Sento il vento
alitare su di me.
Guardo le foglie
danzare a suon di vento,
Guardo il resto della natura
danzare insieme a loro.
Vedo il sole
che tra le nubi scompare
e tra le nubi appare.
Sento il vento
chiudo gli occhi
e lascio che spazzi via
ogni mio cupo pensiero,
e mi pare di danzare
insieme a sto fogliame.
Guardo questo sole che scompare
e poi riappare
come la luce in me
che si spegne, poi si accende.
Un giorno grazie al mio aiuto
hanno inventato l'elettricità
era un uomo davvero astuto
che ha illuminato le città
eppure io non ho fatto altro che volare
spinto dalla corsa di chi si diverte
un aquilone in fondo che può fare
cadrò solo se il vento smette
senza la libertà di inventare
senza avere zone protette
sono solo tela e spago
un disegno e due stecche
puoi crearmi con filo ed ago
resterò bello anche con le pecche
tu corri semplicemente e fammi volare
salirò anche nelle giornate secche
un aquilone è stoffa, non saprà sognare
ma la bellezza la trovi, nelle cose vecchie
Volare come un aquilone
per poter credere ancora
correre senza confusione
divertirsi ora come allora
come quando ero un bambino
con mio nonno in montagna
ero davvero piccino
il fiume dei ricordi ora mi bagna
un aquilone alto nel cielo ora vola
accompagnato da molti altri
siamo stoffe tutte in cielo
voliamo grazie ad umani scaltri
nel nostro rapido e veloce volo
amiamo stare in alto
un aquilone non sta mai da solo
il cielo è il più grande salto
che brucia gli animi ribelli,
attinge forza, da sferzate di vento,
e porta novizie voci.
Tra graffi che rigano la pelle,
sì lascia un'amarezza stanca,
un'inutile rimescolanza, che fa sgorgare
tutte le parole mai dette e mai comprese.
Siamo sete d'amore, ma l'acqua che scorre
non porta refrigerio, non porta soluzione,
e così rimpiangeremo sogni e voli
che inutili cadranno in mille pezzi.
Saremo mari senza sbocchi e onde leggere,
rimane solo il sapore di un bacio senza fine.
Germogli fragili come pensieri,
devono poter rinascere a nuova vita,
che sia azzurra e immensa la distesa,
la sabbia tra le dita non sfugga
ma rimanga come grani di clessidra.
Quello che leggerete
sono le ultime quattro dedicatorie
di un vecchio taciturno che attese
la sua naiade tra elegie e ninfee
nella scrittoria lungo una gora.
Al mattino salutava i nannuferi
in fiore, e si accompagnava dove
Etna divenne il frutto divino della
fusione tra cielo e terra, figura
che cima verso la volta, e la sfiora.
Sedeva sulle grosse radici,
e i piedi era come se penetrassero
nelle profondità della terra.
Quel giorno osservò un legno
che galleggiava arso e fuligginoso.
Quando Pan suonò il flauto divino,
echeggiando l’armonia del silenzio,
i fiori di loto mossero
passi di danza
cantando in modo melodioso.
mi scalda col suo calore
mi scalda col suo amore,
in ogni parte del mio corpo
mi sento infervorito
dai suoi fulgidi raggi.
Nei miei occhi chiusi
penetra il suo chiarore,
poi quando li dischiudo
vedo di fronte a me
il sole che mi guarda.
Mi guarda con la sua lucentezza.
Ode a te, che sei certezza incontrovertibile
soggetta al divenire e custode dell’eterno.
Tu, ferita al cuore ed improvvisa apparizione
sfuggi con audacia alla condanna dell’utilità.
Bisogno insaziabile sei, oh magnifica esperienza
e ci sottrai dal vero scagliandoci nella follia.
ossessionato dal trovar la luce
di bianca vela nel mezzo dei marosi
da riportare indenne al porto mio.
Viaggiatore è il risveglio nuovo
di un’estate che non vuol morire,
menefreghista dell’età che passa
e provocante come donna astuta.
Se riuscisse a scorgerla qualcuno,
si rechi presto, qui, in questa casa
a dare a me l’esatta posizione
perché raggiungerla io possa
e, capitàno del tempo che mi resta,
ancora prima di condurla in rada,
la porti a spasso in acque di fiducia
standomi zitto su cronache d’adesso.
Farò una sosta in centro d’universo
gettando l’ancora tra il verde e il blu
dove i miei bagni facevo a testa in giù,
dove i miei anni accarezzavo piano...
per non scalfire pelle e gioventù.
ora che la tua anima è volata in cielo
tu mi manchi.
Mi manca la tua dolcezza
quando ogni volta
mi davi una carezza,
mi manca la tua tenerezza,
mi manca il tuo sorriso
luminoso come il sole.
Tu per me sei stato
il mio unico bel fiore,
tu per me sei stato
maestro di vita.
Mi hai insegnato a stare con gli umani
mi hai insegnato a stare con la gioventù.
Tu,
ogni volta che ti rammento
sento dentro di me il deserto.
Un rantolo, io sono
di terra accarezzata dalla furia.
Godo del solo abisso
dove intero ho lanciato il mio corpo.
Ti chiamo le notti
mio cielo gonfio, trascorri
oltre il bianco del ventre.
Da tutti i papaveri schiusi
sussulto pena e piacere
di materia plasmata
sbattuta, annullata.
Sei conforto di pioggia
all’anfora dell’inguine
come sulla divina
umana Danae, incorniciata
al fianco del mio letto.
iridescenti nell'alba
di un cielo terso
tra gracili nuvole
cullate da un vento leggero.
Brezza di primavera
degli anni passati
degli anni presenti
degli anni a venire
che porteranno per sempre
il marchio indelebile
del verde marino dei tuoi occhi
persi nel tramonto
e nei miei.
Frontiere chiuse
nel mio mondo alieno.
Novello argonauta
forse troverai la strada
e pianterai abusivo fiore
al centro d’impervia terra.
Porterai il lupo, dove
più forte ulula il vento.
Che tremino di paura
le antiche querce scosse!
Chiamerò le fate a fare scudo
-mentre tutto si strapazza-
al germogliare nuovo.









