Passerà questo tempo buio.
Passerà nei segni sul viso
di coloro che han perso qualcuno,
passerà nelle menti di giovani
coraggiosi e incoscienti.
Passerà nel sorriso di un bimbo
che non ricorderà nulla,
passerà nella quotidianità dimenticata
di una stretta di mano,nei gesti
che han mostrato il meglio
è il peggio di tutti noi.
E passerà come passa tutto,
e forse cambierà il mondo
e forse saremo più poveri
e forse più ricchi d’esperienza.
al giorno dopo
a come affronterò
un'altra giornata senza averti accanto.
Nel silenzio penso al domani
se gli impegni mi impediranno di pensarti.
Penserò che il silenzio non esiste,
perchè anche quel piccolo silenzio,
riesce a far rumore nella mente.
Ho tanta confusione
non riesco a capire
ciò che mi affligge veramente,
io lo so cosa sia,
ma faccio in modo di non vederlo
e di non sentirlo.
Perchè lo so che un giorno
ci sarà anche la possibilità
che tutto questo gran casino
che mi ritrovo
non farà più rumore
e il silenzio
ritornerà ad essere silenzio.
il suo implacabile, plic plic!
Se smettesse...
dall'altra parte del vetro
canterebbe il Pettirosso.
Sa di grigio il tempo
sia fuori che dentro.
Sa di umido e muschio
sa di pioggia e vento.
E plic plic... piove!
E il suo rumore mi prende.
Guardo l'orologio appeso
e tic e plic e tac
e passa il tempo!
Due briciole sulla finestra
due gocce dalla grondaia
un ragno che tende il filo
e canta giulivo, il Pettirosso.
Nelle penombre incerte
s'annidano maligne
e paurose alterazioni
di radiosi giorni.
Radici d' ombre insinuate
in accese passioni, oscurano tutto
con drappi grigi e nebbie stagnanti.
Nell'alternarsi di luci e ombre
astruse speculazioni
stridono nel contrasto
con dolenti condizioni.
Son brividi gelidi.
anomalie strane
in voraci ricerche.
Forse, hanno smarrito
i sentieri della ragione.
di nebbia e filtra il sole
se ne vanno le speranze mie
e fanno capriole
che danzano sui tetti
danzano tra i gatti
un ammore che sa di panna
mi canta una languidissima
ninnananna
il concerto di flauti e viole
nella piazzetta del mercato
è un ricordo solenne
del tempo andato
quando,
ammore
ci guardavamo
in tralice, tra i flauti
e le viole.
dovrei guardare il cielo per scrutare
sentieri non immaginati ancora
perché il sole o un cirro audace
bastavano da soli a far colore.
Nelle notti scolpite dall’angoscia
dovrei guardare il cielo per scrutare
sentieri non immaginati ancora
perché la luna o qualche stella amica
bastavano da sole a dar calore.
Sospesi in un tempo che divora,
si rischia di privarsi di bellezze,
di gusti e di odori dell’ingenuità
già messi nello scrigno dei tesori,
preziose prove di normalità.
Gli aneliti di sempre vorrebbero
adesso farsi largo a gomitate
tra i giganti della cattiveria
per spingere ogni cuore ribelle
ben oltre i confini dell’umana sventura.
Perché? perché
eravamo a pregare
con il frastuono oltre le porte
sereni inamovibili
con il pattume
sotto limpide trame?
Quando una mano
chiedeva un frutto al nostro albero
e col silenzio s'è marcito.
E detta fede
com’è così imprecisa,
arida, trattenuta?
Stai lì, fermo,
nell'attesa di
un mio sguardo
come vento
d'amore giovane
e caldo,
soffi forte sul
mio cuore per
scoprirne le parole
più belle, smarrite
nella luce dei
tuoi occhi
che m'avvolge
come piccole rondini
di primavera,
nell'infinito azzurro
del tuo cielo.
D'intenzione bramerei
è il mio vorrei che insiste
D'un bacio unico e peculiare
d'una amorevole carezza
l'intensità pungente, mordicchia
Bramosia negli occhi
mescolando l'ardente desiderio
e l'avida ingorda sete
Fervide labbra roteando
seducono ed incantano il collo
ed è delizia e martirio
Voluttà diffusa risale
in quel punto si placa l'affanno
nell'aria aleggia il dolce piacere
Il cuore avanza e spalleggia
“T'amo, cuor mio”.
Nascosti
i mali del mondo
nel nostro sistema nervoso
mai
sotto controllo.
Audaci
esterniamo ipotesi
e li ricerchiamo
antropici agli antipodi
sempre, e comunque,
negli altri
in speranza
di un verde rinvenire;
come s’ego
non fosse complice
- invece
di un taglio netto -
Eppur distesi
non complicherebbe
sarebbe solo, tutt’altro vivere
… e apoteosi resta
in attesa ancora.
Melograno sparso per il cielo,
la linea immaginata, lì, sul fondo.
Si replicava, attesi…
Silenzio, dipinto di sacralità
ché tale sentii l’istante
di quel tocco, oserei bacio.
Sfarfallio, le emozioni, ma
bocche prive di parola e
null’altro pensiero. Idea strana,
il fruscio del contatto,
così, l’aria se ne commosse.
Giù!… Era battito d’ali, ovattato,
poi… l’acqua!...
Come braccia aperte
all’amore per l’amore.
La mia Italia...
con quegli uomini dai vestiti scuri,
dalle bianche camicie,
accostate a cravatte che rispecchiano le loro origini.
La mia Italia,
come un calzino di Natale,
colma di doni...
per quegli uomini dalle mani grandi…
gente di borgo,
gente da poco…
gente…
Non si deve indossare una camicia bianca
se tutto il resto è sporco.
Sei ancora qui
madre.
La mia mente non osa
pensarti altrove
e smarrita è la strada
per la tua dimora.
Nemmeno
le molliche dei ricordi
mi porteranno
tra i fiori dimenticati
di un candido viale.
Sei per sempre qui
madre
come nelle favole
stretta nell’abbraccio
di una teca di cristallo
dove i tuoi capelli
ancora
si colorano di neve.









