Sono parole e le dissi
per conciliare i tuoi sorrisi,
ero ebbro di uno sguardo
atteso e ancor disperso,
una posa del corpo irrigidita
che ricreasse la fiducia,
un moto delle labbra arse
in cerca di un avido confronto.
Sono parole e le dissi
per schiacciare l’insensatezza,
creai un’ansa di pensiero
dove fluisse il disturbo cieco
e un mare di emozioni.
Sono parole e le dissi
per conoscere la meta
su una nave dalla prua
affilata all’orizzonte
che disperde il facile destino.
Dell'infelicità
non è insolito
attribuir colpa
all'improvvida sorte
se in talune circostanze
infami e confuse vesti sfoggia.
Non è mai tardivo
soppesar errori
prestati al fianco
di presunti pregi
nell'infedeltà celati.
A tal guisa anima macerata
nel rimorso arde gelando
e gemendo freme
nel supplicar perdono
che nell'improvvido giunger
non mostrerà clemenza.
quello che muore appena vede il mare,
in una curva stretta più delle altre,
quasi ai piedi di un’erica perenne
da sempre esiste ciò che m’appartiene.
Lo si confonderebbe con le foglie
dov’è che si nasconde ormai da tempo,
invece è solo lastra multiforme
la cui tinta è il frutto dei miei anni
con l’uso dei colori improvvisati.
Come allo specchio, in essa mi rifletto
lungo il sentiero delle prime sabbie
quando mi reco al verde e blu dell’acqua
mentre io chiedo alle irrequiete onde
di pazientare prima del mio arrivo.
E mi vedo, sudato e stralunato
sulle piccole, medie e grandi barche,
tra i sorrisi d’una madre eterna,
col cuore in lotta verso il primo amore
e in mano il vessillo del futuro.
È solo un attimo che dura un’ora.
Ho sempre in mente quella mia meta
e quindi corro, corro forsennato
ad abbracciare il confidente mare
al quale della lastra riparlare...
Non è stata una goccia di profumo,
voltandomi, a ricordarmi
come sapevi graffiarmi la schiena
sulla tua ombra allungata.
Così in un sogno da non ripetere.
Nelle gocce di pioggia, e dei miei
pensieri è lì che ho saputo avvertire
l’odore di come te ne sei andata.
Amami, sin dal tuo primo bagliore,
poi, a tutte le tue albe
quando ogni parola zittisce.
Il tuo mare con le tempeste, sono,
vesto brividi, so essere fuoco e gelo.
… Intensamente, Amami…
Nell’istante in cui vorresti maledirmi
se irrompo come bufera,
se corrompo la tua mente…
Dolce e amara so essere
come l’amore, come certi giorni,
vuoti o di follia.
Come notti dalle lunghe ombre
quando l’angoscia si fa attesa
arrotolata nella paura.
… E dolcemente Amami…
Gustami nei baci, con un bacio,
sapore di me prima che di te.
Assaporami e godimi
tra lenzuola madide di desiderio.
Riscaldati al mio ardente fuoco
e tienilo vivo.
… Amami, immensamente, amami,
sono la Vita...
I sogni si rincorrono
nel pozzo dei desideri,
un occhio nero che non dorme,
che ingoia luce e stelle.
Incantami con occhi bugiardi,
ti crederò volgendomi le spalle,
desiderio in me d'amarti colpevole.
Tra i rami s'adagia un aquilone,
volava superbo come coda l'amore,
ora si ferisce e s'agita maldestro
preda dei miei richiami di quiete.
Regalami l'intuito della speranza,
ti aspetterò ad ogni ansa di pensiero,
stranezza in me d'amarti insensibile.
Ti cederei poi libera, di nuovo peso.
dalla quinta Mangiafuoco urla
contro gli spettatori.
«Pagate il biglietto o vi mangerò a fine spettacolo»
Lauta cena per gli attori
a ognuno toccherà un gentleman seduto in prima fila.
Frattaglie a mo’ di spiedini
nel barbecue allestito nel retroscena
«In morte della vita»
«Sono Dermidion carne degli inferi e amico di Mangiafuoco
chiederemo a testa una testa, per prenotarsi al botteghino mettersi in fila»
Fila di uomini paganti e pagani, la maschera fornisce singolarmente un coltello.
Non importa il sesso o la provenienza o il colore, basta infilzarsi il cuore,
colui che lo farà nel giusto e nel modo giusto avrà l’onore d’essere divorato per primo,
a seguire la massa in silenziosa attesa.
Tuona Dermidion dalle scene
«Che ogni testa sia segata a metà del cranio, che si frulli la materia grigia con il frullino a immersione dopo aver levato il coperchio dei pensieri.
Sia servito il ghiaccio tritato e si mischi con l’intelligenza e… servite il cranio con cucchiaio d’argento avendo cura di riporre la mezza testa come coperta dell’anima che altrimenti evaporerebbe per il troppo dannato fuoco.
Si conceda il privilegio di vedersi mangiare al mangiato, possibilmente in seguito gustando gli occhi del prescelto in salsa capricciosa e con mousse di melone alla panna.
Sia servito lo stomaco sfilato e condito con sugo d’ostriche e paprika, avendo cura di apparecchiare a crudo il duodeno con fiele estratto dalle menti umane.
