando di congiungersi con la gaia fanciullezza.
Ore a pensare della vita
ore che non passavano.
E parlavi
parlavi
parlavi al muro scrivendo frasi.
Senza sapere
senza conoscenza
e allora le copiavi nella testa vuota,
per ricordare,
per cercare affetti svaniti in un mare
che non conoscevi.
Folate di falene notturne,
ridevano di te quando ridevi di loro.
E rideva l'acqua per il solletico delle gocce.
Rubavi con lo sguardo quell'accenno di felicità,
quella che non avevi,
quella che ogni giorno usurpavi agli scritti sui muri.
Ti avvicinavi spesso ai tuoi considerati muri
e da loro ti lasciavi rapire.
E le pene della tua ombra vecchia
gocciolavano dai graffiti,
graffiati dalla falce della morte.
Che forma avrà il tuo pensiero?
Un sasso adagiato, un varco ombelicale
una scatola nera, una vela?
che importa quel che i manuali dicono
se penso ad ali con radici al cuore
e un fantasma buono spazzare via
dall’aria ottundimenti.
E tu galleggi, peso nobile
sulle nostre teste precise
per cui disperi,
dai tuoi disegni diurni
piegati al buio
come fanciulli zitti, castigati.
Eco dolce e terribile
la tua parola pura
alla strada, ai telefoni
a chi ha saltato il fosso
se questo mai bastasse
a pensarlo, l’ultimo gelo
più simile a uno scioglimento.
fiorisce senza permesso.
Cieli stellati,
teneri sospiri.
Innamorarsi, una brezza leggera,
stretti brividi,
caldi sguardi.
Amore come ragione di vita,
amore sempre è comunque,
fiori selvatici colorano colline.
La mente avvolta
in un cuscino di sogni.
Pensiero fisso sui suoi occhi.
Melodia nelle sue parole,
il vento soffia,
avvolge le sue spalle,
come rugiada
carezza le foglie.
Tutta la vita
innamorati dell'amore.
Il resto non conta,
sta sorgendo il sole.
Il dominio più
Difficile,
è quello di se stessi,
cos'è la pazzia
in fondo,
una sottile linea che separa
la normalità,
dal non sapersi controllare,
quando cadiamo vittima di
noi stessi,
e perdiamo i lumi,
senza stare calmi,
viene meno
il controllo
e siamo dominati,
dalle pulsioni,
dagli scatti,
dalla rabbia;
dominare se stessi
non è semplice,
specie da vecchi,
quando non abbiamo più
pazienza per il mondo;
ma a ben vedere,
nel mondo moderno,
è più facile arrabbiarsi,
che stare calmi.
Un pezzo di legno tornò
in superficie vivido, mentre
il giovine non fece più ritorno.
Figlio di un pescatore, addietro
dalle sue numerose immersioni
tutti lo volevano dattorno
per sentir delle meraviglie viste.
Cola ardeva d’amor per Etna
e quando, scendendo ancor più
in profondità vide che la Sicilia
posava su tre colonne delle quali
una sdrucciolava nell’infinito blu,
piena di vistose crepe e segnata
dal tempo, per evitare che l’isola
sprofondasse decise di restare
sott’acqua sorreggendola.
Con la luna piena e il solstizio
d’estate lascia di puntellare
il piedritto per un istante una volta
ogni cento anni per riemergere
e riveder l’amata Etna lapillare.










