Vorrei sciupare la linea imperfetta
del silenzio dei tuoi inverni,
nevicar di nostalgia
sui tuoi fianchi spenti
come pane lunare,
naufragio d’un dolce dolore,
briciole di luce a carezzar
un campo di cotone.
Amor mio, son io il poeta
del diario dei tuoi occhi,
acrobata su funi di stelle
sciupate da un violino di grano
e migrerò sul tuo cuor di rugiada
come scribacchino d’un tramonto
ferito dal silenzio dei tuoi baci.
Confezionerò compleanni d’amore,
accenderò le lacrime dei tuoi passi
come scenografie d’anima mia
a danzar fra timidi girasoli.
L’abaco dei giorni imperlerà la sera
come le risa ubriache degli amanti
ed anche il cielo ubbidirà
al battito del nostro amor,
lettera all’infinito che parla di noi.
di tramonto rosso
e quel campo di papaveri.
L'aurora da contemplare
e le serate fresche da godere.
È sparita la distesa di grano,
quello specchio dorato
inclinato dal vento.
È tutto nascosto dietro
le pareti del cuore,
che fanno da paravento.
È tutto nascosto... qui,
nella mente e nel petto,
dove il divieto di accesso
è scritto in caratteri cubitali.
Essere ma non esistere, sperare ma non insistere, e nel giardino dell' anima che ho vissuto questa galera, ho raccolto una rosa nera; e invisibile ho vagato, vuoto di sentimenti in buchi cosmici deprimenti, senza volto nè pensiero, solo una massa informe avvolta da un mantello nero.
Ignavo, rannicchiato e strozzato da un disinteresse mai provato, volevo riemergere da quel putrido vuoto. Non mi ero mai distaccato da me stesso, percepivo la grande forza originaria della solitudine, e solo un minuscolo cerchio d'umanità mi rimaneva, solo un ultimo desiderio, un soffio vitale per poter ancora respirare l' umanità astrale.
Assetato,volevo sopravvivere a quel giacimento d'oscurità e con tutte le mie forze mi sono appellato al mio grido di speranza, talmente potente che ho superato le barriere invalicabili dell' onnipotente, cosicchè nel buio più totale, dove i miei occhi non avevano alcuna visuale, un filo d'argento dalla mia aura comparve, e seguendo la sua strada ho rivisto me stesso seduto su una scala, con una rosa nera tra le mani e gli occhi dispersi in luoghi ancora sconosciuti, tremante mi sono avvicinato, e il filo d' argento, anello di congiunzione tra l' umano e l' eterno, mi ha riportato a te, mio caro fratello.
Sono ancora sulla scala, ed i miei occhi adesso sono falchi, un risveglio che va oltre i confini della comprensione e adesso riesco a vedere anche l' invisibile e indosso una corona fatta di fili d' argento in memoria del grande labirinto che ho dovuto attraversare.
E tra le mie mani ho ancora la rosa nera, forse lei non mi lascerà mai ma nel giardino della mia anima ho raccolto una nuova rosa: Arcobaleno è il suo nome , e la rosa nera gelosa e invidiosa della raggiante e solare sorella, si è messa in disparte, in attesa che io possa un giorno darle nuovamente spazio nel mio essere così profondo.
‘‘Mi basterebbe sfiorare con le dita
l’arena impudente che hai incantato
col tuo passo greve
tra parole non dette, ma sollevate nella sabbia’’
<…che gioca a restarti tra le dita con i suoi granelli>
‘‘Mi basterebbe soffiare sul vento dei tuoi ricordi,
quello che arriva comunque…
puntale, mai in ritardo a solleticarti la fronte
e le ciglia in quell’arcolaio di idee rimescolate,
un po’ sbronze che copri col cappello’’
<solo un po’, e più in là intanto sciogli i tuoi capelli>
‘‘Mi basterebbe un chicco di riso
per seminare di nostalgia l’acquazzone
solo un pò più in là, lontano da te...
E con l’aspo riavvolgere a colori
i tuoi giorni di silenzio… ti aiuterei a dimenticare.
Un filo come gli altri... rosso di pioggia e di stanze.
Rosso, di seta’’
<La seta di quel vestito del colore dei tuoi occhi
mi ha incantato come il temporale sulle tue ciglia
che velano un altro modo che hai trovato per tornare,
con un filo di nostalgia.
La nostalgia, una di quelle giostre dove nessuno
ti viene a prendere.
E resti lì sulle tue orme che frattanto si rimescolano,
mentre sulla piattaforma gli animali di legno
sono fermi e sorridono>.
Amache ad orchestrar
un narrar di grilli
ed una lanterna di stelle
scordata da un pescator
come plettro d’un tramonto
sui preludi di Chopin.
Una lacrima di scirocco
romanza gli alfabeti riflessi
d’un rintocco d’onde blu
in un cruciverba d’ombre
sfamato da ombrelloni rubino.
Inchino d’agosto incipria
spiccioli di conchiglie,
spettina barche appisolate
a sognar di pirati e tempeste
ed echi fiabeschi
di dame e cavalieri
abitar un castello di sabbia
in racconti avventurieri.
Battito d’estate
si posa sul cuor mio,
s’accoccola con me
in questo ritratto di sguardo
scordato, in silenzio,
come calice di vino ad un tavolino.
