Oggi, come pioggia,
spolvero il tuo vestito
bianco e freddo
che sa d'un insopportabile
nero eterno.
Ti guardo tacendo.
Non piango e non rido
inutilmente
per il tuo volto,
ormai da lungo assente.
So solo che
non voglio nessun ricordo
che non sia lo sguardo
di un sorriso vissuto.
Due ottave siciliane (cioè con le rime in schema ABABABAB) di endecasillabi canonici a maiore.
Lui non impiega trampoli ad andare¹,
dispiega fiero i muscoli e minaccia
forte dell'arsenale nucleare
che gli consente versi da bestiaccia;
tranquillamente in volo può mandare
i suoi veloci e mitici gran caccia
se con ragione provi a protestare
e quei ti spareran la cacca in faccia².
Poi se lo lecchi ti dirà «Gran figo!³»
ma ti terrà comunque sulla brace
sbirciando, ché se vai fuori dal rigo
stai certo che quel passo non gli piace
e rischi dazi o bombe per castigo.
Intanto arrogantissimo batrace
allo svedese re chiedeva: «Amigo,
quando mi date il Nobel per la Pace?».
¹: non usa cautela, diplomazia, rispetto nel rapportarsi con gli altri, né nel “suo” né in altri stati;
²: riferimento ad un volgare meme da lui commissionato in cui gli aerei da guerra sganciano merda sulla testa di manifestanti pacifici;
³: riferimento ai dialoghi per una illusoria pace tra Netanyahu ed Hamas il 13 ottobre, in cui lo sceriffo sparacacca ci teneva a far sapere il proprio gradimento per l’acume politico e diplomatico della “presidente” italiana nelle sue qualità di “giovane e bellissima”.
ioffa, 31/10/2025
è stata,
rubata,
portata via,
a forza,
in costrizione,
per il
risparmio,
energetico,
deportata,
nei campi,
di prigionia,
per snellire,
le fasi del,
riposo,
in autunno,
la restituzione,
senza scuse,
né una qualche,
giustificazione,
prigionia,
e
liberazione,
andata,
e
ritorno,
decisioni,
indecise,
e
indecisioni,
decise,
proclami,
e
smentite.
L'oro bianco,
preso,
trafugato,
dal mare,
senza alcun,
tasso,
d'interesse,
dal mare,
trasportato,
alla Salaria,
per poi
stipare,
usare,
nel condimento,
nelle pietanze,
per poi,
salare,
un salario,
sciocco,
che smagrisce,
e assottiglia,
i fianchi.
dell'operaio,
antico,
moderno
desueto,
di moda.
Le tasse invece,
vanno all'ingrasso,
pressano,
fracassano,
sotto il loro
carico volumetrico,
che non da spazio,
per la giusta,
respirazione,
per la giusta
sacrosanta,
boccata,
d'ossigeno.
Le vacanze,
ormai,
teoriche,
ormai,
vane,
rappresentazioni,
impalpabili,
intangibili,
smarrite,
disperse……
……Sull’isola vulcanica,
sommersa,
di utopia……
Visoni,
storte,
distorte,
dagli albori,
dell' inciviltà,
che per legge,
ha l'apparenza
ha le fisionomie,
della cosiddetta
civiltà, civile,
e gli
autoproclamati,
Dei,
fallimentari,
omuncoli,
che si professano,
degni,
dell'elevazione,
immortale,
superiore,
politicanti,
nei loro palazzi
dai riverberi,
assoluti,
assolutismo,
del re sole,
delle,
decisioni,
indecise,
e
indecisioni,
decise,
monarchia, stipendiata,
con gli ori, i paramenti,
dal valore inestimabile,
le corone, splendenti,
sul capo fangoso,
fango, fanghiglia,
dalle fattezze umanitarie.
Pasqua,
della
Resurrezione,
dell'incerto,
indefinibile,
redentore,
redento,
dubbi,
precarietà,
uova,
di ceramica,
di cioccolato,
di compensato,
di stracci,
elargiscono,
sorprese,
da minimo,
garantito,
sindacale.
Il sale,
salato,
non usato,
nel condimento,
ma per la
spesa,
senza una,
qualche,
microscopica,
mollica di,
pasto
da portare,
con il riporto,
dei capelli,
o senza,
riportare,
nello scaldabagno.
a
gettoni,
grammi di
salgemma,
portati,
riportati,
con un
cane,
da riporto,
o senza,
trasportati,
dal mare,
alla
Salaria,
per poi
stipare,
per poi,
salare,
un salario,
sciocco,
senza più,
gettoni,
da spendere,
in bolletta.
Scherzo in
due parti,
in due tempi,
per giocare,
non con il
tessuto,
sonoro,
del classico,
settecento,
ma con una
veste descrittiva,
intarsiata, di
vocaboli,
per far scuotere
dal torpore,
il pensiero,
in questo,
fuligginoso,
odierno,
futuro,
progresso.
