Lontano, irraggiungibile, dietro la nebbia
Sogniamo canzoni di tempi migliori
Senza neanche vedere l'azzurro.
Cielo.
Ci avverte già che siamo andati oltre
Ci tende la mano per aiutarci
Ci chiede di saltare dal treno in corsa
Cinereo il futuro in cui ci fiondiamo
E da cui a tutta velocità cadremo
Non basterà a salvare il mondo
Questa nostra malata medicina.
Progresso.
di amarla per sempre,
ti prego, fai che sia felice.
Dalle tutta la gioia
di un bacio al mattino,
di carezze la sera,
donale la freschezza pura
del ruscello di montagna,
il caldo del sole
che fa schiudere un fiore,
proteggila e offrile il mondo
che sogna, nella presenza
fissa del cuore e della famiglia,
ridalle la serenità perduta
di troppi anni passati a soffrire,
per ciò che desiderava.
Ti chiedo solo questo,
perché l'amo.
Vorrei una baita sulla spiaggia
e invecchiare su di una sdraio,
come invecchia il mare.
Scrivere per professione e smettere
di far la vita dell’operaio.
Vorrei indossare un’allegoria,
per Natale visitare la Lapponia.
Aver più piccolo il cuore, magari
di una o due taglie e mezza.
Ma questo è il tropo della storia.
Dentro vorrei poi sentirmi un poutpourri
alle viole, e non così Grinch e verde.
Quel senso di mancanza… avverto forte
l’inquietudine al fondo della grotta.
La tua eco sul rigo di una stilla si perde.
Quell'ardore acerbo,
che nel sogno scalda il domani ..
e nel risveglio, il reale,
l'illusione spegne.
Io mi specchio.
Le trottole, conclusi i vorticosi giri,
tra i giocattoli vengono riposte.
Vuoto e falso vivere,
dove le fiamme inceneriscono le mani,
l'inganno consapevole il pensiero mi porge.
Strade e corridoi senza nome,
dove la memoria si smarrisce
in questo labirinto la mia dimora trascina.
La cenere dei sogni,
con il loro labile ricordo
il pensiero malgrado persuade.
Labirinto di inganni e d'amore
tra le siepi di cemento la via non riconosco.
In questa vita che tanto stavamo aspettando
Ritorneremo quello che eravamo felici la gente ci invidiava vederci ridere
Ritorneremo a vedere le stelle tramonti ed albe insieme guardandoci nel silenzio degli occhi sentiremo solo la musica dei battiti del cuore
Si ritorneremo Noi
Lancette del diavolo
a scandire il tempo di questo mondo
dove nessuno
si gradisce postico.
Dove una strada sbagliata
resta segnata
e redimersi non è concesso
neppure a debiti saldati
con le patrie galere.
Tutto scontato
solo per scansare dubbi
su pentole diverse
e relativi coperchi.
Dove parrucconi privi d’elastici
optano per quel futuro
già assegnato. Farsa
il consesso si è espresso
in sicurezza di partecipanti
… a farsi tutti santi.
Riesco a vedere le mani con questo affanno che le fa ferme
si spingono l’aria ben dentro alle labbra le mani degli affamati
quando ognuno porta con se la sedia, il cerchio tracciato
il diametro corto intorno al respiro del proprio stare male
e la negazione che prova a spegnere e spiega quasi il dolore
toccarsi le labbra, sentire sul viso le dita, le distanze perse,
il corpo incolmabile adesso il crudele e nudo orizzonte di questa stanza
del suo muro che tocco appoggiando la spalla,le voci che restano qui,
le voci di tutti, quasi incollate ognuna con il male da dire,
il male impossibile senza pronuncia come solo la paura è il tacere
c’è nel corpo il posto che le ossa disegnano, ben dentro la pelle
con la solitudine di ognuno di noi il nostro stare dove la bocca ci mette
le frasi da dire il sussurrare le sillabe fragili come un giorno di carta
che partendo dai bordi consuma se stesso
mi porto dentro gli alberi e l’angolo del tuo giardino
le solidi impressioni, l’incerto di ogni respiro
raccogliere il grigio, dare una forma ad ogni paura
penso alla morte per stare lontani da qui
i vetri sulla porta, gli occhi dopo i vetri
le mie dita cieche di sera che vengono sempre
a cercarti
La lontananza
ricompone
i frammenti
di quel volto
dove si respira
la poesia
che solo il tempo
può alitare
con la mano
tremante
al pensiero
di non trovare
le parole
eppure così facili
già scritte
nella magia
di due occhi
dove la rugiada
si trastulla
col sole.
osservo le tue cose
sparse qua e là
per cercare la tua presenza
per trovare la tua essenza
ma non basta un rimmel
un paio di ciabattine
o un vestito piegato
quando te ne vai
porti via tutto il mio amare
lasciando una sagoma vuota
a guardare lo scorrere del tempo
fino a quando ti vede arrivare...
Visi che strisciano come teatri
misteriosi oltre il sonoro
ignavi da bocche sfatte,
dinieghi di sorrisi
sotto il cappello di cilestro
spento - e sono vedove
quelle assuefatte al logorio
dell’ora, perduto l’utero di gioia.
Diritte, e tali i cecchini
che sembrano aspettare i Tartari
nel camuffare mote
di solitudine.
E l’alba è un acro di cortili ciechi
l’alba non abita
non irradia, piange sui muri.
Avesse nelle mani uno scalpello
e un’epoca di rosa
dietro la tela
avesse un altro quadro
di alberi, e non fortezze.
camminare ancora
a braccia aperte
tra due file
di panni stesi
e, avvicinandomi
alla tua porta,
scorgere dai vetri
il tuo profilo.
E la voce calda:
-Arrivo, piano ma arrivo!
E dover spostare
la bicicletta
appoggiata al muro,
dove ora lascio
una lacrima
che presto svanirà,
come questo pensiero.
Era stanco il pellegrino
i suoi piedi piagati da un
viaggio che sembrava eterno
lo conducevano in territori oscuri
dove le vie non erano tracciate
dove il fuoco non scaldava lo spirito
il corpo segnato dalle rinunce
mostrava le cicatrici di infinite tentazioni
ma la sua mente era lucida
il suo pensiero limpido
la sua anima irradiava
i segni luminosi della speranza
nonostante il buio
attorno a lui volesse la sua servitù
sapeva che altro ristoro non c’era
se non dove si sarebbe compiuto
il tragitto verso l’ultimo rifugio
e le sue preghiere avrebbero sfiorato
il cielo là dove la cima delle montagne
accarezza l’aura notturna della luna.