Tremo, in questo letto amico di lacrime silenziose, accolgo senza neanche difendermi l'oblio dell'anima e le pene dei deboli.
E voi signori, siete solo illusi immortali, prigionieri bramosi di denaro e di pregiati tessuti, prigionieri del sentito dire, prigionieri di finte perfezioni virtuali e di pensieri raccolti di aforismi senza autore.
Cullatevi l'un l'altro nel vostro tedio, nell'attesa che il tempo divori le vostre ultime ridicole atee convinzioni; La vostra casa è il deserto, continuate pure, schiavi di led, sceneggiatori falliti, tiranni da lounge bar ad esprimere i vostri sentimenti in imbarazzanti faccine emozionali.
Ed io che nei finiti mari ho colto infinite risposte, adesso colgo solo venti avidi di incomprensione. Ma la passione eterna dov'è?
Luce, mostrami sentieri compassionevoli e abbracci che siano mongolfiere di calore, mostrami altri venti ed altre menti che possano colmare queste voglie selvagge di umane emozioni.
Aldilà di questa porta, là fuori, dove il silenzio non ha più valore, non riesco più a parlare, ed avvilito, umiliato, ascolto con pietà le vostre arringhe teatrali in cui trionfa facile il nome " io".
Il mio battito è ancora tremante, in questa casa, in questo letto, amico di lacrime perlate, spengo i pensieri e vado altrove, dove il mio " io" e' una cascata d' acqua sorgiva che scorre inesorabile sulla pelle degli "altri".
soffocato nel petto col silenzio...
e mi nascondo tra foschie e ombre.
M'immergo nella corsa a perdifiato
di un sogno profondo e mai perso,
mi accascio con le emozioni al massacro,
ed il boia col suo fiato sul collo.
Tutto gira. Tutto è angoscia pura,
è inferno fin dentro alle ossa,
dalle narici... dai miei pori.
Interminabile corsa tra fango e lacrime.
Mani rotte, gambe dolenti,
piedi sanguinanti e cuore trafitto.
liberare vorrei, un’orma
d’ossa che odori ancora
dal peristilio
di terra rinverdita
e sottocute un tempo celestiale
nettare d’ogni cellula.
che spreco non ci affligga
né ristagni sussurro
alla bocca del sonno
-la vena irragionevole
sorda, straborda
anche all’elice piatta
del lago.
Respirerò amabili e fragili sentimenti, debole, mi lascerò condurre in questo mare di tormenti, e le maschere non avranno più carnevali da festeggiare, e avrò canti da intonare, orizzonti da scoprire e cuori da riempire.
Ormai spoglio sarò il sigillo dei tuoi segreti, noi due rari spiriti affini, immersi nelle acque pure dell'amore, e inventeremo nuove parole, parole silenti che anche le foglie potranno capire, parole senza spine, parole senza fine, parabole divine.
Sai amore? E' notte fonda, e solo una lucerna accende i nostri corpi mescolati a questo paesaggio rupestre, e ninfee, lecci e orchidee sono le nostre fedi nuziali, e la luna, le stelle e il chiarore delle tua pelle sembrano allinearsi perfettamente.
Giacché vado a raccogliere un po' d'acqua dalla sorgente, colmo di perfezione, e al ritorno , chissà perché non ci sei più, urlo disperato il tuo nome, il mio amore, e nello strazio tutto mi torna in mente:
Sei stata solo un'illusione, e nel mio inquieto vivere, sono scappato da questa vile e disumana realtà e mi sono ritrovato in questa valle, ma presto la sera si accingeva a diventare e solo mi sono disteso sulle sponde di questa sorgente, e da qui che ho perso il controllo dell a mia mente.
Ma sai?
Ti ho vissuto lo stesso intensamente, e non importa se sei stata effimera illusione, e quegli attimi silenziosi e immaginari e preziose perfezioni irreali mi hanno risvegliato dal torpore mentale; Adesso, tutta la natura intorno sembra abbracciarmi, sono stanco, la notte è stata lunga, mi distendo e con gli occhi stanchi e socchiusi vedo apparire te, che mi accarezzi i capelli... Chissà se stavolta è la mia mente... ma ti voglio vivere ugualmente!
Dentro, il disordine imperava.
Tanti tasselli da recuperare,
i soliti perché d’una serata no
mentre la vita insisteva a dire,
ad ascoltare, a fare, a respirare…
Di che parlare quando si è soli
e come agire nel silenzio doppio?
Cosa udire se non la chiara eco
di mille voci a dirti mi dispiace?
Ma respiravo…
Vidi i segni di perfette curve
che lingua d’onda abbozzava
nel pigro suo venir alla battigia
e poi nette, nette le disegnava
nel pigro suo arretrar dalla battigia.
Scampoli di luce offrì la notte,
chiesti a una luna indifferente.
Non protestai contro nessuno,
non chiesi spiegazioni al fato.
In quelle curve placai le ire.
Ho filmato tutto nella mente...
la voce, il viso, le tue mani.
Tremando... ho stretto forte al petto
le emozioni di ogni tuo movimento.
La sensazione di ogni tuo sguardo,
mi accarezzava come fossi stata
una rosa nera dal gambo lungo
che trattiene a se spine aguzze.
Come fossi una regina di cuori
che stringe a se il suo amato scettro,
mi sei rimasto incastrato nell'anima
nel cuore, negli occhi e nei miei ricordi.