Scherzo in
due parti,
in due tempi,
per giocare,
non con il
tessuto,
sonoro,
del classico,
settecento,
ma con una
veste descrittiva,
intarsiata, di
vocaboli,
per far scuotere
dal torpore,
il pensiero,
in questo,
fuligginoso,
odierno,
futuro,
progresso.
Ce l’ho, mi manca, seduti su una panca
un panino sulle labbra, figurine tra le mani,
palla avvelenata e palla prigioniera
in cortile, per strada, in primavera
trottolano trottole tra i ciottoli,
il tiro alla fune lungo il fiume,
sulle candide ali di una mosca cieca
vola la fantasia di una bimba in pineta
biglie sulla sabbia scivolano tra conchiglie,
tappi di bottiglie in pista con un dito,
non si scorda il salto con la corda,
una bambola di pezza finge di esser sorda.
in tutte le forme
dell'amore
nella bellezza
nella tenerezza
nell'indipendenza
nella dipendenza
nella fortezza
nella fragilità
nella complicità
nel bene e nel male
in quello che sei
in quello che sarai.
Ti amo
come si ama una donna
una madre, una figlia
una strega, un fata
una femmina, una puttana
come si ama un fiore
l'acqua da bere
come la luna
che si abbevera
nella mia fontana.
Ti amo così
semplicemente
appoggiato sul tuo ventre
disperso nell'aria
disteso con te
sull'erba bagnata.
Ti amo
perdutamente
e tu
non ti stancare mai
del mio amore
non andare mai via da me
neanche quando
i fiori appassiranno
e ci nutriremo
soltanto
dei nostri abbracci
della nostra pelle arsa
dei nostri occhi spenti
e dell'odore
delle nostre sostanze.
Immersa nel cuore dell’autunno,
volge curiosa il volto e lo sguardo
quasi a non cercare luci di un sole
che possano contraddire l’intorno.
Tra i rami denudati dei verdi
e lungo la pianura dei silenzi
solo i respiri d’una tramontana
riescono a muovere qualche forma.
Il vestito di Soledad si gonfia
e cattura aria dolce di ottobre
mentre non crucciata lei lo porta
sui gialli aranciati del sentiero.
Forse la meta è solo una stasi,
un bivio del cuore ove meditare
su quale solitudine far leva
per essere capace di lottare.
O forse è lo splendore della quiete
quando non si pensa di cambiare
ed ogni brezza ed ogni foglia gialla
disegnano le linee del fluire.
coerente con i miei pensieri,
ma non dispero,
cercherò senza posa
e quando troverò un posto
dove andare,
allargherò i miei orizzonti
dentro la mente e,
camminerò fiduciosa
lungo quel cammino mentale,
anche se impervio,
non sarà inutile,
camminerò
fino a trovare i giusti
spazi infiniti.
che tu credi per me rasserenanti
mentre dubbi alimentano e passioni
come evocare demoni danzanti
o fantasmi in un sordido consesso,
vagolanti e vocianti tutt’attorno,
che s’acquietano solo nell’amplesso
e poi nel sonno fino al nuovo giorno.
Amo attizzare questo nostro fuoco,
rinnovando di noi quanto vissuto
come d’amore e psiche fosse un gioco
ove di Psiche è il volto sconosciuto, (*)
volto che cerco in ogni tuo sussulto.
Così, viver nel grembo tuo vorrei
o nell’anima tua, ospite occulto,
per carpirti e capirti, Dea che sei.
Ma so pur che sarebbe mala sorte
illuminar quel ch’è il tuo lato oscuro,
destino ineluttabile di morte
d’un amore ch’or sento imperituro.
(*): secondo il mito (Apuleio: Le Metamorfosi) è a Psiche, giovinetta mortale, che era stato proibito di vedere il volto di Amore/Eros, un dio figlio di Venere/Afrodite, invaghitosi di lei per essersi ferito con il suo stesso strale. Mito ispirato a che la donna non dovesse conoscere l’eros? Reinterpretando in chiave moderna, credo invece che il personaggio mortale sia Amore/Eros, che potrebbe dissolversi dopo aver svelato il volto (divino?) di Psiche, cioè l’anima del/della partner, col suo carico di mistero, elemento consustanziale all’amore.
Una donna che soffre non grida,
respira piano
come se l’aria potesse ferirla.
Tace più forte …
e il silenzio le cammina accanto,
tranne una voce.
Tiene il dolore nel corpo
come un vestito stretto
che non le appartiene.
Eppure sorride
per non ferire il giorno.
Nessuno vede, nella notte,
i pensieri che si annodano nel petto,
le parole senza voce
che pesano nel cuore.
Nessuno ascolta,
neppure quel sangue
che le resta accanto
senza capire.
Di giorno, invece,
con gesti leggeri
accarezza il mondo
mentre piove.
E senza riparo
lascia che l’acqua, pian piano
porti via il peso,
perché amare la vita
è rimanere.