Poi tagliate a fettine cosce e glutei e ogni singolo pezzo sia frollato a dovere che nessuna pietanza
è mai abbastanza per le genti degli inferi, non tralasciate il “sesso”, quello è il più gustoso di tutti.
Sia...»
Una campanellina da il via alla pro cessione di sé…
Fila d’uomini piangenti ripensano all’entusiasmo della morte, diniegano il piacere e annegano il passato delirio chiedendosi il perché dell’imbecillità comprovata, ora vorrebbero non immolarsi al dio pagano dell’ipogeo… Troppo tardi Dermidion deve imbandire la grande tavolata allestita sul palco e poi, poi cos’è la morte per uno spettatore non pagante, poco appagato e illusionista di se stesso?
«Oh morte accogli l’uomo che guarda il teatro dei burattini e ora che egli s’immola al tuo altare pagano, anche se riluttante vomita già il sangue raggrumato.
Sì, morte dona la pace ai puri che privi di purezza sedevano sulle sedie senza pagare, sei forse tu
oh amata morte, pura e bella?
Dona allora a questi corpi succulenti la grazia dell’inferno che poi cos’è altro la vita se non un bruciare continuo?»
Va in scena il banchetto dell’ultimo atto e Mangiafuoco, buono e mite in fondo al cuore, piange
e mangia l’ultimo spettatore e brinda con Dermidion e… alla fine del lauto convivio l’inchino
dovuto alla sala…
Vuota oramai, come le anime di chi le viveva.
Suona un putto vestito di fiamme e squillano le trombe del peccato e scende il sipario sul teatro,
il Teatro della vita.
Applausi arrivano da fuori il teatro
da quelli che la vita…
Hanno avuto il privilegio di non averla vissuta.
Un fiore, una rosa!
Pungente e profumata,
spiacevole e preziosa,
proprio come la vita!
L’ho scelta e te l’ho mandata,
con un alito di vento ti è arrivata,
con un soffio fresco e delicato,
con un pensiero ti ho accarezzata!
Ogni spina che ti punge è sofferenza
ma poi arrivi al suo profumo,
alla sua bellezza,
al suo incanto!
Dentro ad ogni petalo
ho nascosto un sogno,
un pensiero,
un ricordo.
Un fiore, una rosa!
Simbolo d’amore,
di affetto,
di gioia!
Se chiudo gli occhi per guardare altro
che non sia il grigio che m’invade,
io corro il rischio d’essere un vigliacco
non di fronte agli altri ma al mio cospetto.
Se invento un facile pretesto
per ritenermi soddisfatto,
allora inciampo, barcollo e casco
perché non posso ritenermi assolto.
Semino dunque male nel mio campo
se, al raccolto, nemmeno mi sorprendo
quando, nel mio vuotare il sacco,
vedo, prendo e pesto la mia rabbia…
Ho da rimproverarmi poco
se, alla fine, ciò che faccio
è solo acerbo frutto
di cieli vuoti che ho nel cuore.
No! Non chiedo tanto!
Qualche sprazzo di felicità io bramo.
Voi, uomini fortunati che vi chiamano felici,
voi potete privarvene di un grammo?
Non lo domando per averlo io quel grammo!
Per essere felice
io non sarei capace di rubarvi il mezzo.
Ma voi potete farne a meno?
Io ne son capace
ma vi confesso che quando posso
mi precipito in un angolo
a guardare il sorriso di un bambino
o la serenità di un moribondo
per avere tra le mani
lo sprazzo di felicità che sempre cerco.
“Non si sa mai che cosa volere, perché, vivendo una sola vita, non possiamo né paragonarla con le precedenti, né migliorarla in quelle a venire.”
(Milan Kundera)
E
così
alla fine
anche io
mi spegnerò nel sonno,
come un’avanguardia smentita.
Sarà nelle prime ore del 16 agosto-
assurto prepotentemente alla notorietà
per aver inseguito (come Franz)
il ricordo di Sabina.
Nella coda
delle
sue
sette
poesie.
Proprio lì,
fra il piatto
la cassa
e il rullante,
ubriachi entrambi
per il vino e per il jazz
che ci saremo soffiati
all’orecchio sinistro
(quello più blu).
Una vampata,
un brivido,
l’odore
dell’arte.
Ed è già l’ora
di andare via.
Verso quello
che ho
sempre
desiderato.
Le bocche legate
in un respiro profondo
e il suo seno macchiato
di giallo di nichel titanio,
di lacca di garanza,
verde smeraldo
e Pinot noir.
Placida nuvoletta
sulla volta azzurrina
all'estivo preludio
cedette il fianco.
Accantonò prudenze
e labili certezze,
nello spazio vorticoso
dominato dal tempo
ai tentacoli dei desideri
si scioglie.
Debolezze d'amore
bramose di gioia e luce
volarono alte
sfidando venti,
al dominio del sole
s'arresero appagate.
Tra tante frivolezze
al vento della passione
non mi sottrassi.
Rapita
da aurore e tramonti
osservai il trionfo dell'amore
nell'universo della vita.
Papà aveva quel tipo
di sandali che fanno rumore
per il logorio.
Li calzava anche il giorno
che se ne è andato,
come in una vecchia pellicola.
Anche quando è tutto azzurro
a tre quarti di cielo
c’è sempre una nuvola.
Dietro posso sentirci
passi
di sandali, e quel cigolio.









